Le spese USA per attuare un cambio di regime in Iran

Alla fine del 2017, una dozzina di città in tutto l’Iran, compresa la capitale Teheran, sono state scosse da proteste spontanee che sono continuate sino al nuovo anno. Le proteste hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sul deterioramento delle condizioni economiche del paese e sulle gravi inadempienze del regime nel campo dei diritti umani.

I disordini hanno inoltre favorito l’annuncio del presidente Donald Trump, fatto il 12 gennaio, secondo cui sono rimasti altri 60 giorni per rinunciare alle sanzioni nucleari statunitensi nell’ambito dell’accordo nucleare iraniano, dopodiché gli Stati Uniti recederanno se i “difetti disastrosi” di tale accordo non potranno essere risolti.

Una serie di recenti documenti ufficiali, dalle ricerche del Congresso ai rapporti sui finanziamenti esteri statunitensi, gettano nuova luce sulla politica dell’amministrazione Trump. I documenti rivelano un continuo interesse del governo USA ad innescare radicali cambiamenti politici in Iran per portare il paese nell’orbita degli interessi di Washington. La strategia seguita include la possibilità di sfruttare disordini politici ed altri fattori destabilizzanti – come ad esempio il peggioramento della crisi idrica – per rivolgere l’opinione pubblica iraniana contro il regime.

I disordini iraniani sono stati per lo più provocati da una convergenza di crisi interne di natura ecologica, energetica ed economica. Il Dipartimento di Stato ha cercato di sfruttare queste crisi per minare la legittimità del regime, finanziando gruppi di opposizione e piattaforme mediatiche anti-regime per decine di milioni di dollari all’anno.

Un documento di finanziamento del Dipartimento di Stato, ad esempio, menziona un progetto rivolto ad utilizzare la crescente crisi idrica dell’Iran per incanalare la rabbia generale contro la “cattiva gestione” del regime. Ad oggi, i documenti del governo statunitense mostrano che almeno dal 2016 l’amministrazione Trump ha speso oltre 1 milione di dollari per finanziare l’attivismo anti-regime all’interno dell’Iran.

La strategia non è nuova, però. Complessivamente, dal 2006 le varie amministrazioni degli Stati Uniti hanno investito decine di milioni di dollari all’anno in iniziative di “promozione della democrazia” in Iran, iniziative che svolgono una funzione di semplice copertura per le solite ambizioni di “cambio di regime”.

Gran parte della programmazione mediatica finanziata dal Dipartimento di Stato si è concentrata sulla glorificazione del regno dello Scià, il brutale dittatore sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito che fu deposto dalla rivoluzione del 1979. La propaganda sembra aver funzionato, con molti partecipanti alle ultime proteste che chiedevano che il figlio esiliato dello Scià, Reza Pahlavi, tornasse al potere in Iran.

Due documenti del Congresso pubblicati all’inizio dello scorso anno e uno pubblicato solo un mese prima delle proteste gettano luce sulla politica della tensione seguita dall’amministrazione Trump in Iran. I documenti sono rapporti di ricerca pubblicati dal Congressional Research Service e scritti da Kenneth Katzman, un ex-analista della CIA specializzato in Iran, Iraq e stati del Golfo.

Un documento del 6 febbraio 2017, “Iran’s Foreign and Defence Policies”, descrive come l’annuncio dell’amministrazione, che viene definito un “avvertimento ufficiale” all’Iran, potrebbe far supporre che “si sia in procinto di cambiare le regole d’azione, sino a causare vittime in future manifestazioni“.

La decisione del governo di “mantenere, se non addirittura rafforzare, i legami di difesa con il Consiglio di Cooperazione del Golfo [GCC]” sono anche “cruciali per gli sforzi degli Stati Uniti nel contrastare l’Iran”:

“L’amministrazione Trump … è tornata alle precedenti caratterizzazioni dell’Iran come avversario le cui attività insidiose e i cui test sui missili balistici devono essere affrontati con risposte adeguate da parte degli Stati Uniti “.

Il documento avverte che l’acuirsi della pressione indiretta degli Stati Uniti sull’Iran potrebbe portare al collasso preventivo dell’accordo nucleare noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA): “L’azione militare per contrastare il sostegno dell’Iran agli Houthi o per bloccare le navi iraniane nel Golfo potrebbe portare ad un modello di tensione funzionale al crollo del JCPOA “.

