La società femminilizzata e la distruzione dei sessi

Il mondo femminile differisce da quello maschile almeno in due dimensioni: una psicodinamico-emotiva ed una esistenziale. Sarebbe un grave errore ritenere che fra di esse sussista una netta separazione o, per converso, una consolidata compenetrazione. Se di compenetrazione si parla, essa deve ritenersi determinata da necessità contingenti, e non il contrario.

È su questa regola che si regge l’essere maschile in senso prettamente ideal- e archetipico. La forza deve fondarsi e reggersi sul valore, morale e materiale, dell’autodisciplina. Da esso origina la libertà intesa come potenza, e la potenza intesa come libertà. Non sempre, tuttavia, almeno sotto l’aspetto della deontologia morale, la libertà si transustanzia in potenza o volontà di potenza.

L’essere femminile si fonda su presupposti affatto diversi, e complementari alla propria controparte. Vi si assiste al frequente incontro fra gli elementi compresi entro la sfera emotiva e quella esistenziale. La disciplina attiva è dettata da necessità legate ai ruoli e ai cicli biologici della donna. Ciò sembra produrre quella affascinante discontinuità che talora caratterizza la femmina – e la donna – nel potenziale dei suoi intenti e, soprattutto, nella corresponsione, del tutto sui generis, fra i disposti astratti e astraenti della vita quotidiana e la loro incarnazione nella parola.

Su questa essenza, dunque, si basa il possesso, da parte della donna, di quella peculiarità, l’empatia, che può definirsi l’elemento più nobile del suo essere. È comunemente accettata la posizione per cui, grazie al possesso di essa, la donna disponga anche di una maggiore rapidità, rispetto all’uomo, nella comprensione delle situazioni entro cui si trova ad agire.

Il maschio dispone, al contrario, di una diversa inclinazione mentale nella valutazione dell’esterno, la simpatia, da intendersi come la capacità non già di prevedere allo scopo di preservare e perpetuare, ma di comprendere e dominare allo scopo di custodire e tramandare. In altre parole, il maschio – e l’uomo – è capace di cogliere il modo in cui ogni situazione complessa ragiona, confrontandosi con essa e, quindi, tenendosene debitamente separato. Su questo punto differiscono anche le disposizioni, maschile e femminile, alla prudenza. Nel primo caso, si è anche rivolti verso il Sacro, ossia verso la cifra spirituale della vita. Nel secondo caso, si indugia per lo più sulla cifra emozionale, emotiva, carnale della vita.

Il rispetto reciproco di queste due dimensioni dell’umanità fonda la vita non solo come fatto materiale, ma soprattutto come fatto morale. Il sopravvento dell’una sull’altra, nella specie, della femminilità sulla maschilità in senso pervasivo e “totalizzante” è l’anticamera di una perdizione senza precedenti. È in questo senso che l’empatia, da benedizione quale può essere per la donna, a condizioni d’impiego moderate, diviene una maledizione per l’intero tessuto sociale alla quale essa è imposta.

Oggi è facilmente percepibile la spiacevole sensazione per cui la società stia andando incontro a una generale “femminilizzazione”. Questa spinta può dirsi individuabile in tipologie di situazioni in apparenza affatto differenti, ma sostanzialmente fra loro interconnesse. La matrice di un consimile cambiamento è da ravvisarsi non già in un avveneristico auspicio, coltivato, forse, a partire dalla fine degli anni Ottanta, relativo all’avvicinamento fra i due sessi in un unico genere, ma nella giustificazione di un matriarcato, diremmo surrogato, che porta con sé non solo un diverso rapporto reciproco fra i sessi, ma anche un differente esplicarsi dell’essere al mondo dell’individuo.

Molti sono i risvolti di questa situazione. Si cominci a inquadrarla dal notare un fatto: l’uomo moderno, che si intenda femminilizzato, non è più capace di affrontare le situazioni che la vita gli propone. Piuttosto, le subisce. Ciò è dovuto alla perdita di quella inclinazione allo straniamento del quale si è detto poc’anzi. Ogni esperienza non edifica, ma impressiona. Ogni avversità non disciplina, ma logora. Ogni scossa al sistema di conferme ideali ed eterne onde il pensiero dell’uomo comune tende a fondarsi è vissuta come una violenza morale. In generale, ogni richiamo all’ordine è vissuto come un atto brutalità.

