“Educare i figli è fascismo”: la delirante antipedagogia di Marcello Bernardi

Che cos’è l’educazione? Educare significa far crescere e maturare un individuo, generalmente la prole da parte dei genitori, offrendogli la capacità di relazionarsi con il mondo circostante e di rivolgersi alla conoscenza, intesa in senso lato, sempre con giudizio critico; il tutto è reso possibile da un processo pedagogico che consiste nel far venire alla luce qualità già insite nell’interiorità dell’educando, per poi affinarle ulteriormente.

A tale termine si contrappone “istruire” che vuol dire, al contrario, cacciare nella testa del suddetto educando nozioni che l’educatore, dall’alto del suo esercizio, considera vere e insindacabili senza curarsi che l’ “ente destinatario” sviluppi un giudizio personale a riguardo, o che, quantomeno, abbia gli strumenti per mettere in discussione in futuro le teorie introiettategli.

La disciplina che, de iure, è incaricata di teorizzare una formazione dell’individuo, soprattutto del bambino, indirizzandola più verso l’educazione che verso l’istruzione è la pedagogia. De facto, però, questa non è riuscita sempre nel suo intento, avendo dato voce, nel corso della sua storia, a pensatori strampalati, fautori di teorie discutibili; tra questi, vediamo,nella prima metà del Novecento, i teorici della cosiddetta antipedagogia.

Capeggiati dall’americano dottor Benjamin Spock, gli antipedagoghi, come suggerisce il nome stesso, si proponevano di elaborare una forte opposizione alle idee allora dominanti nell’universo di questa scienza umana, legate più che all’educazione all’istruzione dei figli, che meglio si combinava con lo spirito del “patriarcato” e del ruolo del padre padrone.

Spock e colleghi provarono a dimostrare non solo gli effetti negativi che una formazione autoritaria infliggeva al pargolo, ma anche come le pretese di prevaricazione esercitate dal padre nel suo nucleo familiare fossero prepotenze fini a se stesse. Per quanto, già Engels aveva esposto una timida proposta di pedagogia anti-patriarcale, concependo il Padre come l’equivalente del capitalista cattivo all’interno della famiglia, la Madre come il sindacato e il Figlio come il proletario oppresso, e che già prima di Spock in Spagna era sorta l’ Institución Libre de Enseñanza, dalle idee affini e in cui venne educato il celebre poeta andaluso Antonio Machado, secondo molti l’antipedagogia è stata la prima proposta radicale che si proponeva di “abbattere i muri” del patriarcato nell’ambito della pedagogia.

In realtà, le spinte emancipatrici dei figli contro i padri non sono né opera di Engels, né di Spock, né, tantomeno, delle successive esperienze sociali, in primis il Sessantotto. Come ci ricorda il filosofo veneziano Massimo Cacciari in un meraviglioso dialogo con il teologo Bruno Forte del 1999, tenutosi ad Assisi in una conferenza, al mediatore che gli chiedeva se la morte delle figura del padre nella nostra società fosse opera del Maggio francese, egli rispose che sarebbe errato parlare di quel periodo di proteste giovanili, risalenti ormai a cinquant’anni fa, come l’unico punto di rottura tra un prima, segnato da un passato “patriarcale” e un dopo, costituito dallo sprigionarsi delle forze emancipatrici in tutti gli ambiti della vita sociale, anche in quello familiare, vedendo scemare generazione dopo generazione il legame tra figli e genitori.

Il parricidio nella civiltà europea ha inizio molti secoli prima, con l’esordio dell’ età moderna.
È qui che comincia la cosiddetta “età del figlio”, una rivoluzione permanente contro ogni figura che ordina e legifera; è qui che il figlio si libera dalla subalternità al padre e comincia a parlare di EGO SUM (non a caso “io” è il primo soggetto della filosofia contemporanea, in Cartesio).

Cacciari prosegue poi constatando che il non essersi più posti il presupposto del padre non ha permesso all’ “EGO LIBERATO” di produrre autentiche comunità; la nostra, difatti, ritiene che le relazioni sociali, alla base della vita comunitaria, altro non siano che un prodotto della propria tecnica.
Ma se questa condizione sociale e antropologica è in atto da secoli, perché focalizzarsi tanto sulle manifestazioni moderne di questo parricidio ?

Le statistiche parlano chiaro: al giorno d’oggi, un adolescente su tre soffre di disturbi ansioso-depressivi, e di questi solo uno su cinque riesce a ricevere aiuto. Altri fenomeni preoccupanti stanno crescendo in modo esponenziale, come quello di origine giapponese degli hikikomori, adolescenti che trascorrono l’intera giovinezza barricati tra le mura domestiche, terrorizzati dalle relazioni sociali, o ancora l’antisocialità come biglietto da visita della propria identità di ragazze e ragazzi anoressici, sessualmente incapaci di relazionarsi con l’altro sesso, politicamente inerti e, appunto depressi, esibita come un vanto su Tumblr, il social network prediletto dei progressisti d’oltreoceano.

Queste preoccupanti tendenze, questo aver forgiato una generazione di fragilizzati e paurosi affonda le radici proprio nelle teorie pedagogiche dei vari Spock, che hanno inculcato ai genitori il timore di causare traumi irreversibili ai figli qualunque decisione prendessero nei loro riguardi, perché in ogni ordine, in ogni provvedimento preso incombeva l’eventualità di sfociare nell’autoritarismo e, conseguentemente, in un trauma inestirpabile nella psiche del povero fanciullo.