Il documento evidenzia anche un possibile incremento di attività militari da parte dei regimi del Golfo per contrastare l’Iran:

“I fattori che potrebbero forzare un cambiamento nella politica estera iraniana sembrano includere l’espansione o l’istituzionalizzazione di una coalizione di Stati arabi sunniti. Tale coalizione potrebbe avere successo nello sconfiggere movimenti e governi appoggiati dall’Iran”.

Un ulteriore documento del Congresso redatto da Katzman ed intitolato “Iran: politica, diritti umani e strategie USA”, datato 17 febbraio 2017, fornisce ulteriori dettagli sui tentativi dell’amministrazione Trump di aumentare la pressione sull’Iran.

Sotto la voce “opzioni militari”, il documento osserva che, come Obama, il presidente Trump ha sempre tenuto sul tavolo “una potenziale azione militare contro l’Iran”, ma ora questa opzione si sta facendo sempre più probabile:

“L’amministrazione Trump non ha fatto dichiarazioni ufficiali su una volontà reale di effettuare cambi di regime in Iran, ma il semplice fatto di caratterizzare l’Iran come avversario statunitense suggerisce che l’amministrazione potrebbe sostenere tentativi di far cadere il regime iraniano in caso le opportunità lo consentano”.

Il rapporto prosegue puntualizzando che, mentre il governo degli Stati Uniti non ha ancora perseguito un vero e proprio cambio di regime, la pressione per incitare cambiamenti di politica interna da parte del governo iraniano viene esercitata attraverso programmi di “promozione della democrazia”: sotto la legislazione del Congresso, i fondi per la “promozione della democrazia in Iran” sono stati “obbligati attraverso il DRL [Bureau of Democracy, Human Rights and Labour Affairs] e l’Ufficio per gli affari del Medio Oriente in collaborazione con l’USAID. Alcuni fondi sono stati anche usati per scambi culturali, iniziative di diplomazia pubblica e trasmissioni radio-televisive destinate all’Iran”.

I progetti di “promozione della democrazia” del governo statunitense toccano l’Iran prevalentemente col fine di influenzare l’opinione pubblica attraverso l’informazione, secondo i documenti del Congresso.

I progetti includono “servizi di trasmissione USA specifici per l’Iran come” Radio Farda (‘domani,’ in farsi) [che] hanno avuto inizio con Radio Free Europe / Radio Liberty (RFE / RL), in collaborazione con Voice of America (VOA), nel 2002″.

Con sede a Praga, Radio Farda trasmette 24 ore al giorno ed ha 59 dipendenti con impiego a tempo pieno. Il suo budget è di circa 11 milioni di dollari all’anno. Il documento nega una qualsiasi assistenza statunitense alle stazioni gestite dagli esuli iraniani.

Le informazioni pubbliche date da VOA confermano che la sua sezione “persiana”, precedentemente denominata Persian News Network (PNN), costa “circa 20 milioni di dollari all’anno”. Il servizio consiste in Internet, un’ora di radio al giorno e sei ore di ritrasmissione televisiva.

Nell’agosto 2014, i funzionari di VOA hanno detto al Servizio Ricerche Congressuali che è stato compiuto uno sforzo maggiore per raggiungere “iraniani giovani e istruiti, anti-regime, alla ricerca di segni di sostegno ufficiale da parte degli Stati Uniti”. Al momento attuale, VOA Persian è visitato settimanalmente in Iran da un adulto su quattro.

IN ATTESA DI UNA «RIVOLTA»

Il documento conferma inoltre che i programmi di “promozione della democrazia” del Dipartimento di Stato USA sono aumentati dal 2006, inclusa la strategia di aumentare “la presenza di diplomatici statunitensi con ottima conoscenza del persiano nelle missioni diplomatiche statunitensi in tutto il territorio dell’Iran”, in parte per “facilitare gli iraniani [a] partecipare ai programmi statunitensi di promozione della democrazia”.

All’inizio del già citato 2006, il Dipartimento di Stato ha istituito un Ufficio per gli affari iraniani per incanalare fondi verso gruppi che potrebbero aiutare l’opposizione all’interno dell’Iran. L’Ufficio, secondo il nuovo documento del Congresso “è impegnato, o almeno così sembra, nello stabilire contatti con gruppi di esuli residenti negli Stati Uniti”.

