“Il terrorista dei generi”: Omaggio a Lucio Fulci

Lucio Fulci (1927-1996) può a ragione essere ritenuto uno dei più caparbi e innovativi registi italiani. Considerato dalla critica ufficiale un volgare regista di b-movie, ha col tempo subìto una rivalutazione totale, a cominciare dall’estero. Elogiato da Sam Raimi, restaurato e imitato da Quentin Tarantino, amato da gran parte della critica internazionale (soprattutto francese), Lucio Fulci è un misconosciuto caposaldo del cinema di genere italiano.

Famoso soprattutto per i suoi horror e thriller, diventati dei film di culto, Fulci in realtà ha lavorato negli ambiti cinematografici più disparati. È stato tutto e il suo contrario, calcando le regie di pellicole dal contenuto diversissimo – fu soprannominato, non a caso, “il terrorista dei generi” per la sua capacità di manipolare i classici generi cinematografici in qualcosa di più propriamente suo.

Il regista romano, prima di girare una propria pellicola, si impegnò per diversi anni a Cinecittà. Negli anni ’50 lavorò come sceneggiatore nei film di Steno, collaborando a pellicole come “Totò e i re di Roma”, “Totò a colori”, e, soprattutto, “Un giorno in pretura” e “Un americano a Roma”. In questi ultimi due il Fulci sceneggiatore creò il celebre personaggio di Nando Mericoni (interpretato da Alberto Sordi), l'”americano” romano emblema dell’importazione artificiosa di modelli USA.

Lavorando a stretto contatto con Steno, Totò e Sordi, il primo sbocco di Fulci non poteva che essere nella commedia. È del 1959 il suo primo lavoro da regista, “I ladri”, con Totò, a cui fa seguito la commedia musicale con Adriano Celentano “I ragazzi del juke-box”.

Dopo questo incipit, Fulci approdò ad una dimensione che lo impegnerà per molti anni: il regista delle commedie di Franco e Ciccio. Non fu il loro primo regista, ma lanciò uno dei duo comici più noti di tutti i tempi, con più di 100 pellicole girate. Li diresse per 12 film, conferendo loro la fisionomia e le caratteristiche che li fecero amare al pubblico italiano. Tra queste opere, meritano una menzione “I due della legione” (1962), “00-2 Agenti segretissimi” (1964) e “Come svaligiammo la Banca d’Italia” (1966).

Dopo questa parentesi, Fulci continuò a girare commedie, approdando a quelle erotiche. Diresse “Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia… all’onorevole piacciono le donne” (1972) e “La pretora” (1976), con un cast che include Lando Buzzanca, Edwige Fenech e Laura Antonelli. In esse giocò su tinte fortemente politiche: Fulci fa satira legami mafia-politica e della magistratura, sbeffeggia il moralismo e lo scandalismo dell’opinione pubblica, all’interno di storie fortemente erotiche e piccanti.

Quando, a metà degli anni ’60, il nostro regista iniziò gradualmente ad abbandonare le commedie, si diresse verso un altro genere in voga: lo spaghetti western. In un’epoca che vide uscire la “trilogia del dollaro” di Sergio Leone e “Django” (1966) di Corbucci, Fulci si fece comunque sentire con “Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro” (1966), a cui seguirono, anni più tardi, anche se non del tutto catalogabili come western, “Zanna Bianca” (1973), “Il ritorno di Zanna Bianca” (1974) e “I quattro dell’apocalisse” (1975). Queste pellicole, che riscossero un ottimo successo al botteghino, presentano varie caratteristiche dell’estetica fulciana: un uso estremo della violenza e della crudeltà, superiore ai normali spaghetti western.

Sono i tardi anni ’60-primi anni ’70 a rappresentare il periodo spartiacque nella carriera di Fulci: dopo l’approdo al western, il regista romano indirizzò definitivamente la sua carriera su pellicole di uno stampo molto diverso da quello degli esordi, iniziando con dei thriller-gialli, per poi proseguire, man mano, verso l’horror.

