Pacificare l’Italia: così l’ultimo convegno del Machiavelli

Il titolo della conferenza, mai come questa volta, dice tutto: Memoria, Ricordo e Vittoria.

Tre parole che si legano ad eventi drammatici ed esaltanti della storia d’Italia: il trionfo della prima guerra mondiale, le leggi razziali del 1939, lo sterminio e la fuga dei giuliano dalmati ad opera dei partigiani jugoslavi di Tito in occasione della sconfitta tremenda del secondo conflitto.

Date con una collocazione importante, perché rappresentanti frange di italiani che, dalla seconda metà del XX secolo in poi, attenzionano cose diverse. Gli ambienti della sinistra, ovvero coloro che dominano la cultura italiana da più di sessant’anni, snobbano e infangano la vittoria del 1918 e con enorme fatica riconoscono il dramma degli istriani.

La cosiddetta “destra” di origine più o meno fascista tende a minimizzare talvolta il manifesto antisemita della razza che il regime fascista attuò dopo uno sviluppo ideologico che aveva visto in prima fila nel movimento anche numerosi ebrei.

La necessità di comporre anime che continuano ancora oggi a picchiettarsi su taluni argomenti è quella che traspare sin dalle prime battute della conferenza. Dario Citati, moderatore del Centro Machiavelli, passa da subito alla rassegna della trilogia di eventi storici che, da divisiva, dovrebbe diventare comune. La vittoria spesso vilipesa, considerata “inutile strage” solo da chi non ha rispetto per chi si sacrificò per la patria, il dramma di una legge discriminatoria nei riguardi di una minoranza ristretta la quale, comunque la si veda, fino al giorno prima era stata tra le più energiche sostenitrici della causa nazionale, il trauma di uno sterminio subito da connazionali che avevano il solo torto di sentirsi italiani.

Il generale Giorgio Battisti non può che riprendere il tema del vilipendio, dell’offesa dei morti sacrificati. La continua presa di posizione contro una guerra che, per la prima volta nella storia d’Italia, fu patriottica dall’inizio alla fine.

L’incedere vergognoso nel considerare quei soldati dei vili, codardi, messi in una situazione solo per costrizione e mai per propria convinzione. 5 milioni di italiani mobilitati, più di 600mila vittime, dice Battisti. Ma non c’è solo questo. Esiste, per gli esterofili che tanto amano il giudizio degli altri, una serie di schede di valutazione del nemico che i quadri austro-ungarici davano dell’esercito italiano. Su 10 soldati, 7 venivano considerati più che validi. Esiste, per i contatori certosini dei nostri disertori, un coraggio che ha salvato, sembra strano a dirsi, questo Paese in un’epoca in cui era vivo, nella morte, nella vita, nella pace e nella guerra.

Esiste perfino un amore commosso di italiani verso altri italiani, sentimento che oggi riterremmo quasi una bestemmia. È l’amore che traspare dalla testimonianza di Olivierio Zoia, già presidente dell’associazione degli esuli giuliano-dalmati.

Amore per il padre, nello specifico. Un uomo che, per coincidenze e aiuti fortuiti, riesce a venire tirato giù da una camionetta slava che lo avrebbe condotto alla morte. Il tutto tra il 1943 e il 1945, quando si consuma l’eccidio contro gli italiani di confine, ad Est, in prossimità di quel mondo slavo che già Sidney Sonnino – e molti altri come lui – alla vigilia della Grande Guerra aveva individuato come un’area di grande pericolo per l’Italia e i suoi abitanti. Scapparono tutti.

Lasciarono quella terra, perché l’alternativa era la morte. 11mila vittime, forse qualcuna in più qualcuna in meno. E molte anche dopo la fine ufficiale delle ostilità. Un silenzio che lo Stato italiano ha mantenuto, con la complicità e la pressione di ben note forze politiche, fino alla fine della Guerra Fredda. Alla testimonianza di Zoia, qualche presente piange. Partecipa, con tutta la superficialità che può comportare recepire la sofferenza altrui (che non è propria e mai lo sarà), ma forse, nell’aria della sala, si avverte un timido attimo di speranza per una solidarietà nazionale morta e sepolta, ma che tutti sognano un giorno possa risorgere.

Lascio per ultime le  leggi razziali perché ritengo che su di esse vada fatta una riflessione parecchio dolorosa: esse sono una pagina tragica, che affronta il professor Claudio Siniscalchi durante il convegno. Non ha paura ad ammetterlo, il dottore: Mussolini non era mai stato razzista. Lo dimostrava, anche banalmente, l’elenco delle sue maggiori amanti: Angelica Balabanoff e Margherita Sarfatti, entrambe ebree. Se si leggono le testimonianze scritte sul noto Taccuini Mussoliniani di Yvon De Begnac (non menzionato al convegno ma a mio parere interessante da ricordare), Mussolini stesso ricorda la Balabanoff come la musa ispiratrice della sua vita politica, il punto di non ritorno nel trovare le ispirazioni che avrebbero guidato il proprio pensiero e la propria azione: in parole povere, una maestra.

Quella legislazione fu il frutto, secondo Siniscalchi, dell’irrimediabile tendenza totalitaria del fascismo, ad un certo punto votato alla creazione di un uomo “talmente nuovo” da oscurare perfino la componente ebraica che pure era stata spina dorsale nella fondazione del movimento. Una spiegazione, non abbiamo timore di sottolinearlo, un po’ blanda. Che il fascismo fosse totalitario dalle origini è infatti idea non così poco diffusa e rilanciata da vari studiosi, sebbene sia Renzo De Felice che Emilio Gentile abbiano sottolineato la “progressività” dell’azione ideologica cui in un certo senso Siniscalchi fa accenno.

Ma l’ “uomo nuovo” poteva essere ed era stato fino a quel punto anche ebreo, per cui la semplificazione forse non traccia un quadro completo al riguardo. In ogni modo, che le leggi razziali siano state un atto criminale non può essere in discussione. Ci permettiamo di aggiungere: anche un atto stupido e non remunerativo che ha consegnato, a tempo indeterminato, una delle minoranze più patriottiche della nazione alla infame causa dell’anti-italianismo: la speranza è che convegni come questo aiutino, passo dopo passo, a ricordarci che siamo tutti italiani e che proteggere la nostra società non è un atto di guerra né di violenza verso nessuno, ma soltanto di rispetto e di amore verso noi stessi.

(di Stelio Fergola)