Stati Uniti, Cina e Russia: il “gioco” continua

La Cina sarebbe stata scoperta qualche tempo fa e duramente accusata dagli Usa di aver dato petrolio al Nord Corea, infrangendo l’embargo. La commedia dunque continua. I dirigenti cinesi hanno negato l’addebito di Trump, ma nessuno può credere che essi siano fuori di testa. Tali sarebbero se contribuissero a strangolare la Corea del nord.

Diventerebbe meno lungo il periodo entro cui le due Coree si riunificheranno, formando una vera potenza con la forza economico-industriale di una e quella dell’armamento piuttosto potente dell’altra. E come avete sentito, il sedicente dittatore nordcoreano, nel suo discorso di fine anno, è stato distensivo verso il Sud e ha parlato senza mezzi termini di “nazione coreana”. E’ questo che preoccuperà a tempo debito gli Stati Uniti, altro che la “follia” del “dittatore”.

Alla lunga, come detto più volte, credo che si avranno nel Pacifico almeno le potenze di Cina, Corea (unita) e Giappone, che per allora si sarà riarmato. E gli Stati Uniti non si faranno certo estromettere da quell’area (da essi oggi dominata) senza battersi con tenacia e accanimento per mantenere la loro influenza, che sarà comunque ridimensionata nettamente rispetto a quella odierna. Non mi azzardo a presumere cosa accadrà dell’India, che forse cercherà spazi verso sud e sud-est e dovrà comunque confliggere con il Pakistan (e ovviamente non correrà buon sangue con la Cina).

E’ certo che questi paesi non si metteranno ognuno contro tutti; assisteremo a molti “giri di valzer” tra di essi. In ogni caso, nel momento attuale, la Cina ha interesse a ritardare il rafforzamento militare nordcoreano (che un giorno avvantaggerà una potenza concorrente in quell’area); e da questo punto di vista essa dunque non finge nell’avere qualche interesse simile a quello statunitense. Non però fino al punto di veder scomparire quel paese, magari inghiottito prima del tempo dalla Corea del sud, ancora lontana dal potersi affrancare dalla dipendenza rispetto agli Usa. Gli ambienti statunitensi – anche quelli che si esprimono in Trump – non possono non sapere questo.

Tuttavia, fare la voce grossa serve al neopresidente pure ai fini della contesa interna con gli avversari (attivi non solo fra i democratici), che gli stanno portando un attacco di particolare virulenza. In definitiva, per sintetizzare, la Cina ha interesse a rallentare l’armamento nordcoreano in vista del futuro; non però fino al punto di indebolire pesantemente l’assetto di potere del paese, creando così una situazione che favorirebbe sia il sud sia, in fondo, gli Stati Uniti finché resteranno predominanti nell’area.

Questi ultimi alzano la voce per dimostrarsi i veri difensori dei sudcoreani, di cui si cerca di ritardare (o forse si spera perfino di impedire) un loro magari “parallelo” riarmo (con la scusa del pericolo a nord) e, in un periodo più lungo, una riunificazione coreana del tipo di quella sopra prospettata. Nello stesso tempo, la rigidità americana verso il Nord Corea (e quindi verso chiunque fornisca aiuto a tale paese) serve anche nei confronti del Giappone, che freme per potersi infine riarmare e a tal fine prende come scusa l’inesistente pericolo rappresentato da quel paese, dichiarato in mano ad un dittatore pazzo e feroce; in definitiva, la solita riedizione del “nuovo Hitler” dopo Milosevic, dopo Saddam Hussein, ecc. ecc. (sono così tanti che è meglio soprassedere).

Per inciso, ricordo che il Giappone degli ultimi decenni del secolo scorso si illuse di poter progressivamente conquistare il primato nel mondo (ed esportò ingenti capitali negli Usa soprattutto per investimenti immobiliari) grazie all’“avanzata” strepitosa dell’industria automobilistica, tipica della seconda rivoluzione industriale pur se con netti ammodernamenti definiti toyotismo (od ohnismo dal nome dell’ing.

Ohno artefice della “qualità totale” proprio alla Toyota). Anche alcuni intelligentoni, che si professavano marxisti e molto “rivoluzionari” (i soliti “operaisti” e affini), videro nel Giappone la nazione dominatrice nel futuro secolo XXI oltre a inchinarsi ammirati di fronte al “robogate”, al “Lam”, ecc. della Fiat, allora considerata portatrice di innovazioni similari a quelle dell’industria giapponese (quanto tempo è passato da allora!). In pochissimi anni (già nel 1992-93) il Giappone entrò in piena stagnazione per almeno un dodicennio, fu battuto nell’avanzamento della terza rivoluzione industriale con i suoi nuovi settori strategici, importantissimi nei settori militari e dell’informazione.

