Perché il progressismo produce odio e violenza

I fatti di Macerata, prima con la morte tragica di Pamela, la ragazza tossicodipendente vivisezionata da un immigrato, poi con la reazione psicotica di Luca Traini, hanno messo in evidenza ancora una volta le ipocrisie, la pericolosità del progressismo.

In una spirale di post sui social, articoli, interventi televisivi, il mondo sinistroide non ha fatto altro che far sentire la propria arroganza, in modo scomposto e ovviamente totalmente fuori dalla realtà, per puntare l’indice contro l’azione criminale dell’ex-candidato della Lega.

Prima, manco a dirlo, Roberto Saviano, che con il suo ammonimento sacerdotale su facebook definiva Salvini “il mandante dei fatti di Macerata” (affermazione grave e passibile anche di denunce), poi Nicola Fratoianni, colonna di quel concentrato di immigrazionismo e falso buonismo che promette cittadinanze a chiunque e, manco a dirlo, un’aggressione diventa il pretesto ideale per continuare il mercanteggiare gratuito di passaporti come se fossero noccioline al cinema.

Andrea Purgatori, ospite a Tagadà qualche giorno fa insieme a Giorgia Meloni, sembra avere occhi – tanto per cambiare – soltanto per la sparatoria di Traini, in questo dimostrandosi simile ai “colleghi” che per Pamela sembrano non avere il minimo interesse.

Il risultato di queste campagne, però, è sempre lo stesso: la violenza. Ma prima di andare a vedere quale “parte” sia autrice diretta, i presunti fascisti, i centri sociali o i manifestanti antifascisti, sarebbe interessante vedere da dove essa tragga la sua origine più fulgida.

Sono almeno 30 anni (di cui gli ultimi 10 con particolare intensità) che la sinistra radicale e l’immenso impero culturale al suo servizio non fanno altro che sponsorizzare l’idea malsana dell’immigrazione: prima come evento morale ineludibile, dagli sbarchi pugliesi nei primi anni Novanta, ai profughi successivi alle crisi in Somalia nello stesso periodo, per giungere alle recenti “primavere arabe” con il curioso risultato di trovarsi di fronte a una maggioranza di clandestini provenienti da tutte altre aree (ovvero la Nigeria e, in generale, l’Africa subsahariana).

Poi con il dogma dell’immigrazione clandestina come reato inutile, ribadito in diverse occasioni dallo stesso Enrico Mentana. Infine con l’altro dogma, quello del “processo inarrestabile” ripetuto a tambur battente in ogni occasione dai soliti Telese, Costamagna, Purgatori, Santoro.

Questi signori, che non riconoscono la definizione di “invasione” (anche se centinaia di migliaia di sbarchi ogni anno sarebbero considerati tali da chiunque, e non salva la situazione dividerli proporzionalmente per lanciare la solita scemenza del “sono 3 o 4 per 100 abitanti) sono gli sponsor principali dell’estrema concentrazione di clandestini che ha prodotto ghetti e scontri nelle principali città italiane: su tutte Roma, le cui periferie ribollono ormai da anni, con i cittadini sempre più rancorosi contro uno Stato che continua non solo a negare loro la priorità nei diritti su un territorio che rappresenta la loro casa, ma addirittura favoriscono gli immigrati nell’elargizione delle case popolari e nel trattamento fiscale in alcuni settori economici (su tutti, l’ormai drammatico campo ortofrutticolo).

I crimini degli immigrati poi, vengono sempre ridimensionati: l’espulsione è quasi una chimera, e perfino il carcere “ospitato” non sempre è una certezza. Lo dimostra il caso dell’assassinio di Pamela, il cui carnefice, probabilmente, uscirà dallo stato di detenzione molto prima di quanto si pensi, visto che autorità giudiziarie di dubbia moralità sentenziano che fare a pezzi una persona non costituisca per forza prova sufficiente per l’accusa di omicidio.

I risultati di questa cultura infame sono presto detti: le tensioni sociali aumentano, per poi svilupparsi quelle etniche. Persone insane di mente trovano libero sfogo alle loro rappresaglie, come già avvenuto, in altri casi, in Europa (si pensi al caso di Breivik in Norvegia).

Il cittadino normale s’incazza in virtù di una carta d’identità senza alcun valore, perché vede impuniti criminali attivi contro i propri simili, il puro identitario va loro dietro, gli antifascisti trovano nuovi pretesti per lottare contro camice nere inesistenti e, nel Giorno del ricordo, si dilettano anche a inneggiare allo sterminio degli italiani giuliano dalmati.

La sintesi di tutto questo si chiama odio. Non l’hanno prodotto i fascisti, non l’hanno generato i partiti di destra anti-immigrazione, addirittura non lo hanno sviluppato nemmeno – e sono assolutamente serio quando lo dico – i centri sociali che di violenza ne esprimono fin troppa.

I responsabili, i veri mandanti, fessi o semplicemente ipocriti, chiamateli come vi pare, sono i rappresentanti di un clero mediatico e intelletualoide che continua a insistere nel forzare, con l’impeto che lo contraddistingue, natura, popoli, e comunità.

L’idea, del tutto artificiosa, è sempre quella del mondo multiculturale ad ogni costo, della società multietnica per dogma, della concentrazione di popoli genuinamente diversi nello stesso ambito, offendendo il diritto alla tutela dei padroni di casa e il diritto allo sviluppo degli ospiti.

La violenza è la conseguenza più ovvia. Il progressismo aizza popoli, sessi, culture le une contro le altre. Difenderlo, in questo momento storico, significa volere più liti, più sangue, più morti. Attaccarlo e lottare contro di esso significa voler lottare davvero per la pace.

Scegliete da che parte volete stare. Quanto al sottoscritto, ho già deciso da un pezzo.

(di Stelio Fergola)