4 gennaio 1960: la misteriosa fine di Albert Camus

Poiché durante la Guerra Fredda non parteggiò né per il duo USA/NATO, nè per l’URSS, Albert Camus era un soggetto fuori dagli schemi. Di conseguenza fu criticato dalla destra, dalla sinistra e dal centro. La sua fedeltà era alla verità, non alle ideologie. Si opponeva all’omicidio di Stato, al terrorismo e alla guerra da qualunque parte provenissero.

Un artista anarchico con un’appassionata fame spirituale, un austero e retto Don Giovanni; questo uomo di cultura e d’onore si è guadagnato la sua reputazione attraverso una lunghissima meditazione letteraria sulla morte e le sue forme: malattia (era perennemente sotto cura per la tubercolosi), omicidio, suicidio, pena di morte, guerra, etc.; morte “felice” e assurda, improvvisa o lenta. Il suo nemico era l’ingiustizia e quei potenti convinti di avere il diritto di fare soffrire gli altri e uccidere per i propri interessi. Un artista costretto dalla storia a entrare nell’arena politica, ha parlato in difesa dei poveri, degli oppressi e delle persone senza potere. Tra i suoi nemici c’erano l’imperialismo liberale e il marxismo sovietico, ideologie astratte usate per schiavizzare e uccidere in tutto il mondo.

Generalmente conosciuto per i suoi scritti sull’assurdità (che per lui era un passo obbligato verso la rivolta), quando è morto in un’incidente d’auto il 4 gennaio 1960 su una strada di campagna in Francia, con uno strano biglietto ferroviario in tasca, la stampa ha giocato molto sulla natura assurda della sua morte. Lo fa ancora. Ma era così?

Nel 2011 i media hanno rilanciato la notizia di un giornale italiano secondo il quale Camus potrebbe essere stato assassinato dal KGB sovietico per le sue critiche all’invasione russa dell’Ungheria avvenuta nel 1956; al massacro dei combattenti ungheresi; e per avere difeso Boris Pasternak e il suo libro, “Il dottor Živago”. La notizia era ripresa dal Corriere della Sera ed era basata sulle dichiarazioni di Giovanni Catelli. Catelli ha dichiarato di avere letto in un diario scritto da Jan Zábrana, celebre poeta e traduttore de “Il dottor Živago”, quanto segue:

“Ho sentito qualcosa di molto strano da parte di un uomo che sapeva molte cose e possedeva delle fonti molto bene informate. Secondo lui, l’incidente che è costato a Albert Camus la vita è stato organizzato da delle spie sovietiche. Hanno danneggiato uno pneumatico della sua macchina usando un sofisticato equipaggiamento per tagliare le gomme durante il viaggio”

Questa affermazione fu respinta rapidamente dagli studiosi di Camus, e altrettanto rapidamente scomparve dalle notizie.

Ma nel 2013 Catelli ha pubblicato un libro sul caso, “Camus deve morire”, curiosamente mai tradotto né in inglese né in francese. Dirò solo che potrebbero esserci molti più elementi, rispetto a quelli scritti dal Corriere della Sera. Si pensi solo alla misteriosa morte del 2013 del giornalista Michael Hastings negli Stati Uniti, quando la sua auto ha accelerato improvvisamente a oltre 100 miglia all’ora e si è schiantata contro un albero su una strada diritta a Los Angeles; tutto ciò dovrebbe farci pensare due volte, forse di più. Strade dritte alberate, senza traffico, scrittori schietti, incidenti anomali.

Qualunque sia stata la causa della morte di Camus, la sua voce oggi risuona più potente che mai. Credo che dovremmo onorarlo e celebrarlo in questo giorno della sua morte, perché ha reso onore alla bellezza e alla sofferenza, e ha difeso gli innocenti in questo mondo criminale. Il mondo come prigione è una metafora di lunga tradizione. Negli scorsi cento anni, tuttavia, con la secolarizzazione della cultura occidentale e la cosiddetta “morte di Dio”, le porte di questa prigione hanno chiuso fuori l’immaginazione popolare; un crescente numero di persone si sente intrappolata in un universo alieno, incapace di trovare un contatto tra sé stesse e un Dio assente. La morte, una volta vista come la via per l’eternità, è diventata per molti un simbolo dell’assurdità dell’esistenza.

Camus era ossessionato da queste immagini, intensificate dal suo personale isolamento iniziato con la morte del padre nella Prima Guerra Mondiale e continuate a causa della sua madre insensibile. La sua intera vita, inclusa la sua tragica arte, è stato un tentativo di trovare una via d’uscita al suo mondo chiuso.

Ecco perché continua a parlare oggi a coloro che combattono contro gli stessi enigmi, coloro che combattono per cercare la speranza di difendere gli indifesi, e al contempo ritrovare la gloria della vita. Non è assurdo che Camus stesse trattando questi argomenti negli appunti trovati nella valigia che portava con sé nel suo ultimo viaggio -il manoscritto incompleto di Le Premier Homme. Un po’ come se, a prescindere che sia morto per incidente o assassinato, il primo uomo avesse voluto avere l’ultima parola.

(da Global Reserarch – traduzione di Federico Bezzi)