Un terzo documento del Congresso, sempre firmato da Katzman e pubblicato nel novembre 2017, osserva che “i fattori interni iraniani potrebbero far cambiare la politica estera dell’Iran”. Tra questi fattori, la relazione afferma che:

“Un’insurrezione in Iran o altri eventi destabilizzatori per il regime potrebbero accelerare i cambiamenti politici che possono essere favorevoli od ostili agli interessi degli Stati Uniti. L’uscita inaspettata dalla scena politica del Leader Supremo potrebbe cambiare drasticamente la politica estera dell’Iran, a seconda delle opinioni del suo successore”.

Oltre alle decine di milioni di dollari all’anno a supporto delle operazioni di condizionamento mediatico attraverso i vari mezzi di informazione, i documenti di finanziamento del governo statunitense forniscono ulteriori dati sui fondi degli ultimi anni, rivolti alla “promozione della democrazia” in Iran.

I documenti dell’USAID e del Dipartimento di Stato rivelano che l’amministrazione Trump, nell’arco di tutto il 2016, ha fornito almeno 1.146.196 dollari a varie ONG dell’opposizione in Iran. I fondi sono stati forniti dal Dipartimento di Stato attraverso il National Endowment for Democracy (NED). I dati completi per l’anno 2017 non sono ancora disponibili.

Per comprendere meglio di cosa si stia parlando, la somma in questione è infinitamente superiore a quella spesa da persone fisiche o giuridiche collegate alla Russia, che si dice abbiano sborsato a Twitter, Facebook e Google per influenzare le elezioni americane un totale massimo di circa 447.100 dollari.

Il NED è un’organizzazione no-profit finanziata dal Congresso degli Stati Uniti attraverso il Dipartimento di Stato, fondata nel 1983 inizialmente per sostenere movimenti politici stranieri antisovietici. Documenti declassificati rilasciati dalla Reagan Presidential Library confermano che il direttore della CIA William Casey ha svolto un ruolo guida nella struttura del NED, considerandolo un mezzo per fornire copertura legittima al finanziamento di gruppi che minano o rovesciano governi stranieri ostili agli interessi degli Stati Uniti.

A partire dal gennaio 2017, il NED è stato presieduto dalla dott.ssa Judy Shelton, che è stata membro del team di consulenza economica di Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Per la stragrande maggioranza dei progetti finanziati in Iran, i nomi dei beneficiari delle sovvenzioni NGO non sono stati divulgati.

I finanziamenti della “promozione della democrazia” dell’amministrazione Trump continuano una politica senza soluzione di continuità perseguita dalle successive amministrazioni democratiche e repubblicane. L’amministrazione Obama ha speso un totale di $ 1.802.537 dal 2014 al 2015.

STRUMENTALIZZARE IL MALCONTENTO DELLA POPOLAZIONE

I dati NED che descrivono questi progetti sono chiari: i finanziamenti del Dipartimento di Stato sono stati indirizzati a progetti dove si collabora con diversi gruppi iraniani nel loro stesso territorio nazionale.

Così in uno dei progetti viene descritta la missione principale: “coinvolgere i membri dell’intellighenzia iraniana in proclami pubblici sulle prospettive sociali, economiche e politiche di un Iran democratico”. In un altro si fa riferimento alla necessità di strumentalizzare l’attivismo globale dei diritti umani affinché “gli attivisti iraniani vedano migliorata la propria piattaforma comunicativa e l’accesso alle informazioni”.

Un ulteriore progetto mira a sviluppare e consolidare una rete di “giuristi democratici in Iran”. Un altro poi fissa il suo obiettivo nello “stimolare i cittadini a fare pressioni per una maggiore trasparenza e responsabilità”, mentre in un altro ancora si spiega che i beneficiari delle sovvenzioni inviate in Iran “rafforzeranno la capacità dei cittadini iraniani di condurre un monitoraggio dei processi politici a livello locale attraverso un programma di formazione mirato”. Ad esempio, un progetto NED finanziato dal Dipartimento di Stato nel 2016 cerca di sfruttare la crescente crisi idrica iraniana per aumentare l’ostilità nei confronti del governo. Secondo il NED, l’obiettivo del progetto è:

“Mobilitare la partecipazione pubblica in iniziative volte a mettere fine alla cattiva gestione dell’emergenza idrica da parte delle autorità nazionali e locali. Le attività del progetto acuiranno la consapevolezza pubblica e socio-civile del ruolo che la cattiva gestione delle acque da parte delle autorità ha avuto nelle attuali condizioni di siccità dell’Iran, tentando di rendere ineludibile la soluzione del problema nell’ambito della sfera politica”.