Tutti i suoi investimenti (soprattutto appunto quelli immobiliari) negli Usa furono liquidati in breve tempo; e con notevoli perdite, com’è ovvio (della Fiat e delle sue “grandi novità” tecnologiche non si parla più da gran tempo). Gli sciocchi profeti di cui sopra non si rassegnarono e si buttarono sulla Cina come dominatrice del XXI secolo. Tale paese non farà certo una brutta fine, il Giappone tornerà a riprendersi abbastanza bene, ma non ci sarà alcun dominatore mondiale in questo secolo per un bel po’ di tempo e fino a quando, eventualmente, una nuova serie di conflitti “a tutto campo” non avrà deciso circa la supremazia di “qualcuno”.

Non c’è attualmente alcun pericolo di conflitto nucleare. Siamo nel pieno delle manovre e contromanovre, degli avvicinamenti e allontanamenti fra i vari paesi divenuti potenze o almeno subpotenze regionali. In questo momento è di nuovo in atto un tentativo di sfruttare dissidenze e disagi interni all’Iran – alimentati dall’esterno e soprattutto dai soliti Usa – per depotenziarlo e indebolire così quel paese che è di fatto un aiuto alla Russia almeno nel caso della difesa della Siria. Si comincia a capire meglio la mossa di Trump relativa a Gerusalemme capitale di Israele.

Mossa simbolica dato che non ha cambiato molto ciò che era già nei fatti, ma che è stato un segnale lanciato nella direzione del paese ebraico; così come l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran. Israele non ha certo gran che aiutato l’Isis come ha fatto l’Arabia Saudita, adesso però ritiratasi da quell’appoggio di cui ha invece accusato il Qatar, con cui prima collaborava. Tuttavia, l’Arabia Saudita manifesta tuttora avversità ad Assad (e quindi all’Iran e agli hezbollah), mentre Israele, accanito nemico dell’Iran, si mostra più moderato verso il governo siriano (non crediamoci comunque troppo).

La Russia si è offerta poco tempo fa come mediatrice nel conflitto (assai meno acuto di quanto mostrato “ufficialmente”) tra Usa e Nord Corea. Non credo che il paese eurasiatico abbia intenzione di impegnarsi a fondo in simile operazione. E’ in fondo una mossa diversiva, tutto sommato un gesto d’attenzione verso la Cina, con la quale vi è una collaborazione non di fondo e che durerà fin quando la Cina, com’è d’altronde probabile, si concentrerà sull’area asiatica e non avrà mire eccessive verso il “suo” ovest.

Malgrado la Russia sia considerata, certo a ragione, un paese eurasiatico, ho la netta sensazione che la sua massima attenzione sarà concentrata verso l’area europea e quella mediorientale. In quest’ultima non credo con grandi mire oltre la Siria; semmai manterrà rapporti “equilibrati” con Iran e Turchia, che sembrano avere maggiori chances e intenzioni d’influenza in quell’area. La Russia svolge anche delle azioni nell’area africana nord-occidentale; ad esempio verso la Libia, in particolare quella di Tobruk guidata dal gen. Haftar e che di fatto non riconosce quella di Sarraj (Tripoli) appoggiata dall’ONU (e dalla Nato) e sotto l’influenza statunitense e “occidentale” in genere.

Non penso tuttavia che la Russia abbia particolari energie da spendere attualmente in aree piuttosto lontane dai suoi confini. Probabilmente si concentrerà nei prossimi anni a nord (Artico), ma soprattutto ad ovest verso l’Europa. Qui la situazione è molto complessa. Nei suoi paesi orientali si stanno almeno al momento affermando forze che poco riconoscono la supremazia dell’asse franco-tedesco, del resto meno unito d’un tempo sia per la necessità manifestatasi in Francia di creare ex novo una forza sostitutiva di quelle tradizionali (“socialista” e sedicente gollista) in crisi disastrosa sia per l’indebolimento del governo tedesco.

D’altronde, tali paesi (in particolare Polonia e Romania) sono particolarmente ostili alla Russia. La migliore soluzione per un reale indebolimento in Europa del potere statunitense – oggi certo in qualche difficoltà per i contrasti interni al paese e per la crescente piattezza e inettitudine delle forze al governo nella nostra area, ancora però legate alle prospettive del precedente establishment americano – dovrà a mio avviso passare per l’affermarsi, soprattutto in Germania e Italia, di forze non certo “populiste” come quelle così definite (anzi le si passa spesso per addirittura fasciste) da parte di squallidi organismi autodefinitisi “antifascisti”, bensì di altre organizzazioni politiche (oggi inesistenti) capaci di violenze che magari detti paesi hanno conosciuto molto tempo fa, ma che debbono avere oggi intendimenti del tutto diversi e in un certo senso opposti.

