Macerata: quel coro sulle foibe è la cultura di certi vermi dell’antifascismo

Il canto bestiale che si leva dalla folla di Macerata è di quelli che non possono lasciare impassibili. La violenza, la brutalità, l’infamia e la volgarità dello sporcare, in una presunta manifestazione antirazzista, il ricordo di chi ha subito una pulizia etnica non può e non deve passare sotto traccia.

Le bottiglie di latte spaccate sui binari della stazione, i bambini in lacrime, il dolore e la disperazione di un popolo fuggito verso la madrepatria in cerca di salvezza, conforto, speranza, radici. Un popolo costretto dall’odio jugoslavo ad abbandonare le case, caricarsi in spalla oggetti, mobili, in qualche caso le ossa dei cari defunti. Un popolo che ha sofferto tutto questo per l’orgoglio del non voler rinunciare alla propria storia, per non volersi piegare alla slavizzazione, mantendo ben salde le sue radici.

Per chi era italiano quegli anni in Istria, in Dalmazia, a Zara, Ragusa, Pola, Parenzo furono anni di orrore. A coppie di due, legati da un filo di ferro. Stavano fermi, e possiamo immaginarne il terrore, gli italiani davanti ai plotoni titini. Erano gente comune: medici, avvocati, commercianti, artigiani, farmacisti, di ogni estrazione sociale e politica, persino antifascisti. Il più fortunato della coppia riceveva una pallottola, morendo sul colpo. L’altro precipitava con lui nella fossa, ancora vivo, pregando che il destino che aveva già colpito il compagno giungesse presto.

Allora via. Non c’era altra soluzione. Gli italiani da quel momento non potevano più esserlo. Dovevano lasciare le loro città, partire, a migliaia sulle navi. Ad attenderli in Patria non c’erano folle accoglienti, niente #refugeeswelcome, niente associazioni, niente piagnistei della propaganda mediatica. Infami, cani, folle accecate dall’ideologia che avevano in mente di perseverare nell’odio dei compagni jugoslavi. Questo trovarono. Chi aveva osato scappare dal “glorioso Paese del socialismo”, per una valore come la Patria poi… beh, non poteva che essere un fascista. Uno da scacciare, da prendere a sassate, uno i cui bambini lasciare affamati e in lacrime.

E la triste e vergognosa storia dell’accoglienza degli esuli giuliano-dalmati in Italia, il silenzio che ha sottaciuto il tutto per anni, le reazioni che ancora oggi questa storia crea, hanno un minimo comun denominatore: l’antifascismo. Un sentimento folle, che non lascia spazio alla razionalità e diventa anti-italianità a prescidere. I compagni partigiani titini non possono aver sbagliato, quegli italiani saranno stati sicuramente dei fascisti, dunque giusto ucciderli. È la logica che spinge ai giorni d’oggi, una folla di vermi a cantare in piazza, alla presenza delle istituzioni, proprio nel giorno del ricordo, “Ma che belle son le Foibe da Trieste in giù”. La continuazione ideologica di una ignobiltà che gli deriva dai nonni, dai padri o che hanno appreso da qualche vecchio cattivo maestro.

Oltre a qualche commento di stigmatizzazione il tutto però viene lasciato passare quasi sotto traccia. Ma cosa succederebbe se in qualche manifestazione “neofascista” qualche cretino cantasse un coro per inneggiare all’eccidio di Marzabotto? Possiamo soltanto lontanamente immaginarlo. Le reazioni sarebbero, giustamente, severissime e i colpevoli sarebbero, altrettanto giustamente, puniti con mano ferma.

In una splendida intervista fatta dall’artista Simone Cristicchi a Elsa Crevatin, esule da Parenzo, la signora concludeva con una frase: “L’amore di Patria è qualche cosa che deve sopravvivere alle ideologie“. Non si può chiedere certo agli antifà nostrani l’amore di Patria, come non lo si poteva chiedere a chi, vecchio antifascista, lanciava i sassi ai treni degli esuli a Bologna 70 anni fa, ma non si può non sottolineare il ribrezzo che genera la loro vigliaccheria e la loro idiozia quando esaltano l’assassinio di connazionali innocenti.

Loro sì, italiani, con una nobiltà e una dignità che chi sventola oggi in piazza qualche banderuola, credendosi un partigiano, non potrà mai raggiungere, nemmeno se e quando, un giorno, si spera, chiederà scusa rendendosi conto di quanto faccia schifo.

(di Simone De Rosa)