I vertici che dettano le strategie statunitensi in politica estera hanno seguito da vicino l’impatto della crisi idrica dell’Iran negli ultimi anni. Un recente articolo di Scientific American, ad esempio, riporta le osservazioni di alti esperti statunitensi del Consiglio Atlantico e della Brookings Institution, che hanno un’influenza significativa sulla narrativa di politica estera ai più alti gradi del governo statunitense.

Gli analisti hanno detto a Scientific American che, pur essendo i fattori immediati dietro le proteste i bassi salari, la crescente sfiducia nei confronti dei leader politici e il crollo delle istituzioni finanziarie (in gran parte amplificato dalle continue sanzioni imposte dagli Stati Uniti), le implicite cause scatenanti vanno ricercate nell’impatto del cambiamento climatico.

L’Iran ha vissuto un ciclo crescente di estremi casi di siccità a partire dagli anni ’90, determinato in gran parte dai cambiamenti climatici, ma esacerbato dalla cattiva gestione dell’emergenza. Ciò ha avuto un impatto sulla produzione agricola, influenzando la vita degli agricoltori rurali e peggiorando i già alti tassi di disoccupazione giovanile, proprio mentre lo Stato ha reagito riducendo i sussidi in risposta ai crescenti problemi economici. Le proiezioni climatiche prevedono che, qualora si escludano eventi inattesi, le condizioni di siccità sono destinate a peggiorare.

Nel frattempo, in base al nuovo bilancio dell’Iran, i prezzi del carburante sono aumentati del 50% e i sussidi sociali sono stati tagliati a 30 milioni di iraniani, mentre si attende un aumento dei fondi stanziati ad istituzioni religiose e ecclesiastiche. Il cambiamento climatico, in altre parole, sta facendo peggiorare un percorso economico già insostenibile.

Sebbene non si possa non riconoscere che simili problemi esistano effettivamente nella realtà iraniana, i documenti del Congresso e del Dipartimento di Stato forniscono chiare prove d degli sforzi statunitensi nello sfruttare il malcontento in Iran per indebolire il regime dall’interno.

SFRUTTARE I DIRITTI UMANI PER PROMUOVERE LA MONARCHIA

Mentre il governo degli Stati Uniti usa abitualmente le gravi infrazioni dei diritti umani in Iran come giustificazione fondamentale per i suoi attacchi anti-regime, la sua alleanza (in nome dell’isolamento e dell’indebolimento del regime iraniano) con regimi del Golfo altrettanto violenti come l’Arabia Saudita discredita l’idea che la politica degli Stati Uniti sia genuinamente motivata da considerazioni umanitarie o democratiche.

Gli interessi statunitensi di sempre in Iran sono descritti francamente in un memorandum di ricerca del 1977 pubblicato dall’US Army War College’s Strategic Studies Institute e firmato dal dott. Robert Ghobad Irani, analista del SSI e specialista di affari iraniani:

“In termini di popolazione, risorse, terra e potenziale di influenza, l’Iran e l’Arabia Saudita rimangono i due principali centri di potere nell’area del Golfo Persico, con l’Iran che occupa chiaramente una posizione predominante. Il principale punto di forza di Iran e Arabia Saudita consiste nelle loro enormi riserve di petrolio e nel colossale volume di produzione di questa sostanza. L’area del Golfo contiene circa il 70 percento delle riserve petrolifere conosciute e attualmente produce circa il 30 percento della fornitura annuale di petrolio del mondo occidentale. I principali produttori sono l’Iran e l’Arabia Saudita»”.

Il memorandum prosegue evidenziando la necessità per gli Stati Uniti di sostenere uno specifico vettore d’azione che incoraggi governi filo-occidentali:

“Idealmente, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica devono affinare la loro comprensione dei rapidi e complessi cambiamenti che stanno avvenendo nell’area del Golfo. Dovrebbero prendere accordi reciproci nell’incoraggiare l’ascesa, nell’area in questione, di leader moderati, pragmatici e lungimiranti”.

Il memorandum celebra il rovesciamento del primo ministro democraticamente eletto, Mohammed Mossadegh, lamentando che il suo governo aveva supervisionato “la nazionalizzazione della compagnia petrolifera anglo-iraniana”; ed accoglie con favore il “ritorno al potere” del monarca precedentemente deposto, lo Shah. Ritorno che, come ora sappiamo, era stato orchestrato segretamente da un colpo di stato appoggiato dal MI6 e dalla CIA. Secondo Amnesty International nel 1975, l’Iran dello Shah presentava “il più alto tasso di pene di morte nel mondo, nessun valido sistema di tribunali civili ed un sistematico uso di torture al di là di ogni immaginazione”. Cosa che non presentava un problema per la strategia statunitense.

