“Corridoni”: azione e destino di un sindacalista rivoluzionario

È il 23 ottobre 1915, quando durante la terza battaglia dell’Isonzo trova la morte il ventottenne Filippo Corridoni, “nella corsa di un assalto, con la fronte verso il nemico” come da lui stesso profetizzato.

Contrastato e venerato in vita, con doti di condottiero e “aizzapopolo” inedite nell’Italia “grande proletaria” dei primi del ‘900; ancor più venerato in morte, duramente conteso tra i fascisti e gli antifascisti, il sindacalista marchigiano rivive nel saggio “Corridoni, un sindacalista rivoluzionario” di Luca Lezzi, pubblicato da Circolo Proudhon (oggi GOG Edizioni) a un secolo dalla sua scomparsa.

Breve ma esaustivo, presenta nella prima parte la biografia completa del massimo esponente del “sindacalismo rivoluzionario” italiano, approfondendo gli aspetti che lo portarono a dichiararsi interventista nella Prima Guerra Mondiale e all’eredità del suo pensiero, in particolare nell’Italia mussoliniana e nella RSI. L’appendice riporta invece il saggio di Corridoni “Sindacalismo e Repubblica”, sunto di pensiero e di programma dell’Unione Sindacale Italiana.

L’INIZIO DELLA LOTTA

È una vita breve eppure infuocata, quella del sindacalista marchigiano Filippo Corridoni. Nato nel 1887 nel piccolo comune di Pausula (da Mussolini ribattezzata Corridonia nel 1931), primogenito di una famiglia proletaria, inizia la propria battaglia politica nel nord Italia, tra Milano e Parma, dopo che nel suo paese natale, appena undicenne, già aveva iniziato a distribuire copie de “L’inno dei lavoratori”. Corridoni comprese che il sindacalismo riformista incarnato dalla CGL, in seno al Partito Socialista, non avrebbe portato agli auspicati di rottura con lo stato borghese, indicando quello dello sciopero generale come uno strumento di lotta superato, e anzi proficuo per i detentori del capitale.

Risale al 1912 la nascita dell’Unione Sindacale Italiana, incarnazione istituzionale del sindacalismo rivoluzionale. Corridoni ne guida la consociata Unione Sindacale Milanese, raccogliendo numerose adesioni tra le leghe di diversi settori produttivi.

È in questi anni che alla figura di Corridoni si avvicina quella dell’allora direttore de L’Avanti Benito Mussolini: un rapporto, quello col futuro Duce, attraversato da momenti di comunanza e altri di contrasto. Contrasti che tuttavia si appianeranno nel momento in cui entrambe le figure si voteranno a favore dell’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale.

Per Corridoni “la guerra può spianare la via della rivoluzione, eliminando gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale” e “dare al proletariato una nuova coscienza di classe“, impedire “la vittoria del militarismo, dell’imperialismo tedesco, del pangermanesimo” che “ricaccerebbe indietro l’emancipazione del proletariato e rinforzerebbe la parte più dinamica e aggressiva del capitalismo” unito ai “peggiori residui feudali”.

Una guerra dalla quale Corridoni, partito al fronte con un manipolo di sindacalisti rivoluzionari, non tornerà, lasciando un’eredità rivendicata (e solo parzialmente incarnata) dal nascente regime fascista, il quale gli tributerà mille onori, e in particolare dalla nicchia di sinistra per la quale “Corridoni diventa l’elemento di congiunzione tra socialismo risorgimentale e sinistra fascista, il patrimonio ideale per il quale si combatte una guerra rivoluzionaria contro la plutocrazia e il conservatorismo”.

UNA CRITICA SOCIALE ATTUALISSIMA

“È difficile trovare una borghesia più presuntuosa e spagnolesca e nell’istesso tempo più scema, balorda e sciancata della nostra! Se noi dovessimo perderci in aneddoti faremmo ridere settimane intere”.

Il pensiero corridoniano propone grandi riflessioni sulla figura del sindacato e di una società, quella italiana, afflitta tutt’oggi da mali simili a quelli che il pensatore marchigiano descrive e individua nel saggio “Sindacalismo e Repubblica”: asservimento dello Stato alle classi dominanti, staticità della borghesia, burocrazia, emigrazione. Le due parti del saggio “Sindacalismo e Repubblica”, incluse in appendice nel libro di Lezzi, dimostrano tanto le grandi capacità analitiche del rivoluzionario marchigiano quanto l’attualità delle sue proposte.

Se, infatti, l’Italia si trova in condizioni pre-capitalistiche a causa della “fiacchezza del nostro capitalismo, che lo spinge a gettarsi in braccio allo Stato chiedendo la doppia protezione contro la concorrenza straniera e la pressione operaia”, e “il proletariato non è in grado di essere propulsore delle inerti energie borghesi”, allora bisogna mettere la borghesia “di fronte all’immediata aggressione della concorrente industria forestiera e all’attacco del proletariato sfuggito al guinzaglio dei cultori della pace sociale, cooperativismo, parlamentarismo e simili diavolerie”, lavorando o attraverso la riforma delle istituzioni o la loro distruzione e sostituzione.

Parlando di problemi attuali, come non ritrovarsi nelle parole di Corridoni quando sostiene il decentramento delle attività statali per contrastare la burocrazia, manifestazione tentacolare dell’oppressione statale; o quando, parlando dell’emigrazione dei nostri connazionali, dice che “i 500 milioni annui” che ci invia l’emigrazione sono ben poca cosa rispetto “alle ricchezze immense che producono in beneficio dei capitalisti i nostri cinque milioni di emigrati”?

Sono passati più di cento anni, da quando Corridoni scrisse “Sindacalismo e Repubblica”, ma è impossibile non trovare, con i dovuti distinguo, una comunanza tra i problemi italiani dell’epoca e quelli di oggi. Rileggere Corridoni nel ventunesimo secolo non servirà solo a ridare nuova linfa a un sindacato sempre più colluso con la politica che dovrebbe osteggiare – avrebbe immaginato, il buon Corridoni, dei sindacalisti fatti ministri? – ma a mettere l’intero paese di fronte alle malattie endemiche che in questo secolo, ben lungi dall’essere guarite, paiono essersi ormai incancrenite.

(di Federico Bezzi)