Macerata: “il mandante morale”, ovvero il disagio della democrazia

Come c’era da aspettarsi, i tragici fatti di Macerata si rivelano una ghiotta occasione per i maîtres à penser della sinistra radical chic, i quali si sono affrettati a commentare la vicenda su Facebook e non hanno avuto la minima difficoltà a individuare il vero colpevole. «Il mandante morale dei fatti di Macerata è Matteo Salvini», esordisce Roberto Saviano. «Lui e le sue parole sconsiderate sono oramai un pericolo mortale per la tenuta democratica». «Quanto accaduto oggi a Macerata dimostra che incitare all’odio e sdoganare il fascismo, come fa Salvini, ha delle conseguenze» – rincara la dose Laura Boldrini: «può provocare azioni violente e trasforma le nostre città in un far west seminando panico tra i cittadini».

La tempestività di simili uscite in aria di elezioni dimostra che l’accusa di “sciacallaggio” rivolta un giorno sì e l’altro pure agli esponenti della destra è perfettamente motivata e comprensibile – come non deplorare le speculazioni politiche sul sangue delle persone? – ma ha un difetto: è sfacciatamente unilaterale e tendenziosa. La strumentalizzazione propagandistica dei fatti di cronaca che di volta in volta catturano l’attenzione dei media e della società è infatti un fenomeno trasversale agli schieramenti politici, è una prassi abituale per i rappresentanti di ogni partito e per i giornalisti di qualsiasi orientamento, e il tentativo di fare della lotta allo “sciacallaggio” una bandiera dal preciso colore politico, una battaglia culturale diretta contro uno specifico avversario ideologico, desta legittimi sospetti sull’onestà intellettuale dell’autore di siffatta pretesa.

Ancora più dubbi e timori sollevano il linguaggio e gli argomenti adoperati in queste circostanze, che richiamano alla memoria gli infelici toni del DDL Gambaro: allora si trattava di mettere il bavaglio ad ogni voce rea di «minare il processo democratico, anche a fini politici», oggi si addita nel segretario della Lega un «pericolo mortale per la tenuta democratica». Checché si pensi di Salvini, in democrazia tutte le opinioni sono uguali dinanzi al verdetto degli elettori – o almeno così dovrebbe essere, se la democrazia vuole continuare a farsi paladina della libertà individuale contro la sua negazione ad opera delle dittature.

Dal momento che si comincia a barare al gioco, raffigurando l’avversario come un “pericolo per la democrazia” – magari sull’onda emotiva di un esecrabile episodio di violenza come quello di ieri mattina – e accaparrandosi l’identificazione esclusiva col sistema politico in vigore, allorché certe opinioni iniziano ad essere meno uguali delle altre, la democrazia rinuncia alla sua tradizionale vocazione universalistica e abbandona la parvenza di superiorità morale che poteva esibire nella polemica con i tanto vituperati “regimi totalitari”.

Talvolta si cerca perfino di dare una legittimazione filosofica a questo eclatante doppiopesismo rifacendosi al paradosso della tolleranza di Karl Popper, la cui astratta logicità tradisce il ricorso a categorie aleatorie al massimo grado come quelle di “tolleranza” ed “intolleranza”, di fatto impugnabili da chiunque.

E proprio questo è il motivo per cui i potenziali bersagli di queste incombenti limitazioni della libertà sono del tutto impreparati a farvi fronte: impelagati nella vetusta dicotomia tra destra e sinistra e intenti a rinfacciarsi a vicenda le colpe del passato o presunte tali, ciascuno di questi gruppi saluterebbe con favore un provvedimento restrittivo ai danni della compagine rivale, salvo poi accorgersi che l’infamante marchio dell’“hate speech” gli si può ritorcere contro con altrettanta facilità. Mentre alcuni si ostinano a vedere il fascismo là dove non c’è – addirittura nella nostra rivista – e ad invocarne a gran voce la repressione, altri non hanno ancora perso l’abitudine di chiamare comunisti i dirigenti del PD e propongono di criminalizzare un’ideologia che spesso e volentieri non conoscono affatto; e nessuno di questi “eremiti” – come li chiamava Costanzo Preve, – sembra avvedersi del reale e tangibilissimo pericolo di annullamento delle libertà democratiche che si profila all’orizzonte.

Le improvvisate obiezioni aristocratiche alla democrazia che fecero eco al referendum sulla Brexit e all’elezione di Trump riflettono una forma mentis che negli ultimi decenni ha messo profonde radici nel costume delle classi dirigenti occidentali: il rifiuto della mediazione politica propriamente detta, della rappresentanza degli interessi e delle aspirazioni degli elettori, e la riduzione dello spazio politico a mero sistema di governance, chiamato ad assecondare gli automatismi del mercato, perlopiù camuffati da un’ideologia generica e melensa quanto basta per fuorviare vasti settori dell’opinione pubblica ed evitare spiacevoli contraccolpi. Il recente giro di vite sulle fake news, la surreale polemica sui vaccini – con un partito che arbitrariamente si erge a voce della scienza – e infine la strumentalizzazione dei sanguinosi fatti dei giorni scorsi dimostrano che le tendenze antidemocratiche ormai non prendono di mira solo il diritto di voto ma anche la libertà di espressione e l’iniziativa politica autonoma dei cittadini.

In particolare la caccia al “mandante morale”, pericolosamente vicina al concetto di “colpa oggettiva” in uso presso i popoli primitivi, introduce un ampio margine d’incertezza: se la libera espressione politica di chicchesia può essere etichettata come “mandato morale” di truci delitti come quelli commessi a Macerata, oggetto di unanime condanna da parte del mondo politico nazionale, allora la censura delle voci dissenzienti si sposterà progressivamente all’interno, diventerà una precauzione messa in atto da chi non vuol figurare come “mandante morale” delle azioni altrui e quindi preferisce tacitarsi da sé. O almeno questo è lo scenario che grossomodo hanno in testa i novelli inquisitori del politicamente corretto. Ma a questo punto il sistema politico occidentale in cosa si distingue dal cosiddetto “totalitarismo”?

(di Francesco Alarico della Scala)