Il suo primo lavoro in questo senso è “Una sull’altra” (1969), un giallo d’ispirazione hitchcockiana ancora contrassegnato da ampie sequenze erotiche (una caratteristica che ritornerà spesso). Un’evoluzione notevole la si trova in “Una lucertola con la pelle di donna” (1971), un film che segue il filone “degli animali” argentiano ma che si può ritenere sia un importante cult del thriller all’italiana, sia un manifesto della idea di cinema di Fulci. Il film mostra infatti conturbanti sequenze oniriche, parapsicologia, erotismo spinto, abbandonante (ma non eccessiva) presenza di scene splatter.

È tuttavia il 1972 la data del suo primo vero capolavoro: “Non si sevizia un paperino”. Un film estremamente controverso, che ha portato il regista addirittura a processo, e resta tutt’ora un discusso classico del nostro cinema. Dotato di un cast notevole (Tomas Milian, Barbare Bouchet, Florinda Bolkan già protagonista in “Una lucertola…”), tratta di un’indagine su una serie di uccisione di bambini in un paesino (immaginario) della Basilicata.

Più che la storia in sé, è il monumentale spaccato dell’Italia rurale, con le sue simbologie, a ergersi nel film: viene raffigurato un piccolo paese del Sud, arretrato, superstizioso, arcaico dal quale non compare quella rustica semplicità che la lontananza dalla “civiltà” ha raffigurato in altre opere. A dominare i paesaggi rurali e montuosi, e ad animare i rustici popolani sono morbosità, pedofilia, incesto, arretratezza, ignoranza e soprattutto violenza. Condito da celebri scene splatter e da musiche stridenti ma coinvolgenti, “Non si sevizia un paperino” trova la sua vetta estetica nel confine tra l’autostrada, simbolo della modernità, e le montagne, antiche e naturali, che relegano il paese in una brutale arcaicità.

Il successivo passo del nostro regista è un altro capolavoro del thriller: “Sette note in nero” (1977). A due anni di distanza da “Profondo rosso”, il lavoro di Fulci si situa su quella linea, con somiglianze marcate (si pensi ai feticci: in Argento una nenia infantile, in Fulci il carillon di un orologio, ecc.) tra cui emerge il tema della parapsicologia: già affrontata in “Una lucertola…”, qui la percezione, la preveggenza, il sogno, hanno un ruolo totalmente dominante, facendo affiorare uno dei temi più ricorrenti del nostro regista. È tuttavia un’opera originale con una sua dimensione, nella quale rileviamo, per contrasto al suo stile abituale, l’assenza di sangue ed omicidi e la rigida morigeratezza del paesaggio fiorentino – e il tutto contribuisce a creare un clima di forte tensione e inquietudine.

È nel 1979 che Fulci gira il suo primo horror: “Zombi 2”, seguito di “Zombi” di George Romero, che, più che un sequel, è una pellicola a sé. Non tra i suoi migliori horror, in questo lavoro si notano i limiti (il basso budget e l’artigianalità degli effetti speciali, trame un po’ approssimative e alcuni errori di sceneggiatura) ma soprattutto alcune qualità degli horror fulciani: scene splatter estreme ben rese, un forte impatto visivo e una tensione che viene efficacemente mantenuta, con un ubiquo senso di macabro pessimista che aleggia in tutto l’universo rappresentato.

È con la successiva trilogia di horror, che Fulci guadagnò la meritata fama internazionale: la “trilogia della morte” composta da “Paura nella città dei morti viventi” (1980), “…E tu vivrai nel terrore! L’Aldilà!” (1981) e “Quella villa accanto al cimitero” (1981). In questa trilogia, caposaldo mondiale del genere, trova la sua realizzazione tutta l’inventiva visionaria del regista, legata anche dalla stessa attrice protagonista (l’inglese Catriona MacColl).

