La guerra in Iraq del 2003: chi l’ha voluta e perché

«L’Iraq è ora il fronte centrale della Guerra al Terrore. I nemici della libertà stanno facendo una forte opposizione lì. I terroristi vogliono che lasciamo l’Iraq prima che il nostro lavoro sia terminato. Vogliono minacciare la volontà del mondo civilizzato e devono essere sconfitti. Il modo più sicuro per evitare gli attacchi contro gli americani è ingaggiare il nemico dove vive e progetta. Stiamo combattendo quel nemico in Iraq e in Afghanistan per non incontrarlo nelle nostre città». Con queste parole pronunciate nel luglio 2003, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush commentava la guerra in Iraq iniziata il 20 maggio dello stesso anno.

Di quella scellerata guerra contro Saddam Hussein promossa da Stati Uniti e Gran Bretagna  conosciamo oggi le conseguenze devastanti: una guerra costata ai contribuenti americani circa 1700 miliardi di dollari, con altri 490 spesi per l’assistenza ai reduci di guerra, secondo uno studio del Costs of War Project. Un conflitto che ha destabilizzato un intero Paese e ucciso 134mila persone e contribuito alla morte di un numero almeno quattro volte superiore di cittadini iracheni in anni di continua instabilità. Senza contare il fatto che buona parte degli ex militari di Saddam Hussein finiranno a rimpolpare le fila di Al-Qaeda prima e dello Stato Islamico poi.

Ma chi ha davvero fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra contro il loro (ex) alleato Saddam Hussein? Il petrolio e le risorse naturali? Anche, ma non era quello il motivo scatenante. Non lo erano nemmeno quelle celebri «armi di distruzione di massa» di cui parlò l’allora Segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite. Perché, com’è stato ampiamente dimostrato, quelle prove erano false ed erano state commissionate e fabbricate – per sua stessa ammissione – da Ahmed Chalabi, storico oppositore di Saddam Hussein, colui che doveva rappresentare il volto democratico e presentabile dell’iraq.

La verità va ricercata nelle pressioni fatte – ancora prima dell’11 settembre 2001 e della War on Terror di Bush – dalla lobby israeliana e dalla attività dei neoconservatori americani. Lo raccontano con dovizia di particolari John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt nel loro «La lobby israeliana e la politica estera degli USA» (Asterios Editore, 2007, pag. 86): «Le pressioni da parte di Israele e della Lobby non sono state l’unico fattore determinante dell’attacco all’Iraq nel 2003, ma certamente uno dei più importanti. C’è chi crede che questa guerra sia stata fatta per il petrolio, ma non esiste nessuna diretta a supporto di questa tesi. La guerra è stata invece motivata soprattutto per rendere più sicuro lo stato di Israele. Secondo Philip Zelikow, ex membro del Foreign Intelligence Advisory Board, direttore esecutivo della commissione che indaga sui fatti dell’11 settembre, la “vera minaccia” dall’Iraq non era diretta agli Stati Uniti. “La minaccia sottintesa era nei confronti di Israele”, ha detto Zelikow in un discorso alla Virginia University nel 2002».

Nel convincere Bush a intervenire militarmente ci fu dunque la pressione della potentissima lobby israeliana e dei neoconservatori: «I neo-con – scrivono Mearsheimer e Walt – erano determinati a rovesciare Saddam fin da prima che Bush diventasse presidente. Essi scatenarono una certa agitazione già nel 1998, quando pubblicarono due lettere aperte a Clinton, con cui si chiedeva che Saddam fosse rimosso dal potere. I firmatari, molti dei quali avevano legami stretti con grandi organizzazioni filoisraeliane quali la JINSA o il WINEP,  e che comprendevano nomi come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, William Kristol, Bernard Lewis, Donald Rumsfield, Richard Perle e Paul Wolfowitz, non avevano difficoltà a persuadere l’amministrazione Clinton a considerare l’ipotesi di far cadere Saddam, ma non potevano giungere al punto di proporre una guerra per raggiungere quell’obiettivo».

Per raggiungere quell’obiettivo avevano bisogno di un valido motivo, maturato dolo l’11 settembre. Da lì in poi cominciò una propaganda senza sosta, con tutte le manipolazioni e le distorsioni che oggi conosciamo. Una storia fatte di tante, gravissime, bugie: altro che fake news.

(di Roberto Vivaldelli)