Alberto da Giussano, Legnano ed il Carroccio

Al giorno d’oggi parlare di Legnano, di Carroccio, Pontida e dello scudo crociato di Alberto da Giussano evoca nelle menti di tutti gli Italiani quel folklore mitologico che sta alle spalle del partito Lega Nord. Celebrare quindi i sacrifici della Lega Lombarda e dei piccoli comuni italiani che combatterono contro l’imperatore germanico Federico I Barbarossa può accattivarsi le simpatie di una parte della popolazione ed inimicarsi il resto.

Ma in verità quello che ormai viene considerato “leghista”, non è altro che un prestito simbolico che il “Carroccio”, (parlando proprio di debiti mitologici e lessicali eccone uno, qui viene inteso come partito Lega), deve alla storia nazionale. In diverse occasioni, infatti, la storia altomedievale delle cittadine Lombarde, Piemontesi e Venete che si unirono contro il titanico imperatore ed i suoi eserciti al fine di guadagnare maggiore libertà, fu utilizzata dalla retorica Risorgimentale, Monarchica, Fascista, Missina e Repubblicana.

La battaglia, snobbata sui libri di storia militare anglosassoni ed esteri e poco trattata in quelli nostrani (eccetto uno splendido libro di Paolo Grillo: “Legnano 1176. Una battaglia per la libertà”), ebbe effettivamente un grande valore politico e militare sancendo in primis l’autonomia dei comuni del Nord Italia, e in secondo luogo la superiorità di reggimenti di fanteria appiedati contro forze di cavalleria preponderanti.

Ma torniamo al mito storiografico nazionale. Il primo a celebrare la battaglia come vittoria degli Italiani fu uno storico romano tale Sismondi, il quale glorificò l’evento non tanto in quanto cacciata dell’invasore, ma piuttosto come vittoria della democrazia contro la tirannia (rappresentata dall’imperatore germanico). Quando furono più i regali di casa Savoia affiancati da Cavour e Garibaldi a fare l’Italia, piuttosto che i movimenti democratici liberali e carbonari di allora, lo scontro venne evocato per ricordare le virtù belliche degli Italiani piuttosto che una presunta loro tendenza democratica.

Nel Risorgimento il mito di Legnano divenne quindi eco della grande battaglia che i piccoli e divisi Italiani, guidati da Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi, intrapresero contro l’Austriaca Tirannide. Invero in casa Savoia il ricordo della battaglia era causa di leggero imbarazzo, perché gli antenati dei nuovi monarchi d’Italia non solo non presero parte alla battaglia, ma nella guerra fra Comuni ed Impero si schierarono a fianco del Barbarossa!

Goffredo Mameli addirittura inserì nella sua splendida canzone “Il canto degli Italiani”, ora nostro inno nazionale, la battaglia di Legnano con la speranza che “dall’Alpi a Sicilia / dovunque è Legnano[1]”. Legnano divenne quindi “parte fondamentale dell’armamentario retorico del Risorgimento [2]”, come scrive Grillo nel suo libro. Nemmeno il Fascismo fu alieno alla fascinazione della battaglia, e nel 1930 un incrociatore della Regia Marina fu battezzato “Alberto Da Giussano”. Nel Ventennio si preferì infatti esaltare la figura del presunto condottiero della mitica “compagnia della Morte”, che combatterono in difesa del Carroccio piuttosto che proseguire con la retorica risorgimentale.

La figura del Da Giussano, considerata fino al primo Novecento quasi storicamente attendibile, è invece una successiva invenzione di Galvano Fiamma, uno storico milanese del ‘300. Questi riporta nelle sue cronache che il Da Giussano fu il capitano di una società di cavalieri detta “compagnia della morte”, che giurarono di combattere in ogni dove e con ogni mezzo l’imperatore Barbarossa. Questa figura entrò così fortemente nel mito nazionale e nelle coscienze storiche degli Italiani che la statua di primo ‘900 dedicata al “guerriero di Legnano” e sorta nell’omonimo comune, venne presto riconosciuta dai più come la statua di Alberto Da Giussano, e tale è chiamata ancora oggi.

Con il patto d’acciaio e la rinnovata alleanza italo-tedesca richiamare i fatti di Legnano era un po’ complicato e si preferì quindi proseguire con la retorica della rinnovata romanità imperiale. I tedeschi erano nuovamente alleati e non più nemici come nel 15-18. Con la caduta del Fascismo e la guerra civile, il primo gruppo di combattimento che andò ad affiancare gli Alleati nella conquista della Penisola si chiamò, non a caso, “Legnano”: i sentimenti antitedeschi erano ora ritornati a dominare il mito.

Potrebbe a questo punto sembrare strano che la Lega Nord abbia inserito nei suoi simboli e nei suoi riti elementi patriottici come Legnano, Pontida e Alberto da Giussano – che campeggia ormai da vent’anni come simbolo del partito – ma invero la lettura risorgimentale e patriottica era forzata per eventi e luoghi così distanti per tempo e civiltà. “Forse si tratta di un paradosso, forse semplicemente è la prova di un evento che proprio per il suo essere irriducibile a facili schematismi interpretativi non cessa di porci interrogativi sulle radici della nostra identità nazionale [3]”.

(di Marco Franzoni)

[1] « Dall’Alpi a Sicilia / Dovunque è Legnano, / Ogn’uom di Ferruccio / Ha il core, ha la mano, / I bimbi d’Italia / Si chiaman Balilla / Il suon d’ogni squilla / I Vespri suonò ». Quarta strofa de “Il canto degli Italiani”.
[2] Paolo Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Editori Laterza, Roma, 2010, cit. a p. 194.
[3] Idem, cit. a p. 198.