“Paura nella città dei morti viventi” presenta fin dall’inizio notevoli richiami lovecraftiani (si pensi solo alla città di Dunwich), una trama caratterizzata da sogni, visioni di altre dimensioni, profezie e scene violentissime. La trama, ben modulata e ricercata, fa affiorare un universo che si richiama ad antichi misteri (il libro di Enoch) calato nella quotidianità, e momenti di vero terrore.

“L’Aldilà!”, da molti ritenuto la vetta del regista, porta all’estremo l’estetica fulciana: trama molto abbozzata (quasi assente), che fa da sfondo a terribili e originali scene di violenza (è probabilmente il più splatter dei film di Fulci), ammantate ancora da elementi onirici: questa volta la vista e la cecità, le allucinazioni, la pittura e libri di antichi misteri (“Eibon”), tutto fuso in un universo che confonde in la realtà dei viventi con l’aldilà, in un crescendo di orrori che termina in un finale quasi apocalittico.

“Quella villa accanto al cimitero” è invece un horror più tradizionale: una casa infestata da una figura misteriosa e malvagia, minori scene splatter, profondi bui e vuoti che creano un forte senso di paura e disagio. Esteticamente molto studiato, questo film ha una cura particolare per gli ambienti e le prospettive, senza tuttavia mancare di omicidi sanguinolenti.

Gli anni ’70 e ’80 furono l’apogeo del cinema horror italiano, e Fulci vi si ritagliò uno spazio non indifferente. Erede delle pellicole di Bava di qualche anno anteriori, l’horror nostrano di quegli anni ebbe la sua punta nelle produzioni di Argento, dai connotati fiabeschi e dominate dal colore, dalla suggestione e dalle musiche. Fulci, invece, seppe creare un suo spazio al confine tra l’horror “underground” quasi da b-movie e il grande cinema: trame assenti, spazio e logica che si ritirano di fronte allo stagliarsi di un male brutale e violentissimo, mostrato con feroce crudeltà e fantasia, dove in queste atmosfere tetra dominano il sogno e la mente.

Nonostante il tardo riconoscimento, il suo horror fece scuola, e molte sue scene vennero riproposte in parecchi film (molto famosa, ad esempio, la morte di Olga Karlatos in “Zombi 2” oppure le interiora rigurgitate in “Paura nella città dei morti viventi”). Fulci seppe collocarsi in una posizione cinematografica distante sia da una rappresentazione della bestialità come scopo ultimo (“Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato) sia dal macabro e perverso (“Buio Omega” di Joe d’Amato) molto diffusi in Italia, sia creandosi una dimensione estremamente personale, libera dalle convenzioni classiche e del grande cinema, molto genuina e artigianale, costantemente legate all’universo del (preteso) b-movie.

Dopo la sua famosa trilogia, Fulci continuò a dirigere principalmente film horror e thriller – ma non solo: meritano una menzione il violentissimo poliziottesco di ambientazione napoletana “Luca il contrabbandiere” (1980) e la fantascienza distopica (di ispirazione carpenteriana) “I guerrieri dell’anno 2072” (1984).

Gli horror del Fulci degli anni ’80 e ’90 lasciano spazio ad una maggiore commistione con il thriller all’italiana e il giallo. Tra le sue migliori produzioni, meritano di essere ricordati il feroce “Lo squartatore di New York” (1982), l’horror-fantasy “Conquest” (1983) e infine “Murderock: uccide a passo di danza” (1984), un thriller che riscosse molto successo.

Con budget sempre più scarsi e in condizioni fisiche sempre peggiori, gli ultimi lavori di Fulci risultarono decisamente ingloriosi, a volte veri e propri trash, anche se girò ancora piccoli capolavori come “Le porte del silenzio” (1991), l’ultimo suo film.

(di Leonardo Olivetti)