Ciò è testimoniato anche da alcune sintomatiche sfumature linguistiche riscontrabili nella prolifera attività informativa in cui molte giovani donne si producono per diffondere il proprio modo di pensare e di sentire in Rete. Assai ricorrente, nel loro stile di scrittura, è l’abuso dei superlativi assoluti, degli aggettivi impiegati con valore iperbolico, di una paratassi pedestre e sofferta, corredata da numerosi polittòti – si pensi al ricorrere, molto ravvicinato, in un solo periodo, della particella che ora come congiunzione introducente una subordinata relativa o completiva, ora come pronome relativo.

Siamo dinanzi a tratti stilistici dei quali alcuni scrittori di grido degli anni 2010 si sono fatti diffusori con conseguenze deleterie. Ciò rende di certo poca giustizia alla genuina raccomandazione fatta da Ovidio, nella sua Ars amatoria, di onorare le donne sussurando loro il proprio amore con parole semplici e sentite perché intimamente poetiche.

Siamo dinanzi ad una società che ha scientemente confuso la solerzia con l’isterica compulsione. Ogni azione, dunque, anche la più banale, non è più consequenziale, ma “anancastica”, quasi di rilievo clinico. Basti soltanto figurarsi, in questo senso, quell’ammorbata tanatofobia che investe i “giovani”, per età anagrafica, o per mediata vocazione, alla sola visione di una ripresa, in televisione, al cinema, o nei canali della Rete, particolarmente cruenta.

Tanto basta non solo per un cambiamento delle abitudini alimentari del singolo – cambiamento, questo, che richiederebbe ben altri presupposti per considerarsi consapevole e responsabile – ma perfino dell’ideologia politica, per non dire, nei casi più estremi, dell’orientamento sessuale.
I risvolti più intimi dell’esistenza possono arrivare a forgiare, indirizzandola, l’azione di un singolo individuo. In presenza di una femminilizzazione in atto, l’esperienza intima tende a divenire uno scandaloso segreto.

Se è proprio della persona forte garantire un’etica dell’atto dovuto anche nell’uso della parola, è, al contrario, proprio di un singolo dimidiato, perché femminilizzato, fare della parola un uso privo di proposito. È in questo momento che la parola cessa di essere atto di prudenza, per tramutarsi in chiacchiera, pettegolezzo, bercio, insulto, ovvero in atto gratuito.

Se la morale era assicurata, fondata dal rispetto generale di alcune regole di convivenza comune, consuetudinarie o codificate, oggi è confusa, nella forma e nella sostanza, con un’eticità “precostuituita”. Assicura largo consenso sociale, in quest’ottica, rispettare una dieta di supposto scarso impatto ambientale, o mostrare predilezione per certe forme di esotismo o cosmopolitismo. Ciò si riverbera, soprattutto, sulle scelte compiute nei rapporti umani da intessersi nell’immediato o nel futuro prossimo. In ogni caso, tutto quello che esula da ciò è ampiamente consentito. Nel bene. Ma soprattutto nel male. Ecco individuata, così, una sicura matrice dell’approccio comunicativo noto come politically correct.

In questo panorama, l’individuo è confortato solo ed esclusivamente dal sostegno delle maggioranze. Confortato, sì, ma anche soggiogato. È, per questa ragione, intimamente instabile, soggetto ai propri sbalzi d’umore, ai delicati equilibri che sottendono alle trame dei rapporti sociali nella loro sommessa brutalità. Dinanzi a ciò, se l’uomo sembra aver rinunciato al proprio ruolo, la donna appare, invece, intesa a pervertire la propria essenza, a far elevare a sistema, detto apertis verbis, i propri capricci, le proprie volizioni, le proprie pretese.

Ciò attesta la decadenza non di un solo sesso, ma di entrambi. L’uomo ha cessato di essere guerriero, ripiegando su un ruolo di cavalier servente che sembra soddisfarlo più nella prospettiva che nell’immediato. La donna, al contrario, vede soddisfatta ogni sua minima richiesta, anche quella più assurda. Così facendo, tuttavia, finisce per ledere da sé, e dalle fondamenta, quella stessa dignità per il cui rispetto il proprio genere doveva aver sudato lotte senza quartiere, mostrando la necessità di dover essere tutelata sempre e comunque, e, dunque, mettendo a nudo la cifra ultima della propria costitutiva debolezza.

Il cinema italiano soprattutto, sembra rappresentare con orgoglio questo cambiamento, e se questa verità, pur parziale, non convince, ciò si deve o a una scarsa attenzione dello spettatore, o a un’altrettanta scarsa qualità – indubbia – di questo cinema, oppure, forse, ad un’eccessiva vicinanza del singolo, nella propria vita quotidiana, con quanto in esso rappresentato.

