Primavere arabe e inverni persiani

Occorreva un simbolo per dare una narrazione alle “proteste” in Iran. Tempo 0 e lo abbiamo avuto. Trattasi della ragazza che si toglie l’Hijab in segno di ribellione contro l'”oscurantismo” dello sciismo duodecimano. Stampa, think tank atlantisti, opinionisti filo-occidentali, “attivisti” delle ONG e i Roberto Saviano dei poveri si sono avventati subito su di lei come dei falchi: in fondo cosa c’è di più facile da capire per un lettore distratto di un quotidiano di una fanciulla “oppressa” che vuole condurre una vita all’occidentale ma che non può a causa di Hassan Rouhani e Alì Khamenei?

Sembra il deja vu della Siria. Nel marzo del 2011 si cianciava di presunti studenti universitari che chiedevano la fine del regime di Bashar al-Assad. Il tutto per sorvolare a piè pari sui fatti di Latakia, dove vennero segnalati movimenti sospetti di gruppi armati di persone, finanziati da mani giordane, che spararono contro cittadini inermi, uccidendone 10, tra cui alcuni agenti delle forze di sicurezza.

Nel caso iraniano, la morbosa attenzione sul tentativo di emancipazione della balda giovane serve a nascondere le rivelazioni di Sayed Mousavi, secondo le quali sulle rivolte iniziali si sono immediatamente proiettati individui di nazionalità ignota che stanno cercando la reazione violenta dell’esecutivo per scatenare un circolo vizioso di violenze atto, poi, a far giustificare ai guerrafondai al Pentagono e al Congresso i soliti “interventi umanitari”.

Ciò non fa che confermare i nostri sospetti da giorni, ossia che a Teheran e dintorni è in corso una riedizione dell’Onda Verde e di quanto accaduto in Ucraina nel 2014 con le stesse dinamiche d’azione. Da un lato sorgono mal di pancia “legittimi” di una parte di popolazione per ragioni economiche, e dall’altro subentrano agenti esterni che contribuiscono ad infuocare la destabilizzazione. Insieme a rivendicazioni sociali più o meno spontanee fanno capolino eventi organizzati su Facebook, Twitter, WhatsApp e Telegram, con tanto di hashtag e titoli cool, che soppiantano nella narrazione le prime.

In piazza, l’ipotetica classe operaia che protesta per non chiari fenomeni di corruzione e salari arretrati viene affiancata da “attivisti” di Amnesty International e Human Rights Watch che chiedono i diritti civili (strumenti per attirare immediatamente l’attenzione dei media occidentali), mentre associazioni di opposizioni in esilio che non hanno alcuna rappresentanza politica nel Paese – nel caso in questione il MKO – si accodano alle cancellerie atlantiste nel condannare la legittima reazione governativa e fomentare la crisi, mostrando ai “rivoltosi” che hanno l’appoggio ufficiale della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e dell’Unione Europea.

Nel mentre, elementi reazionari spostano lo scontro sul piano prettamente fisico, innescando la decisa e violenta rappresaglia delle forze di sicurezza. Stupisce che queste cose dobbiamo dirle noi e non la stampa tutta, che abbocca immediatamente all’esca del cambio di regime.

(di Davide Pellegrino)