L’insopportabile retorica della “dittatura” malvagia

Le manifestazioni in Iran hanno scatenato, ancora una volta, il dibattito su social e stampa sulle “dittature” o meglio sui regimi che si discostino dal nostro modello politico istituzionale. La sempreverde schiera di “opinionisti” fa la propria parte, e così i quotidiani generalisti.

Per La Stampa ciò che avviene nella capitale iraniana è “la svolta che può cambiare il Medio Oriente”. Per Roberto Saviano, ormai professionista delle fake news, sembra sia giunto anche il momento di scambiare le date degli avvenimenti stessi: sui social, infatti, il nostro si concentra su una donna senza il classico velo islamico, che spaccia apertamente come un’ “attivista simbolo” di una delle ragioni delle manifestazione.

La donna, ovviamente, non c’entra niente con le proteste di Teheran del 30 dicembre. Si riferisce, semmai, a manifestazioni avvenute a Mashhad tre giorni prima, indubbiamente contro le rigide regole di abbigliamento, ma la manifestazione, di per sé, termina il 27 stesso ed è del tutto distinta da ciò che avviene dopo.

Il titolo di questo pezzo è, giocoforza, una semplificazione. In realtà in questa storia di “dittature” ce ne sono molte meno di come la fastidiosa prosopopea occidentale dia a intendere in ogni notizia, ogni descrizione, ogni sintesi di qualsiasi cosa non sia fedele al modello di democrazia rappresentativa liberale che, dalla Gloriosa Rivoluzione Inglese del 1688, si è espansa tramite quelle francesi e americane in tutto l’Occidente, in un contesto che – nel nostro caso – interessa tutta la storia unitaria con l’eccezione della parentesi fascista.

Questa fastidiosissima moda di metter nel calderone tutti i sistemi politici che non rappresentino quel modello definito (aprioristicamente e con una superbia francamente ridicola) come migliore a prescindere, però, dovrà prima o poi finire.

Magari sotto il peso della storia e della cultura, e non della pecoraia ignoranza che non può mettere sullo stesso piano Iran, Siria, Libia gheddafiana e perfino la Corea del Nord, parlando genericamente di “dittature” o di “Paesi senza libertà”, laddove è lo stesso concetto di “libertà” ad avere differenti interpretazioni.

O magari, proseguendo, finire sotto il peso di realtà che sono ampiamente riscontrabili nei modelli socio-economici di molti di quei Paesi: perché non si può parlare a nastro di libertà senza capire la differenza infinita che passa tra società, comunità che sono e resteranno (com’è giusto e sacrosanto) completamente diverse.

In Iran, fino a prova contraria, si vota. L’ Ayatollah, la Guida Suprema, si potrebbe persino assimilare, alla lontana, a un monarca inglese “potenziato”. Perché, guarda un po’, il potere esecutivo certificato è nelle mani del presidente, eletto regolarmente dal popolo. Possiamo discutere fino al prossimo millennio sulla differenza di competenze tra la Guida e il Presidente, ma non c’è dubbio che il secondo sia decisivo nell’impressione della politica attuale, come non c’è dubbio sulla sua elezione.

Certo, secondo la stampa occidentale, con le fonti filtrate occidentali e i relativi opinionisti occidentali (tutti senz’altro scientifici e per nulla faziosi), tali elezioni sarebbero corrotte e non genuine. Un po’ come le consultazioni avvenute in Italia alle politiche 2006 e alle amministrative 2007, con la differenza che la nostra splendida Repubblica vive proprio in quell’Ovest che, secondo la vulgata, non è discutibile, ma incorrotto a prescindere.

Esiste, non v’è dubbio, in Iran una chiusura culturale a noi aliena ma – se non fosse chiaro ai meno attenti – essa è speculare a molte delle nostre nei loro riguardi, sui temi dell’assolutismo democratico come del “modello da esportare”, e l’esempio sui brogli sopracitati dovrebbe essere lampante in tal senso.

Esistono, certamente, delle peculiarità che non sono nostre, non è giusto che siano nostre e che le solite agenzie di stampa (Reuters e affini) controllate dagli Stati Uniti e Gran Bretagna fanno passare come inconcepibili, ovviamente spalleggiate dal Saviano di turno che, per carità, se non altro in questa sede ringraziamo, poiché ha avuto almeno il merito di mettere tutti d’accordo sotto l’ala dell’umorismo involontario.

Chi fa troppa retorica, quasi sempre ideologicamente orientata all’ “occidentalizzazione” di ogni cosa, e mai all’analisi e alle contestualizzazioni, non inquadra minimamente i problemi. Che riguardano l’unico fattore che davvero conta, ovvero: esistono società che funzionano e altre che non funzionano. Tutto il resto sono fregnacce, parole, frasi fatte, vuoto cosmico spacciato per sostanza.

La società iraniana, mi spiace, funziona. Con buona pace delle coronarie dei “democratici”. E funziona con il pieno consenso sistemico della popolazione: che, lo ripeto, vota.

Anche se non votasse, il discorso varrebbe ugualmente. Esistono infatti varie forme di comunità accettate dai propri membri costitutivi, non solo la democrazia rappresentativa, che non è una sorta di finalismo nella storia, una Bibbia incontestabile oltre la quale non è possibile andare: questo è, semmai, l’unico fondamentalismo.

Come l’Iran, funzionano anche la comunità e la società siriana. Funzionava quella libica prima dell’intervento dei “liberatori” e della morte di Gheddafi. Società con una forte presenza dello Stato nell’economia, tutele sociali diffuse ad ogni strato della popolazione, alfabetizzazione molto elevata per il contesto medio orientale e arabo in generale, spesso dominato dalle scorribande di wahhabismo, salafismo e di tutto quell’Islam radicale che, al contrario, ha dimostrato di marciare contro progresso, civiltà, valorizzazione della stessa immensa cultura musulmana.

Non significa che siano Paesi perfetti (come, del resto non lo è nessuno di quelli occidentali, anzi), ma che abbiano rappresentato un elemento di progresso civile e sociale per il Medio Oriente e il Nord Africa è un dato di fatto. Indiscutibile.

Anche rispetto alla tanto amata libertà religiosa, in Siria prima garantita e tutelata ed ora, da qualche anno, data in pasto agli estremisti: prima che la guerra civile volgesse a favore di Assad, chiaramente.

(di Stelio Fergola)