Il fascismo e la massoneria

“Durante questi anni di governo ho constatato che la Massoneria ha dislocato i suoi uomini in quelli che chiamo io i gangli nervosi della vita italiana..Non vi è dubbio che le istituzioni più gelose dello Stato hanno subito e subiscono con alterna vicenda la influenza della Massoneria… Io credo che con questa legge la Massoneria mostrerà quello che è: una sopravvivenza che non ha più ragione decente di esistere nel secolo attuale”

Così tuonava Mussolini in un celebre discorso alla Camera dei Deputati, il 16 maggio del 1925. L’antica società segreta si ritrovò nei confronti del Fascismo a passare dal ruolo di alleata a quella di nemica, almeno formalmente.

Fin dall’Unità d’italia la Massoneria italiana godette di grande prestigio presso i vertici dello Stato ,a tal punto da inserirsi in modo preponderante nel dibattito politico-economico del nuovo Stato. Verso la fine dell’Ottocento, ed in maggior misura durante “l’età giolittiana”(1903-1913), l’ideologia che imperversava nel vecchio Continente era il Nazionalismo, presente in tutte le correnti politiche.

Fu proprio in seguito alla disputa tra neutralisti ed interventisti che i rapporti tra il blocco giolittiano e la Massoneria si incrinarono. In realtà, già durante la “fase crispina”(1887-1896) il “Grande Oriente d’Italia” aveva attraversato un primo periodo di crisi, a causa del coinvolgimento del Gran Maestro Adriano Lemmi nello scandalo della Banca Romana nel 1892.

Anche alcuni membri della loggia ‘parallela’ “Propaganda”, furono coinvolti. All’interno dell’antenata della piu’ nota loggia P2, spiccavano fra gli adepti: Garibaldi, Zanardelli e lo stesso Francesco Crispi, allora a capo del governo. In seguito il GOI si schierò a favore dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Fu sempre il GOI ad appoggiare sia l’impresa dannunziana di Fiume, nel 1919, quanto la marcia su Roma del 1922.

Una volta fatto ritorno dal convegno di Napoli, il duce incontrò a Roma il Gran Maestro, Raoul Palermi, il quale gli garantì l’appoggio delle Forze Armate. Negli anni successivi del regime il mondo massonico italiano presentò due aspetti: il carcere, il confino o l’esilio per i ‘fratelli’ più determinati a difendere la propria identità, mentre quelli più neutrali, che rinunciarono ad esprimere qualsiasi forma di dissenso, continuarono ad occupare nella società italiana posizioni di rilievo.

Nonostante la scarsa simpatia che Mussolini nutrì nei confronti della Libera Muratoria, fin dalla fondazione dei Fasci di Combattimento, un cospicuo numero di massoni finì successivamente per occupare i posti chiave del Fascismo. Ne sono un esempio i vari Italo Balbo, Emilio De Bono, Dino Grandi, Cesare Acerbo ecc. Anche la guida finanziaria ed insustriale del paese venne affidata ad altri ‘fratelli’ massoni, quali Alberto Beneduce, a capo dell’IRI, e Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat dal 1929 al 1946, quando divenne presidente.

Tre giorni dopo il discorso di Mussolini la legge per la messa al bando delle società segrete, ovviamente vista con favore da parte del clero che il duce finì per ingraziarsi ancor più, entrava in vigore. Infatti dal completamento dall’Unità fino alla firma dei Patti lateranensi, la Chiesa cattolica, acerrima nemica della Massoneria, adottò le proprire strategie all’interno del neonato Stato unitario, sorto sotto l’auspicio della Libera Muratoria.

Intermezzo fondamentale è rappresentato proprio dal Patto Gentiloni del 1913, che pemise ai cattolici di compiere un primo passo per la futura partecipazione nella vita politica italiana, fino ad allora interdetti dalla bolla ‘Non expedit’ emanata da Pio IX nel 1874.

Il Gran Maestro del GOI Domizio Torregiani si vide costretto a sciogliere l’ordine di piazza del Gesù. Tra gli assenti al voto vi fu proprio il massone Dino Grandi, che il 25 Luglio del 1943 avrebbe orchestrato la caduta del regime, sfiduciando Mussolini.

(di Emilio Bangalterra)