Acca Larentia, 40 anni dopo

Ancora riecheggiano i commenti a dir poco vergognosi a Radio Popolare, la sera del 7 gennaio 1978, nei quali venivano incensati i carnefici e si minimizzava l’accaduto.

Erano stati appena uccisi a sangue freddo tre ragazzi, poco più che 18enni. Tre “sporchi fascisti”, qualcuno dirà, emulando il peggior cane che si abbatte su un leone, drogato com’era dal mantra che “uccidere un fascista non fosse reato”, ripetuto ad oltranza dal ceto sessantottino, all’epoca già inquadrato nella guardia plebea del capitalismo borghese, quindi troppo vigliacco per pestare i piedi alla Chiesa e alla DC, nonostante – a parole – alla prima volesse spargere del cloro e alla seconda la diossina.

Sparare al fascista garantiva protezione e un certo elogio da parte dell’opinione pubblica, quindi era lì che si virava, lavoro pulito e via. Dopo 40 anni – nei quali i responsabili non sono stati assicurati alla giustizia nemmeno per sbaglio – qualcuno giustamente si chiede; è cambiato qualcosa?

No, tutto uguale; l’attentato alla libreria di CasaPound viene elogiato, il vilipendio delle tombe dei Repubblicani di Saló al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano quasi approvato. A parti inverse scatterebbe la purga mediatica bi-partisan con annessa crocifissione. Acca Larentia è il fanatismo antifascista.

(di Simone De Rosa)