Ecuador: cosa ci dice la vittoria del “Sì” al referendum

La frattura interna alla Revolución ciudadana (Rivoluzione cittadina) ha raggiunto il suo apice. Con la vittoria del fronte del “Si” al pacchetto referendario proposto dall’attuale presidente Lenin Moreno verrà impedito all’ex presidente, e storico leader del socialismo del XXI secolo in salsa ecuadoriana, Rafael Correa di tornare a competere per la più alta carica di rappresentanza pubblica. Analogamente anche l’ex vice-presidente, ora agli arresti, e fedelissimo del leader ciudadano Jorge Glas non potrà più coprire incarichi pubblici.

La frattura nel movimento Alianza Patria Altiva I Soberana (Alleanza Patria Orgogliosa e Sovrana), più conosciuto con l’acronimo di Alianza PAIS, si era verificata già pochi mesi dopo la vittoria elettorale di Lenin Moreno. L’attuale presidente, designato da Correa come proprio successore, ha improntato sin dall’inizio il suo mandato contro ogni tipo di corruzione e a farne le spese per primo è stato il vicepresidente Glas, coinvolto nell’inchiesta Odebrecht. Prima decaduto dalle funzioni di vicepresidente, Glas è stato condannato in seguito a sei anni di prigione da un tribunale di Quito per aver intascato un totale di 13,5 milioni di dollari di tangenti dalla multinazionale brasiliana.

La mancata difesa del suo pupillo e la decisione di forzare i tempi per una vasta tornata referendaria proposta da Lenin Moreno hanno decretato lo strappo interno al partito di maggioranza. Lo stesso Correa, trasferitosi in Belgio con la moglie dopo l’elezione di Lenin Moreno, ha fatto ritorno nei primi giorni del 2018 nella nazione sudamericana per sostenere il fronte del “No” nella campagna elettorale. I quesiti erano molto diversi tra loro ma hanno ottenuto tutti una maggioranza superiore al 60%, così oltre ad aver estromesso gli oppositori interni Lenin Moreno si pone come il successore di una rivoluzione attenta all’ambiente e alle istanze degli indios ma soprattutto come l’uomo forte che, per la prima volta nel continente latinoamericano, ha posto la lotta alla corruzione sopra ogni altra cosa.

Oltre alla modifica che non consentirà a Correa di essere ricandidato, Moreno ha fatto approvare l’abolizione della prescrizione dei reati sessuali contro i bambini, l’allargamento della zona protetta dello Yasuní, il divieto di alcuni tipi di estrazione mineraria, l’abrogazione della “Ley de Plusvalía” (Legge del Plusvalore) che prevedeva una forma di tassazione sulla speculazione sui terreni di proprietà, di fatto impedendo l’aumento del prezzo delle abitazioni e la ristrutturazione del Consejo de Participación Ciudadana y Control Social (Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale, CPCCS). A dare man forte all’attuale presidente è stata anche l’opposizione liberista guidata dallo sfidante sconfitto nelle presidenziali dello scorso anno, l’ex banchiere Guillermo Lasso, che ha intravisto nello scontro tra le due fazioni di sinistra la possibilità di una vittoria elettorale che manca ormai dall’inizio del millennio.

L’enorme partecipazione al voto che ha visto mobilitarsi più dell’80% degli oltre tredici milioni di aventi diritto determina l’importanza che lo scontro tra favorevoli e contrari all’ex presidente Correa ha generato nel Paese. Dal proprio canto Correa ha ricordato come anche il suo amico Chávez dovette arrendersi il 4 febbraio 1992 ricordando, però, che la sconfitta fu solo momentanea (il celebre “por ahora”). In un mese di campagna elettorale Correa è riuscito ad ottenere un lusinghiero 36% da cui molto probabilmente partirà una lunga sfida decisa a scalzare l’ex delfino Lenin Moreno alle presidenziali del 2021.

(di Luca Lezzi)