Washington Post: alcuni dubbi sul “libro-bomba” contro Trump

Tra i tanti appellativi che gli sono stati affibbiati -ottuso, patetico, calcolatore- nessuno ha mai detto che Michael Wolff sia un personaggio noioso.

Polemico e provocatore, Wolff ha un vero talento nello stimolare una discussione e andare fino in fondo ai fatti; secondo i suoi detrattori, a volte perfino troppo a fondo. E’ stato accusato di avere, nei suoi articoli e nei suoi libri, non solo rielaborato delle scene a cui avrebbe assistito, ma di averle talvolta create di sana pianta.

Questo fornisce un contesto per analizzare con maggiore chiarezza il nuovo, esplosivo libro di Wolff: “Fire and Fury: Inside the Trump White House”, il quale descrive i misfatti e le lotte intestine della campagna presidenziale di Donald Trump e il suo primo anno di presidenza, condito di forti critiche da parte dei suoi più stretti collaboratori.

Secondo un articolo apparso sul Guardian e un lungo estratto del libro apparso sul New York Magazine, Wolff descrive Trump e le persone a lui più vicine come totalmente sconvolte dalla vittoria elettorale del 2016, e completamente impreparate a prendere ufficio. Trump, scrive, non aveva la minima idea di chi fosse l’ex portavoce della Casa Bianca John A. Boehner, quando il suo consigliere Roger Ailes glielo raccomandò come capo dello staff. I suoi consiglieri e alleati più stretti dubiterebbero della sua intelligenza e lo avrebbero preso in giro apertamente.

Ma le rivelazioni più scottanti di Wolff riguardano i commenti attribuiti a Stephen K. Bannon, direttore della campagna elettorale di Trump ed ex chief strategist della Casa Bianca. In alcune interviste con Wolff, Bannon ha descritto gli incontri tra i consiglieri di Trump e i russi, avvenuti a metà 2016, come “traditori” e “anti-patriottici” –  seguendo la narrativa dei più aspri critici di Trump.

Bannon ha anche avvertito che l’investigazione di Robert Muller sulle presunte collusioni russe si sarebbe concentrata sul riciclaggio di denaro e gli accordi della famiglia Trump con la Deutsche Bank. Bannon, secondo Wolff, avrebbe predetto: “Schiacceranno Donald Jr. in TV come un uovo. Stanno tentando di fermare un uragano seduti in spiaggia”.

Trump non sta esattamente replicando alle affermazioni di Wolff, né Bannon le ha finora smentite. In una dichiarazione di mercoledì, Trump ha criticato il suo ex consigliere dicendo: “Steve Bannon non ha più niente a che vedere con me o la mia presidenza. Quando è stato licenziato non ha perso solo il lavoro, ha perso la testa. Steve fa finta di essere in guerra con i media, che lui definisce il partito di opposizione, eppure ha speso il suo tempo alla Casa Bianca trapelando false informazioni per farsi vedere più importante di quanto non lo fosse. E’ l’unica cosa che sa fare bene”.

Non ci sono dubbi sul fatto che il libro sarà un successo. Ma ora è il caso di dargli una seconda occhiata. Katie Walsh, ex advisor della Casa Bianca, ha negato di avere detto un commento riportato nel libro di Wolff secondo la quale lei avrebbe sostenuto che “lavorare con Trump è come cercare di capire che cosa vuole un bambino”.

La portavoce Sarah Huckabee Sanders, mercoledì, ha mostrato scetticismo verso il libro: “Sappiamo che nel libro ci sono scritte molte cose che, a quanto abbiamo potuto vedere, sono completamente false”. Non è entrata nello specifico, ma Sanders ha aggiunto che le scene descritte da Wolff sono “l’opposto di quanto ho visto finora”.

Wolff, 64 anni, ha dichiarato che il suo libro è il risultato di oltre 200 interviste a membri dello Staff della Casa Bianca, incluso Bannon. Finora non ha replicato alle numerose richieste di chiarimenti.
La sua affidabilità come giornalista è stata più volte messa in discussione. Wolff stesso ha dichiarato di essere, talvolta, inaffidabile: come scrive in “Burn Rate” -il suo bestseller, che racconta i suoi primi anni come imprenditore informatico- Wolff ha tenuto lontani i banchieri e i creditori inventandosi la storia di un’operazione a cuore aperto cui doveva sottoporsi suo suocero.

“Quante bugie ho detto? Quanti errori ho compiuto? Quante violazioni etiche ho commesso?”, scrive nel suo libro. Il suo business è fallito nel 1997.

“Burn Rate” viene spesso usato dai suoi detrattori come prova della sua inaffidabilità, incluse le lunghe conversazioni che Wolff trascrive parola per parola, nonostante sia solito prendere pochissimi appunti. Brill’s Content, una rivista di media-review ora non più esistente, citava almeno una dozzina di persone che negavano le parole a loro attribuite nel suo libro.

Dopo l’avventura descritta in “Burn Rate”, Wolff è diventato una colonna del New York Magazine, dove è quasi immediatamente finito nei guai. Judith Regan, allora una editrice di libri ed ex compagna di classe di Wolff al Vassar College, ha criticato quasi ogni paragrafo dell’articolo che Wolff aveva scritto su di lei, aggiungendo che loro due non si parlavano di persona da trent’anni. Wolff ha risposto: “Lei non mi parla… suppongo che al mondo ci siano tante persone che non vogliono più parlarmi”.

Il giornalista di New Republic Andrew Sullivan ha accusato Wolff di avergli praticamente messo le parole in bocca, quando ha scritto che “secondo Sullivan io sono più importante intellettuale gay d’America oggigiorno”. Sullivan ha dichiarato di non avere mai pronunciato quelle parole.

In una storia di copertina per New Republic, Michelle Cottle ha scritto che Wolff è diventato il “Ragazzo d’Oro” dei media newyorkesi dopo avere vinto due National Magazine Awards. “Il suo spirito arguto, la sua scrittura brillante e la sua capacità di scrivere qualunque cosa su chiunque rendono la sua rubrica una lettura obbligata”, ha scritto.

Aggiungendo, però: “Una cosa che infastidisce i critici di Wolff è che le scene da lui narrate non sono ricostruite, quanto costruite – provengono più dalla sua immaginazione che da una vera conoscenza degli eventi. Perfino Wolff stesso riconosce che il giornalismo convenzionale non è il suo forte”. Un editore che ha lavorato con Wolff ha riferito alla Cottle: “E’ un maestro nel far credere al lettore di avere speso ore e giorni con il soggetto di cui parla, quando in realtà potrebbe non averci passato nemmeno un minuto insieme”.

Anche l’aneddoto di Wolff riguardo a Trump che ignorava chi fosse Boehner, è alquanto sospetto. Il motivo? Trump, dal 2011, ha citato più volte Boehner nei suoi tweet. Così scriveva Trump nel settembre 2015: “Glenn Beck si lamenta sempre (peggio di Boehner), parla male di me perché mi sono rifiutato di partecipare al suo show – robe da matti!”

(da The Washington Post – traduzione di Federico Bezzi)