Quel bambino venuto da Fiume

Luciano Rubessa è un signore il cui aspetto non rivela in maniera precisa l’età. Il suo 10 Febbraio trascorre tra una cerimonia di commemorazione e l’altra, alla presenza di autorità e realtà associazionistiche, e lui non ne salta una. Così come in tutti gli altri giorni dell’anno, da lunghissimo tempo.
Classe 1942, Rubessa è il presidente della sezione bresciana del Centro Mondiale per la Cultura Giuliano-Dalmata, che si occupa di tenera viva la memoria della popolazione italiana cacciata dalla terre di Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia.

Nato a Fiume in un rifugio anti aereo, racconta di come fino al 1945 non ha praticamente visto la luce, vivendo sempre al riparo dalle bombe americane. Nel 1947, grazie ad un vecchio contatto con un amico di famiglia residente in provincia di Brescia, suo padre riesce ad ottenere l’avvallo per passare Trieste senza essere spedito chissà dove, e in una traversata di 60 lunghissimi giorni lungo il Nord Italia, arriva insieme alla moglie e ai figli nella città lombarda.
Qui trovano ospitalità in un campo profughi allestito per far fronte all’emergenza abitativa post bellica. Rubessa racconta di come i bambini andassero a scuola e gli adulti, quelli che non avevano un lavoro, erano impegnati in lavori di utilità collettiva, come il rimboschimento del Monte Maddalena, che a Brescia sorge a nord del centro cittadino. Nessuno poteva passare le sue giornate senza fare nulla, e questo ha dato dignità ad una situazione di per sé già difficile. Suo padre, che racconta essere stato falegname, si era attrezzato per costruire delle divisorie all’interno di stanzoni che ospitavano numerose famiglie, tentando così di dare maggiore intimità agli ospiti del campo.

Nel 1953 la sua famiglia si trasferisce in un’abitazione, e comincia la sua esistenza bresciana. Luciano Rubessa, fin da giovanissimo, si iscrive al partito liberale, arrivando anche in consiglio comunale e in giunta come assessore. Padre liberale come lui e nonno socialista, Rubessa spiega di come la sua non sia una famiglia fascista. E’ una famiglia con la sola colpa di essere stata italiana in terra giuliano-dalmata.

Il suo impegno lungo oltre 50 anni lo si può riscontrare nei numerosi libri, nelle pubblicazioni, nei lavori portati avanti, con grandi difficoltà, nelle scuole, quando i presidi lo permettono. Anche nella toponomastica bresciana si trova testimonianza di un ricordo che non si è mai affievolito: via Zara, via Fiume, via Parenzo, via Vittime d’Istria, Fiume e Dalmazia, via Martiri delle Foibe. Oggi aspetta anche l’intitolazione di una “Piazza Giuliano-Dalmata”: a 75 anni non viene meno alla sua missione di testimone vivente di una tragedia della Storia purtroppo spesso minimizzata, se non addirittura negata.
Luciano Rubessa, non certo senza un’espressione che lascia trasparire ancora dolore, racconta appassionato di cosa fossero le sue terre natie prima che il maresciallo Tito le epurasse. Terre ricche e fiorenti, con una storia di 22 secoli, che hanno dato 3 Papi e 5 imperatori, di cui il più noto è stato Diocleziano, e una decina di dogi. L’arena di Pola, ricorda in un calzante esempio, è stata costruita prima del Colosseo. E prima che i partigiani jugoslavi cominciassero la loro “resistenza”, quelle terre non avevano mai conosciuto l’odio etnico. Le diverse minoranze convivevano in una dimensione mitteleuropea, aperta e fiorente sia dal punto di vista culturale che economico.
I titini invece portarono in quella porzione delle sponde adriatiche la tragedia dei campi di concentramento, delle epurazioni su base etnica, dei massacri e degli stupri. Rubessa racconta di come le uccisioni avvenissero anche per motivi completamente futili, e non certo ascrivibili all’appartenenza al fascismo: era sufficiente che ad un partigiano piacessero un paio di scarpe o un cappello per far si che, con un colpo di fucile in fronte, gli indumenti cambiassero proprietario. Quella dei “fascisti” era solo una scusa: le vittime ebbero la sola colpa di essere italiane. A perdere la vita però non furono solo loro: nelle Foibe furono gettati anche altri partigiani, in prevalenza socialisti e democristiani. Nel disegno dei partigiani jugoslavi, per loro non c’era spazio.

I trattati di pace di Parigi del 1947, poi, sulla carta garantivano agli italiani la possibilità di andarsene dalle terre cedute, ma nei fatti furono una farsa: per arrivare in Italia bisognava scappare di nascosto, diversamente i partigiani del maresciallo Tito passavano per le armi chiunque non avesse scelto di essere slavo, uomini, donne, bambini, anziani. Nessuno si salvò dalla violenza dei combattenti jugoslavi: l’OZNA, i servizi segreti, cercavano i loro nemici casa per casa. Per dare una parvenza di legittimità a queste efferatezze, si svolsero numerosi processi in cui l’accusatore e il testimone erano entrambi combattenti jugoslavi. Bastava una qualunque bugia per scagionare gli uomini di Tito dalle accuse più terribili.

In una notte, quella del 10 Febbraio del 1947, con la firma dei trattati di pace da parte di De Gasperi, furono cancellati quasi 8.000 kilometri quadrati di Italia, la loro storia, la loro toponomastica, e buona parte della popolazione, già ridotta in numero dalla violenza titina, dai proiettili come dal lancio di persone ancora vive nelle Foibe. Al territorio giuliano-dalmata rimasero le ricchezze degli italiani uccisi e di quelli costretti a fuggire: negozi, attività commerciali, case, terreni, imbarcazioni. La nuova Jugoslavia comunista si prese tutto quanto senza merito. Trieste, invece, tornò italiana solo nel 1954, non senza aver ceduto ulteriori parti della sua provincia alla Repubblica di Jugoslavia.
Più di 70 anni dopo, come ricorda nella sua preziosa testimonianza Rubessa, agli esuli istriani e giuliano-dalmati non è concesso dai governi sloveno e croato nemmeno portare un fiore ai loro compatrioti barbaramente uccisi dalla folle violenza dei partigiani di Tito.

In Italia, l’opinione pubblica è ancora influenzata da una visione distorta di questi tragici eventi, con la complicità di un sistema mediatico e soprattutto scolastico che non intende raccontare come le cose andarono realmente. La grande vulgata della repubblica nata dalla resistenza deve essere protetta a tutti i costi, compreso quello di infangare la memoria di coloro che, “di tutti gli Italiani, erano i migliori.” Questo nonostante i racconti di chi ha vissuto quei giorni e quegli anni trasmettano ancora oggi il dolore di un popolo che ha perso tutto ma che dignitosamente ha trovato il coraggio di ricominciare, con l’orgoglio, oggi sempre più raro, di essere italiani e di appartenere alla propria Patria malgrado la violenza dei nemici.
A 75 anni Luciano Rubessa però è fiducioso: sebbene la Storia non renda ancora la giustizia che questa pagina merita, “la verità è trasparente: almeno quella, non ha colore. Prima o poi si dovrà vedere quello che c’è sotto”.

Al centro dell’immagine l’esule Luciano Rubessa, con gli organizzatori di una recente commemorazione tenutasi a Brescia.

(Giuseppe Lupo)