Macerata e fascismo: risposta critica al Guardian e a Rula Jebreal

Internazionale, in queste ore, riporta un estratto di un articolo del Guardian di Rula Jebreal attinente ai fatti accaduti a Macerata, sabato 3 febbraio, che sostiene che le cause degli stessi siano da imputare al modo in cui viene raccontata la crisi dei migranti, alle notizie false e al non aver fatto i conti con il passato.
L'immagine può contenere: 1 persona

Sul primo punto siamo d’accordo. Sempre più frequentemente una certa stampa concede uno spazio minore, se non assente, alle notizie sui crimini dei clandestini. Omette nazionalità, provenienza ed etnia. Sorvola sulla loro gravità. Una soppressione, letteralmente, di ogni potenziale argomento contro l’immigrazione. Un atteggiamento che, di solito, assumono gli sconfitti perenni o chi, conscio di aver creato, al tessuto sociale del Paese, un danno enorme si trova faccia a faccia con la sua sporca coscienza.

Questo purtroppo però ha delle conseguenze e, insieme ad altri fenomeni, può essere benissimo una delle cause che portano soggetti psicolabili o frustrati a compiere gesti drammatici come quelli di Luca Traini. Per avere la conferma di quanto stiamo dicendo è sufficiente aver letto i giornali ed ascoltato le opinioni di taluni in questi giorni: la barbara morte di Pamela Mastropietro viene relegata in un trafiletto a piè pagina ed è frutto di un “caso isolato”. La mancata strage, invece, è pubblicizzata e da imputare al “fascismo” nella sua interezza.

Una ridicola “sessantottinizzazione” di tale fenomeno, nella quale tutto è fascismo, anche il suo opposto. Della serie: sei contro i clandestini? Sei fascista. Eppure non si può certo dire che lo smembramento degli organi sia un crimine meno grave di un tiro al bersaglio e di una caccia all’uomo in pieno centro. Per quanto concerne il secondo punto, sostenere che il tanto sbandierato multiculturalismo obblighi gli autoctoni a rinunciare a libertà che erano abituati a considerare come diritti non ci sembra una “fake news”.

Lo è, semmai, dichiarare il contrario, inquadrando la naturale (e spiacevole) conseguenza di tutto ciò – una inevitabile escalation di violenza – quale fenomeno paranormale o inaspettato. Una società degna di tale nome dovrebbe lavorare affinché certe psicopatie, come quelle manifestatesi nella città marchigiana, non esplodano in tutta la loro brutalità. La strada giusta per farlo non è spendere 5 miliardi di € all’anno per mantenere una moltitudine di nullafacenti, in cerca di un welfare state formato Scandinavia, i quali, dato che si presuppone siano poveri per definizione – nonostante posseggano molto spesso terreni nei loro Paesi d’origine – hanno diritto ad ogni servizio gratuitamente.

E non è la strada giusta nemmeno concedere sgravi fiscali alle aziende che assumono queste “risorse”, costringendo la forza lavoro locale ad adattarsi a condizioni di lavoro simil-schiaviste. Non c’è fascismo o Matteo Salvini che tengano. In primis, la responsabilità di quanto accaduto sta in chi ambisce all’accoglienza continuando ad ignorare problematiche di carattere fisiologico esplose, da anni, come una bomba radioattiva.

Sul terzo punto, più che nei mancati bilanci con la storia, una parte delle ragioni è da ricercare nei veri e propri aborti ideologici prodotti dall’imposizione psicologica che il cosiddetto “uomo bianco”, da oltre settant’anni, subisce passivamente. Poiché deve sentirsi perennemente in colpa per i fatti accaduti ad Auschwitz-Birkenau e la condizione di povertà dell’Africa, è costretto ad accettare il meticciato, strumento atto a creare un caos etnico a svantaggio tutto suo. Gli è vietata qualsiasi forma di identitarismo, pena le accuse di razzismo. Viene visto come un folle se vuole che la sua etnia sopravviva, si moltiplichi, esista e non si estingua. È additato come seguace dell’eugenetica se dichiara che gli africani abbiano delle fattezze, i cinesi altre e gli indoeuropei altre ancora.

Viene mangiato vivo se, alla stregua di Attilio Fontana, candidato della Lega Nord alla presidenza della Regione Lombardia, dichiara che gli autoctoni stiano subendo una fortissima competizione dalla forza migrante di importazione in riferimento al fatto che molte donne, se propenderanno per quest’ultima, contribuiranno, di fatto, alla non continuazione, a livello biologico, della sua etnia e alla trasformazione irreversibile del patrimonio genetico di un popolo.

Come sempre accade, il limite di sopportazione non è infinito. Il bubbone, prima o poi, scoppia. C’è chi reagisce bene, con la dialettica, le idee e la diplomazia, e chi, ahinoi, no.