In particolare, sarebbe necessario che l’eventuale drastico rivolgimento nei due suddetti paesi fosse indirizzato, pur senza rinunciare per nulla alla propria autonomia, ad una forte alleanza con la Russia, alleanza che riesca infine a influenzare in modo decisivo l’area europea. Si tratta di un’operazione di speciale difficoltà e contro la quale gli Usa, in tutte le loro componenti predominanti e dunque con strategie differenti, agiranno in continuazione. Ed è tuttavia l’operazione decisiva per ribaltare gli attuali rapporti di forza. Quanto meno nella nostra area, ma in fondo anche in un più ampio ambito mondiale.

Alcuni si fanno impressionare dalla presenza della Cina, con i suoi vasti investimenti fuori della sua più specifica area di pertinenza: sia in Africa, sia anche in Europa (e, in specie, credo proprio nel nostro paese). Si tratta del solito ottuso economicismo, tipico sia dei liberali che degli ambienti detti di “sinistra” e di cui furono pure responsabili dei “marxisti” che poco hanno letto e studiato le principali opere di Marx. La Cina, anzi, dovrà proprio stare attenta a non ripetere l’errore dei giapponesi anni ’70-’80, che pensarono di “comprarsi” gli Usa e sono oggi abbastanza in ritardo circa le possibilità di ridivenire un competitore per la supremazia mondiale.

Quel tipo di investimenti ha importanza in quanto strumento per arricchirsi e avere maggiori risorse da dedicare al proprio irrobustimento complessivo, non escluso quello bellico, di cui mai va sottovaluta la rilevanza decisiva. La potenza deve però essere poi indirizzata all’ampliamento della propria area d’influenza, dove questa forza acquisita si ramifica tramite una rete di contatti particolari con settori dei paesi soggetti a detta influenza: settori culturali e anche (e ancor più) di controllo degli apparati di potere nella sfera politica e dell’informazione e manipolazione della “opinione pubblica”. E le aree d’influenza devono allargarsi a partire da quella di pertinenza del proprio paese e pian piano diffondersi tutt’intorno, se ci si riesce, a macchia d’olio.

Penso che i dirigenti cinesi lo sappiano e proprio per questo non siano così sciocchi da indebolire in questo momento la Corea del Nord. Guai se non ne avessero consapevolezza; rischierebbero un tracollo non eguale, ma con qualche somiglianza rispetto a quello dell’Urss con il suo “campo socialista” (1989-91), che essa non riusciva ad influenzare adeguatamente, essendosi fra l’altro cristallizzatasi nelle sue strutture sociali interne.

La Russia mi sembra l’abbia capito bene; e non penso che dedicherà la maggior parte delle sue energie e risorse per la conquista di importanti zone in Medioriente e meno che meno in Africa (del nord). Qui essa ha sviluppato una serie di manovre per non farsi espellere del tutto e mantenere rapporti il più possibile meno ostili con alcune subpotenze della zona (in primis, appunto, Iran e Turchia). Gli Usa sono attraversati da robusti contrasti interni. Obama voleva forse giocare la carta della divisione tra islamici; Trump sembra ripreferire l’alleanza con Israele. Comunque, nulla di ancora definitivo. La Russia dovrà comunque operare principalmente sul fronte europeo.

E si ritorna appunto all’esigenza che in Germania e Italia ci siano rivolgimenti di notevole portata. Non dimentico la Francia; e tuttavia, in questo paese alcuni recenti avvenimenti – radicale sostituzione di vecchi partiti con quello solo apparentemente nuovo di Macron; debolezza assai manifesta di organizzazioni che volevano presentarsi come nettamente alternative – rendono il terreno particolarmente scivoloso per effettive novità. In ogni caso, non si deve ripensare alla semplice ripetizione del passato. Se tali rivolgimenti germanico-italici potranno svilupparsi, avranno alcuni caratteri violenti, ma dovranno perseguire finalità del tutto diverse da quelle di un tempo ormai lontanissimo: alleanza con la Russia e progressiva drastica riduzione della predominante influenza statunitense. Qui, nella nostra area europea, si giocherà la vera partita mondiale malgrado tutte le chiacchiere sulla prevalente importanza acquisita dallo scacchiere asiatico. E sarà una partita difficilissima e con tante incognite e “dolori”.

Direi di fermarmi qui; tanto si tratta di un’analisi che dovrà tenere in continuazione gli occhi puntati su una situazione in rapida e confusa evoluzione, con incessanti svolte e fenomeni che al momento lasceranno perplessi; come ad esempio l’atteggiamento di Bannon nello scontro interno agli Stati Uniti, che non credo debba essere immediatamente giudicato. E così accadrà di molti altri eventi nel corso dei prossimi mesi e anni. Occorrerà sempre molta cautela e ponderazione; poca fretta nel valutare gli eventi e invece rapidità nel mutare giudizi e previsioni a seconda delle svariate giravolte cui dovremo assistere.

(di Gianfranco la Grassa)