Carlo Michelstaedter e il coraggio della persuasione

Una testimonianza filosofica come quella fornita tra Otto e Novecento da Carlo Michelstaedter può ricevere una duplice condanna: una derivante dalla sopravvalutazione del suo pensiero; un’altra dalla caduta nell’oblio delle sue idee.

È fuori da ogni dubbio che ad oggi si sia scritto moltissimo intorno alla figura del giovane goriziano e alla provocazione del suo filosofare, entro cui è continuamente incalzato il lettore. In un panorama culturale segnato dall’idealismo, il Nostro ha saputo inscrivere il suo nome nel novero di un coerente filone di pensiero capace di irrogare dure critiche alla dialettica di matrice hegeliana.

Michelstaedter fu uno dei punti di giuntura che, a partire da Leopardi, portarono ad un movimento specificamente italiano sviluppatosi attraverso le riflessioni di Evola, Martinetti, Rensi, Tilgher, Pareyson e Emo. Non una figura isolata, dunque, bensì un valido rappresentante di quel pensiero negativo che a partire da Schopenhauer e Nietzsche mostrò una peculiare sensibilità nei confronti di temi quali la vita, la morte, l’Essere, il Nulla, l’arte e Dio.
L’opera maggiore del giovane poeta, pittore e filosofo, “La persuasione e la rettorica”, doveva essere una tesi di laurea volta a trattare i due concetti riportati nel titolo in riferimento a quanto ne dissero Platone ed Aristotele; ne conseguì un lavoro radicalmente differente, un’ode alla vita autenticamente vissuta e al valore individuale, accompagnata da un atteggiamento intellettuale di diffidenza nei confronti delle convenzioni e delle ipocrisie della società, a favore di una soluzione di carattere etico, ossia quella che l’Autore stesso definì come la via della salute. Lo scritto è altresì un invito ad evitare di nutrirsi di sole parole, facendo cominciare da esse le nostre stesse azioni: esso costituisce una guida teoreticamente incompleta, in quanto il percorso per divenire ciò che si è non può venir imprigionato entro maglie strette.

Nella Prefazione sono nominati alcuni dei maestri di pensiero verso cui Michelstaedter dovette il proprio debito speculativo; a fare la loro comparsa sono i nomi di Parmenide, Eraclito, Empedocle, Socrate, Cristo, Eschilo, Sofocle, Simonide, Petrarca, Leopardi, Ibsen, Beethoven e l’Ecclesiaste: nel rifarsi ad un intreccio di figure così eterogenee, Michelstaedter dimostrò come l’amore per una tradizione possa consistere soltanto nel renderla viva: come? Ripensandola, e cercando di attingere al senso originario delle parole che questi uomini cercarono di testimoniare, pur rimanendo in enorme parte inascoltati o fraintesi.
Il discorso di Michelstaedter è già stato detto tante volte da uomini diversi – scrive lui – ma la rettorica lo costringe a forza a far ciò (anankazei me tauta dran bia), ovvero a ripeterlo nuovamente. Ma cos’è la rettorica? Essa è abios bios, la vita che non è vita, un simulacro di morte segnato da una molteplicità di fattori : l’inseguimento di piaceri continuamente nuovi (contrassegnati dal dio della philopsychia) che ci possano garantire la sopravvivenza futura; l’incapacità di vivere la solitudine; la paura della morte; l’abitudine alle convenzioni e alle sicurezze imposte dalla società; l’assunzione della propria relatività come assoluta; il sapere “oggettivo” sbandierato dagli scienziati; l’educazione e il linguaggio quotidianamente imposti.

Sull’uomo, nella mancanza di possesso della vita, incombe un sordo e continuo dolore generato dalla volontà di essere, di voler consistere in un punto, e la conseguente irrealizzabilità di tale intento. Per provvedere ad una più chiara configurazione concettuale, il filosofo goriziano ricorre a due metafore, una ne “La persuasione e la rettorica” e l’altra ne “Il dialogo della salute”; la prima presenta la vita come

«Un peso [che] pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende»

Nella seconda, la vita

«Si vive volentieri cioè si vuol viverla – come l’acqua vuole il basso, e senza alcuna forma casca, scorre, filtra, purché scenda – […]»

In una postilla nella pagina dedicata all’ode di Leopardi “Al conte Carlo Pepoli”, Michelstadter scrive che nessun altro fine è alla vita se non la vita stessa. Essa è la meta della riflessione del filosofo, e per questa strada l’autore sembra portare alle estreme conseguenze il ragionamento kierkegaardiano contenuto in “Aut-Aut” secondo cui «la scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; colla scelta essa sprofonda nella cosa scelta, e quando non sceglie, appassisce in consunzione».

L’uomo rettorico, non volendo esporsi al pericolo di camminare con le proprie gambe, permette siano gli altri a decidere per lui e, adottando un comportamento pari a quello di un boia che uccide senza riflettere poiché gli è stato comandato di farlo, sacrifica sé medesimo, la sua vita, e quella di tutti coloro che da lui non potranno ricevere alcun insegnamento.

Diversa è la condizione del persuaso, nonché l’individuo capace di assumersi tutto il peso della realtà; nel diventare Assoluto come relativo, egli giunge all’acquisizione della conoscenza vera, oggettiva, non più turbata dal soddisfacimento ossessivo dei bisogni e dal timore della morte. In tal modo, vedendo ogni presente come l’ultimo e creandosi da sé la vita, quest’uomo dai tratti vagamente superomistici smette di essere crocefisso al legno della sufficienza per ottenere il valore individuale. Scrive Michelstaedter:

«Poiché in quell’ultimo presente deve aver tutto e dar tutto: esser persuaso e persuadere, avere nel possesso del mondo il possesso di se stesso – esser uno egli e il mondo. Egli si deve sentire nel deserto fra l’offrirsi delle relazioni particolari poiché in nessuna di queste egli può affermarsi tutto: ma in ogni cosa che queste relazioni gli offrano egli deve amar della vita di questa e non usare della relazione: affermarsi senza chiedere.»

Socrate e Cristo sono forse le figure maggiormente compatibili nella schiera dei persuasi. Costoro, infatti, hanno attraversato tenacemente la soggezione alle ipocrisie, tanto da giungere a morirne. Entrambi furono traditi dai loro discepoli: Platone e Aristotele curvarono l’ironia e la maieutica del maestro in un rigoroso sistema formalistico, così da pervertire l’idea di una ricerca interminabile della verità.

Per Gesù, invece, l’ipotesi di un ritorno sulla terra – così come era già stato fantasticato da Dostoevskij – sarebbe poco raccomandabile, poiché la folla, ora tutta borghese e sapiente, lo tratterebbe con indifferenza inerte, riconducendolo ad un caso di cui potrebbe risolutamente occuparsi la frenologia o il manicomio. Sotto il manto del filosofo disincantato, si scorge la presenza di quella che un altro pensatore mitteleuropeo, Sigmund Freud, avrebbe a ragione definito «la miseria psicologica della massa».

Carlo Michelstaedter morì all’età di ventitré anni con un colpo di rivoltella autoinferto, il giorno seguente alla consegna della sua tesi di laurea. Malgrado la giovane età, è bene ricordare che per lui la vita non si doveva misurare dalla durata, bensì dall’intensità. E nella tensione speculativa del suo pensiero inquieto, seppe far emergere il meglio del suo sangue incontaminato.