Fascismo e antisemitismo: un po’ di chiarezza

Poiché siamo in clima di bombardamento mediatico da “Giornata della Memoria“, dove si coglie l’occasione di ridurre il fascismo a discarica storico-politica, chiariamo alcuni punti: tra i fondatori dei Fasci di Combattimento, così come tra i martiri fascisti, spiccano i nomi di uomini di fede ebraica, tra cui Gino Bolaffi, Bruno Mondolfo e Dullio Sigaglia.

Nome degno di nota fu anche Cesare Goldman, il quale concesse personalmente a Mussolini la sala di Piazza San Sepolcro, quel 23 marzo 1919. E come dimenticarsi di Margherita Sarfatti, direttrice della rivista “Gerarchia”, ideologa della cosiddetta “arte fascista” e autrice della prima biografia sul Duce, della quale saranno successivamente stampate 17 edizioni tradotte in 18 lingue diverse.

Non sfugge nemmeno il nome di Ettore Ovazza. Inizialmente attivo nella comunità ebraica di Torino per ottenere consensi nei ranghi fascisti, fu tra i fondatori del periodico “La Nostra Bandiera”, il quale ebbe come scopo la fascistizzazione della comunità ebraica in funzione antisionista. I primi governi in camicia nera, inoltre, furono caratterizzati da presenze di ebrei, tra cui Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni, e Guido Jung, capo del Ministero delle Finanze e volontario nella Guerra d’Abissinia.

Alla luce, quindi, di questo atteggiamento filo-ebraico, è importante seguire il filone storiografico di Renzo De Felice. Le Leggi sulla Difesa della Razza del 6 ottobre 1938 furono emanate per appiattire le divergenze ideologiche il Terzo Reich in un’ottica geopolitica. Di lì a poco sarebbe stata ufficialmente sancita l’alleanza, mediante il noto Patto d’Acciaio del 22 maggio 1939. Oltretutto, se confrontate ai razzismi post-bellici come l’Apartheid in Sud Africa prima dell’avvento di Nelson Mandela, risultano essere molto blande. Lo testimoniano le numerose eccezioni circa i parenti dei Caduti della Patria e della Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e il divieto mai applicato di celebrazione di matrimoni misti.

Le limitazioni avvenivano in attività legate al settore pubblico e al settore notarile. Infatti, pur avendone il permesso, furono solo personalità ebraiche intellettuali e di spicco (Enrico Fermi su tutti) a fuggire dall’Italia, segno che, comunque, la struttura ossea della comunità non venne intaccata in maniera particolarmente rilevante. Di peggio, senza dubbio, accadeva, all’epoca, nel mandato britannico della Palestina. Con il cosiddetto Palestine White Paper, Londra stabilì che non più di 50.000 ebrei sarebbero stati accettati ed accolti e che il diritto all’acquisto di beni immobili sarebbe stato, per la popolazione ebraica, limitato.

Un provvedimento attuato più per limitare il malcontento arabo nei confronti dell’espansione crescente degli insediamenti ebraici ma che, in seguito alla Soluzione Finale – discussa durante la Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 ed attuata in tutti i Paesi europei militarmente occupati dopo il 1 settembre 1939 – favorì e non poco la consegna degli ebrei al braccio della morte dei campi di concentramento di Auschwitz, Birkenau, Buchenwald, Dachau e Treblinka.

Nonostante ciò, rimasero inascoltate le richieste ebraiche al governo britannico. La data funesta per la comunità ebraica, in Italia, è e rimane il 25 luglio 1943. Prima di essa, infatti, l’esecutivo fascista si rese protagonista di tiri e molla continui con i tedeschi. Resta famoso, in tal frangente, l’incontro, nel giugno 1939, tra Benito Mussolini e Joachim Von Ribbentrop. Quest’ultimo pretese la consegna degli ebrei presenti in Istria ed in Dalmazia. Dopo vari “bracci di ferro” il Duce accettó, salvo poi, una volta congedato il Ministro degli Esteri del Terzo Reich, convocare d’urgenza Galeazzo Ciano al fine di sabotarne con ogni mezzo la consegna.

Questo insieme di decisioni risparmiò la vita a circa 60mila ebrei, tra francesi, croati, greci, bulgari e macedoni. Non esistono, carte alla mano, alcune deportazioni di un solo israelita. Queste ultime cominceranno solo quando Benito Mussolini venne imprigionato a Campo Imperatore e Berlino non riconoscerà più alcuna autorità governativa italiana. Tuttavia, anche dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, molte figure legate al fascismo si resero promototrici di politiche filo-ebraiche.

Basti pensare a Ferruccio Bartali o Giorgio Perlasca. Dubito che qualcuno abbia sentito dalla stampa o dalla storiografia “ufficiale” che costui era un esponente fascista dichiarato e che operò, prima che come uomo d’onore, seguendo il suo credo politico. E credo che nessuno lo abbia capito tramite la fiction di Rai 1 interpretata da Luca Zingaretti, dove viene fatto trasparire addirittura antifascista, per non scandalizzare le anime sensibili.

Tutto questo ha un motivo: non si leggono saggi quali “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” (Einaudi, Torino, 1961) di Renzo De Felice o “Gli Ebrei nel Ventennio Fascista” di Filippo Giannini. Entrambi finanziati e appoggiati dall’Unione delle Comunità Israelitiche italiane. Non si studia George L. Mosse, docente all’Università ebraica di Gerusalemme, il quale, nel suo libro “Il Razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto” scrive: “Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo.

Né si approfondisce Léon Poliakov, nei cui saggi si sostiene che “mentre, in generale, i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni, i capi del fascismo italiano manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei. Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico”. Non si analizza nemmeno Richard Breitman, che nel suo libro “il silenzio degli Alleati” spiega molto bene come, tra il 1940 e il 1945, la Casa Bianca e Downing Street non abbiano concesso asilo agli ebrei in fuga.

Richard D. Breitman

Ci si dimentica infine di Theodore Hamerow, che nelle sue analisi raccolte nell’opera “Why We Watched – Europe, America and Holocaust” non si capacita del perché l’Occidente non abbia aperto le porte agli ebrei sin dal 1930.

Theodore S. Hamerow

“Se lo avesse fatto, l’Olocausto avrebbe avuto delle cifre diametralmente differenti.”, sostiene. Si preferisce affidarsi alla pochezza superficiale e propagandistica di opinionisti quali Paolo Mieli e conduttori in prima serata su Rai 3 quali Tommaso Cerno. E questo è grave.