Ecco perché non ci sarà alcuna rivoluzione in Iran

Un regime change appare improbabile, ma ciò che è in gioco sta preparando la scena per un ulteriore rinnovo delle sanzioni economiche. Il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha presumibilmente fatto la cosa giusta scegliendo di apparire in televisione per riconoscere la rabbia popolare, in un periodo tanto duro per quanto riguarda la situazione economica in Iran. L’inflazione è al 12%, anche se in calo rispetto al 40% su cui si attestava all’inizio del primo mandato di Rouhani.

E il recente aumento fino al 40% dei prezzi del carburante e dei prodotti alimentari non ha particolarmente aiutato. Tutto ciò rientra nel budget per il 2018 del team di Rouhani, che ha inoltre tagliato i sussidi per i poveri, peculiarità tra l’altro condivisa anche dalla precedente Amministrazione di Ahmadinejad. C’è poi la disoccupazione giovanile, la quale si aggira attorno al 30%. Un quadro simile è stato di recente registrato dalla Spagna, membro dell’Unione Europea.

Questi dati spiegano evidentemente perché la maggior parte dei manifestanti abbia meno di 25 anni ed appartenga alla classe lavoratrice. Rouhani avrebbe dovuto spiegare dettagliatamente agli iraniani quali siano le conseguenze dirette sulle loro vite della recessione economica e delle sanzioni degli Stati Uniti, che stanno influenzando il Paese.

Questi elementi si sono oltretutto saldati con le minacce finanziarie avanzate contro le imprese occidentali, ora di nuovo in attività, o che stanno comunque contemplando la riapertura dei propri affari in Iran. Dopo avere firmato nel 2015 a Vienna il “Piano d’azione congiunto globale” [JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action, ndt], noto anche come accordo sul nucleare iraniano, Rouhani aveva promesso che tale intesa avrebbe stimolato l’economia, portando a più posti di lavoro.

Ma non è stato così, e le legittime proteste scatenatesi per via dello stato di cose non si sono mai dissolte del tutto. Anzi, In realtà fanno parte dello scenario iraniano da decenni. Se consideriamo l’esperimento della Repubblica Islamica, una sorta di “teocrazia con caratteristiche democratiche”, l’elemento più eclatante che risulta è quanto questa sia profondamente radicata nel Paese. L’ho imparato durante i miei numerosi viaggi in Iran, e ciò ha molto a che fare con la funzione svolta dai basij, i miliziani volontari. Essi hanno permeato tutti gli aspetti della vita sociale, dai sindacati ai corpi studenteschi ai gruppi di dipendenti pubblici. In tal senso c’è una forte somiglianza con la Cina, dove il Partito Comunista è innestato nel tessuto stesso della società.

Parlare con i giovani in luoghi come Kashan o Mashhad mi ha mostrato quanto fosse solida la base popolare dietro l’esperimento della Repubblica Islamica. È stato sicuramente più stimolante che ascoltare gli ayatollah di Qom. Tuttavia, ciò che ora sta accadendo in Iran è che delle comprensibili proteste legate alle difficoltà economiche sono state dirottate dai soliti sospetti in una mossa finalizzata ad influenzare la minoranza.

Dopotutto, l’Amministrazione di Rouhani è relativamente liberale rispetto al Governo populista di Ahmadinejad. Quindi, ciò che abbiamo è un tentativo concertato di trasformare le manifestazioni di malcontento in un movimento “rivoluzionario” avente come obiettivo la provocazione di un regime change. In tutti i suoi fini e nel suo naturale sviluppo, questo tentativo porterebbe alla guerra civile.

Be’, molto semplicemente, non funzionerà. Chiunque abbia familiarità con l’Iran sa che la società civile del Paese è troppo sofisticata per cadere in una trappola così cruda e scontata. Per avere un’idea della tenuta sui tentativi di ingerenza dall’estero, basterebbe osservare il Professor Mohammad Marandi dell’Università di Teheran, un accademico di assoluta integrità, discutere con un ex dipendente della BBC sulla rete televisiva Al Jazeera, di proprietà Qatariota. In effetti, ciò che è certo è che gli elementi stranieri stiano agendo come provocatori per influenzare le proteste.

La retorica del “tutto il mondo sta guardando” ha il solo scopo di intimidire la risposta di Teheran. Eppure, è necessario esercitare un giro di vite contro la violenza, come Rouhani ha fortemente suggerito. Riusciamo ad immaginare la risposta della polizia se il livello di violenza raggiunto nelle strade iraniane fosse registrato in Francia o in Germania? Il regime change è improbabile, ma quanto sta accadendo porterà ad un ulteriore rinnovo delle sanzioni economiche contro l’Iran. Forse, in questo caso da parte dell’UE. Speriamo che non cada in questa trappola.

Ad ogni modo, Teheran si sta preparando per incrementare i propri affari in tutta l’Eurasia attraverso la nuova Via della Seta della Cina [la “One Belt One Road Initiative”, OBOR, ndt], e l’Unione Economica Eurasiatica [l’Eurasia Economic Union, EAEU, ndt]. In conclusione, sta al team di Rouhani essere in grado di tamponare la crisi sul fronte economico.

(di Pepe Escobar, Asia Times – Traduzione di Giovanni Rita)