Ancor più delirante di Spock, sarà un pediatra trentino che da questi prenderà le mosse, e che condenserà ai principi dell’antipedagogia la storpiatura ideologica del marxismo culturale occidentale, alla base delle rivolte studentesche del già citato Sessantotto: Marcello Bernardi.

Per comprendere l’universo di Bernardi, è necessario cogliere le similitudini con il mito del buon selvaggio di Rousseau: il bambino, come il buon selvaggio, viene al mondo con istinto alla bontà e alla felicità e questa situazione di equilibrio viene deviata solo dalla corruzione esercitata nel primo caso dal genitore, nel secondo dal colonialista “civilizzato”.

Mascherando propositi apparentemente nobili, come la volontà di insegnare a madri e padri di educare i figli e non di istruirli, il pediatra ammonisce in realtà a non contaminare in alcun modo la bontà del piccolo, ed è qui che emerge il delirio vero e proprio.

Non solo l’istruzione, l’obbligo di inculcare all’educando principi e idee senza giudizio critico dall’alto della propria autorità, sarebbe da evitare per Bernardi, ma anche rimproverare i bambini per le marachelle, per un comportamento scorretto tenuto con i coetanei, per essere corsi vicino all’acqua bollente con il rischio di farsi male sarebbero tutte espressioni di una mentalità autoritaria e, dunque, fascista.

Proprio così, ne “Gli imperfetti genitori”,il pensatore traccia un paragone tra il padre autoritario che compie le azioni dianzi riportate con niente popò di meno che Mussolini, mostrando anche come il pugno di ferro esercitato dal capofamiglia sia l’humus per il generarsi di un dittatore che usi il pugno di ferro contro i dissidenti e il proprio popolo. Non serve certo Bernardi per condannare la radicalità con cui certi genitori svolgono il loro compito o quantomeno quelli che rispondono alla trasgressione delle loro regole in modo a dir poco sconsiderato,finendo sulle pagine dei giornali per aver ucciso il figlio ribelle (rapporto tra padri islamici radicali e figlie “occidentalizzate” docet) o averlo spinto al suicidio.

Il vero scopo dello studioso, come ricorda la pedagoga e scrittrice di racconti per ragazzi Silvana De Mari, che ebbe modo di criticare aspramente il collega, non era certo tutelare la serenità dell’infante,bensì distruggere il quadretto della famigliola piccolo-borghese che egli, da anarco-comunista e sessantottino, voleva distruggere, basandosi sulla concezione della famiglia di Engels sopra riportata.

Afferma la narratrice: “La psicologia ci spiega che tutti i nostri guai vengono da quanto i genitori sono stati disfunzionale. Il genio di turno ci spiega come è il genitore perfetto e quale è il modello cui bisogna adeguarsi. Tra i più deliranti difficile scegliere il più folle. Dopo attenta analisi scelgo Marcello Bernardi. Sono sicuro che odiasse i bambini, che odiasse le madri e soprattutto che odiasse i padri. Spostò la critica marxista all’interno della famiglia: il padre era il capitalista, cattivo, la madre il sindacato, i figli il proletariato oppresso.

La norma della sua famiglia ideale era quindi la belligeranza permanente, la conflittualità cronica, l’odio e il disprezzo vomitati a ogni istante. Che ci si potesse volere bene, che i figli potessero essere grati ai genitori per averli messi al mondo, per lo sforzo continuamente fatto per proteggerli, mantenerli, spingerli nella vita era un’idea piccolo borghese che Marcello Bernardi disprezzava come ipocrisia. Ogni forma di autorità secondo lui era violenza.”

Istruzione chiama autorità, autorità chiama violenza, violenza chiama fascismo: ecco riassunta l’essenza dell’ fu professore di Auxologia all’università di Brescia, che resterà fino alla morte, avvenuta nel 2001, uno dei punti di riferimento dell’intellighenzia di centrosinistra.
A dire il vero, Bernardi, ricordando vagamente il significato di educazione nei suoi scritti, non scinde davvero questa e l’istruzione, e non è raro trovare una critica a quest’ultima usando il termine “educazione”.

Forse riteneva anche l’educazione e il suo nobile fine forme di una qualche autorità ?
Non lo sappiamo, però resta ancora l’interrogativo su cosa l’autore de “Il nuovo bambino” proponesse come formazione sostitutiva all’autoritarismo del padre padrone.
Se ogni azione, buona o cattiva che sia, è destinata a contaminare la bontà innata del bambino, allora ci si deve accontentare di insegnare indirettamente a continuare a coltivare i valori positivi che questi già possiede, limitandosi ad osservare ciò che fa senza intervenire in alcun modo.
Se l’adulto vuole che il figlio sia una persona altruista e di buon cuore, basta farsi vedere così nei rapporti sociali che mamma e papà instaurano con i coetanei; il piccolo capirà da sé che la strada della bontà e della generosità è quella giusta.

E se qualcosa va’ storto e dovesse prendere “una brutta piega”, che il bambino possa pure azzuffarsi con i compagni di classe, rispondere male ai genitori o, come dice la De Mari “possa tirare la mozzarella addosso alla nonna” in tutta tranquillità; non vorrete mica essere genitori fascisti?

(di Alessandro Giuliano)