A tutti gli amanti della canzone d’autore italiana sarà notissimo il testo della celebre canzone di Franco Battiato “La cura”. Molti versi dei maggiori successi del maestro siciliano sono pregni di riferimenti non già alla cultura new age – e, in quanto tale, alla “cultura” di consumo – , ma a maestri dell’antroposofia e della mistica novecentesca, come ad esempio Georgij Gjurdžìev e Pëtr Demjanovič Uspenskij.

È altamente sintomatico che quegli stessi versi vengano mandati a memoria da ascoltatori, che forse non hanno mai neanche delibato una pagina dei su menzionati pensatori, o perché mai sentiti nominare, o perché giudicati a sé non congeniali, o ancora, per dare voce a una posizione largamente condivisa, perché ritenuti a priori “pesanti” – un aggettivo con valore iperbolico sin troppo presente nel linguaggio femminilizzante.

Torniamo, dunque, al testo de’ La cura. Ad una prima lettura, sembra essere rivolto a una donna, con un Sé forse non molto solido, emotivamente instabile, tesa ad attrarre entro le fila della propria esistenza, per costituzione caratteriale, errori, sventure, rimpianti. Qui di seguito vengono riportati i primissimi versi della canzone:

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, / Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via/ Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, /Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai/ Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,/Dalle ossessioni delle tue manie/ Supererò le correnti gravitazionali, /Lo spazio e la luce/ Per non farti invecchiare / E guarirai da tutte le malattie, /Perché sei un essere speciale”

Sembra essere stata ampiamente condivisa l’opinione per cui si sia dinanzi ad una preghiera all’incontrario. Si tratta di un’interpretazione alquanto curiosa. È insolito, poco ricorrente che una divinità – anzi, un suo medium, che pretenda financo di sostituirvisi! – prometta soccorso a una creatura secolare, in assenza di un patto, di un voto preventivo, che giustifichi un qualsiasi do ut des. L’ascoltatore, tuttavia, potrebbe credere di averlo individuato in ciò che la diretta interessata – sempre che si tratti di un anonimo individuo di sesso femminile – è un essere speciale. Poco oltre, la canzone recita due versi, per i quali, data la loro chiarezza, sembra non doversi applicare interpretazione:

“Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.”

L’autore pare ritornare sui suoi passi dopo aver troppo concesso. Se ciò è vero, egli, dinanzi al regno del femminino tremore conseguenza delle asperità del Dasein, si vede costretto, essendo contravvenuto a un protocollo per l’accesso al Sacro, a proporre l’intrapresa di un percorso alternativo, forse di ripiego: quello verso l’Essenza, l’approcciare la quale non può purtroppo esaurire l’obiettivo verso cui si tendeva inizialmente.

Questo può essere sufficiente per dimostrare che Battiato, nella sua canzone, non ha affatto intessuto una preghiera all’incontrario, e che, soprattutto, non si è rivolto ad una persona, a una donna, della quale tace il nome. Egli si è rivolto all’uomo moderno, del quale colei alla quale Battiato si rivolge è, assai probabilmente, un’allegoria. È stato, così, individuato la pars destruens di quell’avvicinamento dei sessi, che fino agli anni Novanta sembrava suscitare in certe anime progressiste, e scientiste, un certo interesse.

Se è vero che, in quanto artista, ha assolto una funzione di medium, quale che siano gli errori da lui commessi, egli ha fatto ciò con sconsolato fatalismo: l’umanità tutta è destinata alla perdizione sotto molti rispetti, primo fra tutti il volontario, stanco accantonamento di ogni forma di disciplina individuale.

Battiato ha in effetti còlto, nel suo ruolo, i pericoli che questo processo riserva. Nei versi iniziali, appena commentati, assicura, sì, protezione morale e spirituale a un’umanità fiaccata dalla propria sostanziale incostanza. Allo stesso tempo vi si rassegna, vi si concede, quando pretende, con slancio eroico, di contrastare le leggi della fisica per assicurare ad essa eterna giovinezza, e per una giustificazione ben precisa: perché è un essere speciale. Non per particolari meriti. Non per peculiarità che avvicinino al divino. Non perché degna di salvazione. Ma perché, in nome di uno stinto spirito cavalleresco, è un essere speciale.

(di Fabrizio Rudi)