Nave ENI bloccata dalla Turchia: segno della debolezza italiana nel Mediterraneo

Il block03 cipriota si estende ben oltre le 12 miglia nautiche. Lì, Ankara non ha diritto di rivendicare alcunché. Il blocco della Saipem 2000 dell’ENI, contrario al diritto internazionale, è semplicemente una mossa di Recep Tayyip Erdogan atta a far sì che Nicosia continui a condividere le sue riserve energetiche con la parte filo-turca di Cipro, non riconosciuta da nessun ente.

Atto di pura aggressione, pari pari a quello compiutoci da Tel Aviv nel block09 libanese, da lei rivendicato contro ogni diritto. In questo scenario, l’ENI si è vista sabotare le trivellazioni congiunte con la Total e la Novotek nonostante regolari contratti stipulati con Beirut. Essendo italiana – quindi non sovrana -, dovesse decidere di perseguire nelle operazioni ci sarebbe il rischio di un nuovo Giulio Regeni che comporterebbe la perdita definitiva del giacimento off-shore, come accaduto in Egitto in favore della British Petroleum.

C’è da piangere per quanto non contiamo nulla nello scacchiere geopolitico del Mediterraneo. Sono lontani i tempi di quando Bettino Craxi, con 30 anni di anticipo, capì il boom demografico dei Paesi africani che avrebbe destabilizzato l’Europa e agì di conseguenza con piani di sviluppo. “Le popolazioni giovanissime di quei Paesi andranno verso le luci della città, se noi non gliele accenderemo”, diceva. È solo un ricordo nostalgico quell’epoca di spessore avuta inizio grazie a uomini quali Enrico Mattei che, nell’immediato dopoguerra, con i famosi accordi 50-50, avevano drasticamente ridotto – se non proprio distrutto – il monopolio petrolifero delle Sette Sorelle, trasformato Milano Sud nel centro nevralgico del settore e contribuito alla metanizzazione del Paese, ad accordi di cooperazione energetica in una posizione negoziale forte e alla stabilizzazione di Paesi a rischio come la Libia. Sconforto.

(di Davide Pellegrino)