Unioni civili e “componente evangelica” determinano il ballottaggio in Costa Rica

In Europa e non solo in quella occidentale ergersi a tutela della vita o difendere valori cristiani significa essere tacciati di bigottismo e le poche nazioni che ci provano finiscono nel mirino degli organi sovranazionali.

Proprio mentre viene posto l’assedio ideologico al Gruppo di Visegrád, l’alleanza tra i governi di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria che non vanno a genio alle stesse menti che vollero l’estensione dell’Unione Europea ad est (forse solo in funzione antirussa?) e nel momento in cui la cattolicissima Irlanda annuncia un referendum sull’aborto per il prossimo maggio, dall’America Latina si alza una voce fuori dal coro.

Il primo turno delle presidenziali in Costa Rica si è, infatti, giocato sulla tematica delle unioni civili in seguito alla richiesta della Corte Interamericana dei Diritti Umani di provvedere quanto prima a regolarizzare giuridicamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Un qualcosa di già visto per chi nel mondo occidentale si ritrova sottoposto spesso ai diktat di organi sovranazionali.

Assume maggiore rilevanza, per la vicenda, il fatto che la sede del tribunale internazionale sia proprio nella capitale costaricense a San José. L’intromissione non è stata gradita dagli elettori della nazione centroamericana che nell’ultima settimana hanno capovolto tutti i principali sondaggi. A cavalcare il fronte del “No” è stato il giornalista e predicatore evangelico Fabricio Alvarado Muñoz, unico deputato del Partido Restauración Nacional (PREN), accreditato di pochi punti percentuali alla vigilia del voto e che, invece, è riuscito a balzare in testa con il 24,8% dei consensi.

A spingere il quarantatreenne è stata la sempre maggiore componente evangelica nel Paese, oggi stimata in 500 000 aventi diritto di voto su un totale di 3,3 milioni. Lo scontro al secondo turno previsto, ironia della sorte, per la domenica di Pasqua il 1° aprile lo vedrà contrapposto all’ex ministro dello Sviluppo Umano e del Lavoro del governo dell’uscente di Luis Guillermo Solís, ovvero il trentottenne Carlos Alvarado Quesada del Partido Acción Ciudadana (PAC).

Quest’ultimo, fermatosi al 21,7%, favorevole al riconoscimento del matrimonio gay ha basato la sua campagna elettorale sulla promessa di una riforma fiscale che l’attuale governo non è riuscito a far approvare per la scarsa maggioranza in Parlamento. Alvarado Quesada è riuscito a scalzare dalla seconda posizione il favorito Antonio Álvarez Desanti, esponente dello storico partito di ispirazione socialdemocratica Partido Liberación Nacional (Partito di Liberazione Nazionale, PLN) sostenuto anche dal già due volte presidente e Premio Nobel per la Pace nel 1987 Óscar Arias Sánchez, fermatosi al 18,7%.

In quello che si annuncia come un ballottaggio senza precedenti sono rimasti fuori dalla competizione anche il moderato Rodolfo Piza Rocafort del Partido unidad social cristiana (Partito dell’Unità SocialCristiana, PUSC) e il conservatore Juan Diego Castro del Partido Integración Nacional (Partito d’Integrazione Nazionale, PIN), indicato già come il Trump costaricano per i suoi toni populisti e antipolitici.

Ad incidere sul secondo turno sarà la capacità di far breccia anche nella maggioranza cattolica da parte di Alvarado Muñoz, le alleanze con gli altri undici candidati presentatisi al primo turno e le proposte per arginare la crescente disoccupazione salita in dieci anni dal 4,8% al 9,4%. Di sicuro il nuovo presidente del Costa Rica dovrà fare i conti con un Parlamento più frastagliato che mai dato che il contemporaneo voto per l’attribuzione dei 57 seggi dell’unica Camera non ha attribuito alcuna maggioranza.

(di Luca Lezzi)