“Teheran e Riad, con l’aiuto dell’Occidente, giocheranno ruoli decisivi nel mantenimento di equilibri di potere pro-monarchici nella regione del Golfo”, scrive la testata ufficiale dell’US Army SSI. “Finché queste due grandi potenze regionali rimarranno moderate, pro-occidentali e anticomuniste, anche gli equilibri di potere nell’area del Golfo rimarranno favorevoli all’Occidente“.

Questo quadro statunitense è stato drammaticamente infranto due anni dopo con la rivoluzione del 1979. Uno studio del Pentagono pubblicato alla fine del 2017, presentato da INSURGE, ha riconosciuto che la vera ragione dell’ostilità degli Stati Uniti verso “forze rivoluzionarie” come l’Iran o la Corea del Nord ha poco a che fare con fantomatiche minacce per l’Occidente. La vera ragione consiste nel fatto che “nessuno dei due è il prodotto dell’ordine contemporaneo e nessuno dei due, tanto più, è disposto ad accettarlo di buon grado”. Il problema chiave è che queste nazioni stanno bloccando l’espansionismo degli Stati Uniti:

“Come minimo, intendono distruggere la capacità dell’ordine guidato dagli Stati Uniti di penetrare nell’area che percepiscono come la loro legittima sfera di influenza. Sono anche decisi a sostituire tale ordine localmente con un nuovo sistema di regole da loro imposto”.

Ma l’inclinazione verso soluzioni non democratiche non è diminuita. All’inizio del 2017, VOA e Radio Farda, finanziate dal governo statunitense, hanno trasmesso in Iran un discorso del figlio del defunto Scià, Reza Pahlavi, dove viene sostenuta l’idea di “un pacifico cambiamento di regime” attraverso la protesta e la disobbedienza civile. Simili trasmissioni pro-Scià, organizzate in Occidente, presentano critiche minime, se non inesistenti, alle repressioni e alle ineguaglianze dell’epoca, che invece idealizzano come un passato glorioso.

Pahlavi si è formalmente congratulato con Trump per la vittoria alle elezioni del 2016. Nelle recenti dimostrazioni, molti manifestanti in tutto l’Iran hanno cantato slogan pro-Scià che chiedevano la ricostituzione del potere monarchico. Canti come “Reza Scià, riposa in pace”, “Che errore abbiamo fatto partecipando alla rivoluzione” e ” Restituiteci lo scià “.

COSA PREPARA IL FUTURO

L’amministrazione Trump ha adottato un approccio all’Iran che sembra destinato a giustificare una strategia più militarizzata, volta a indebolire – e infine a far cadere – il presente regime. Trovare un pretesto per silurare l’accordo nucleare iraniano sembra essere una componente fondamentale di questa strategia. Questo approccio, tuttavia, non fa che aggravare le tensioni, incoraggiando l’Iran a reprimere brutalmente gli attivisti interni e i gruppi di opposizione con il pretesto dei finanziamenti statunitensi. Inoltre, minaccia di destabilizzare una regione già di per sé instabile e rende più probabile uno scontro nucleare.

Il governo degli Stati Uniti non sembra aver appreso la lezione che la democrazia non può essere imposta dall’esterno. In assenza di un significativo cambiamento nella strategia statunitense, altri paesi – al fine di salvaguardarsi da un rapido deterioramento della sicurezza internazionale – possono usare a proprio vantaggio le relazioni con gli Stati Uniti.

Allo stesso modo, l’Iran non è riuscito a capire che gli sforzi sempre più drastici nel reprimere in patria l’opinione pubblica e il sentimento anti-regime alimentano solo il dissenso. D’altra parte, l’Iran non è riuscito nemmeno a capire e a gestire l’impatto causato dalla convergenza di crisi interne economiche, energetiche e ambientali.

Il movimento democratico della società civile iraniana dovrebbe, a sua volta, essere consapevole del modo in cui l’opposizione viene strumentalizzata attivamente da forze straniere i cui obiettivi geopolitici egoistici potrebbero destabilizzare l’intero Medio Oriente.

L’ironia, naturalmente, è che, con il governo degli Stati Uniti che realizza l’agenda anti-Iran in alleanza con alcuni dei più tirannici paesi violatori dei diritti umani nella regione, il regime di Trump e quello iraniano sembrano ogni giorno più simili.

(da Mint Press News – Traduzione di Claudio Napoli)