La censura a de Benoist: un’altra chiave di lettura

Lo scopo del presente articolo non è quello di esprimere l’ennesima indignazione per una sorta di “fascismo dell’antifascismo” che infetterebbe il mondo intellettuale e dell’informazione contemporaneo. Lasciamo volentieri questo tipo di esternazioni al noto filosofo “dissidente” e “ribelle” Diego Fusaro.

Quale dovrebbe essere, davanti ad un fatto del genere, la replica più consapevole di tutti “noi” che, a causa delle nostre idee e delle nostre convinzioni personali, assumiamo, al giorno d’oggi, Alain de Benoist quale uno dei nostri principali punti di riferimento teorici? “Noi”, che oltre che lettori di de Benoist lo siamo anche, in misura diversa, di autori come Friedrich Nietzsche, Pierre Drieu la Rochelle, Ernst Jünger e Carl Schmitt, dovremmo veramente stupirci di questa specie di interdizione subita dal filosofo francese?

Forse, la reazione più adeguata che dovrebbe caratterizzare ognuno di “noi” dinanzi ad una tale notizia dovrebbe essere una sonora, grassa ed eclatante risata! Risata per l’evidente incoerenza e la ridicola goffaggine dei censori “democratici”, “liberali”, “antifascisti” e, secondo i loro più intimi sentimenti, anche “santi”, di quel grande pensatore che è Alain de Benoist.

Come possiamo ignorare (proprio “noi”!) il fatto che, al giorno d’oggi, “tutto è politica” e nulla è “neutrale”, soprattutto la ricerca ed il dibattito filosofici? La politica, o meglio, il Politico, si infiltra dappertutto, soprattutto in un’epoca in cui vige la più vigliacca discriminazione dell’avversario politico. Se non siamo consapevoli di ciò a cosa ci è servito leggere Carl Schmitt e le sue illuminanti lezioni sulle leggi della politica?

Donoso Cortés definiva la borghesia liberale come la “clasa discutidora”, ovvero come la “classe che discute” per evitare le divisioni e gli scontri politici. È in questo modo che l’ideologia liberale ci ha fatto precipitare in un’epoca, per citare ancora una volta Carl Schmitt, di “neutralizzazioni e spoliticizzazioni”, le quali sono accompagnate, parallelamente, dalla criminalizzazione più brutale per chi non aderisce al “pensiero unico” o si sottrae al dibattito omologante.

Se ci soffermiamo soltanto un poco a riflettere, possiamo accorgerci facilmente di come questi “intellettuali” censori e la Fondazione Feltrinelli che li ha assecondati ci abbiano fatto, in realtà, un grande favore. Innanzitutto, perché ci hanno fatto comprendere quali sono le idee che oggi possono davvero dare fastidio a chi detiene il potere. In secondo luogo, perché ci hanno fatto capire che le lotte politiche non si fanno soltanto con le idee. Se fossimo convinti di questo non faremmo altro che cadere in quell’astuto trabocchetto liberale che ci ha svelato, con grande lungimiranza, il vecchio Donoso Cortés.

Quella di far parlare intellettuali come Alain de Benoist, di farli dibattere pubblicamente nei salotti più seguiti dell’intellighenzia contemporanea, sarebbe la strategia migliore per neutralizzare qualsiasi pensiero politico non conforme. Ma questa volta (come tante altre) si sono traditi. I più accaniti alfieri del pensiero dominante non hanno resistito alla tentazione di criminalizzare e zittire chi non aderisce alle loro convinzioni. E ci hanno rivelato (come se ce ne fosse bisogno e come se non l’avessero mai fatto) che la “metapolitica” non basta. Che al pensiero devono seguire l’organizzazione e l’azione politiche. Altrimenti, non si fa altro che finire per essere affetti da quella sorta di “incontinenza del calamaio” di cui parlava quell’autentico rivoluzionario che era Jean Thiriart, riferendosi proprio a de Benoist.

Così, non ci resta che continuare a ridere per un altro po’ e dire fra di noi: “Grazie, cari censori! Grazie, Fondazione Feltrinelli!”.

(di Lorenzo Disogra)