Italia e Islam: una conversazione con Ibrahim Gabriele Iungo

Ibrahim Gabriele Iungo è un insegnante di Scienze Islamiche, impegnato nel dialogo tra cristiani e musulmani – tanto in ambito pubblico quanto sui social network – dalla sua posizione privilegiata di studente di Filosofia entrato nell’Islam fin dal 2006. Discepolo e rappresentante di Shaykh Muhammad al-Yaqoubi, nonché advisor del Gran Mufti Emerito di Bosnia Dr. Mustafa Ceriç, ha altresì collaborato all’edizione di “Contro l’ISIS”, antologia di fatāwa contro l’estremismo.

Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di Islam, di Italia e di come riuscire a superare il doloroso empasse in cui ci troviamo oggi, per cui essere allo stesso tempo davvero Italiani e davvero Musulmani pare – ai più – impossibile.

1) Buongiorno signor Iungo. Il suo impegno per la chiarificazione dei rapporti tra Cristiani italiani e Musulmani, tanto quelli immigrati quanto quelli autoctoni, è basato – come da lei recentemente ribadito – sulla mutua comprensione delle rispettive basi religiose e tradizionali. In questo senso, ritiene che il ruolo dei convertiti, nati in un contesto ed entrati in un altro, sia “privilegiato” o solo complementare?

Il ruolo degli Europei occidentali che entrano nell’Islam si presta tanto a rischi quanto ad opportunità. Da un lato, in assenza di una pregressa educazione islamica di carattere familiare, essi sono infatti esposti al rischio di fraintendere l’accettazione dell’Islam con l’assimilazione esteriore e l’omologazione a culture extra-europee – differenti a seconda dei contesti comunitari maggioritari: arabi, pakistani, etc – con ripercussioni più o meno gravi tanto sul proprio equilibrio personale quanto sul rapporto con gli altri.

D’altra parte, laddove l’adesione all’Islam sia invece correttamente intesa come il ricollegamento a una tradizione spirituale vivente, essenzialmente compatibile con l’identità storica e antropologica della stessa Europa occidentale, il retroterra linguistico e culturale del Musulmano europeo può costituire certamente uno strumento di mediazione privilegiato, nell’ambito delle relazioni inter-religiose: come indicato recentemente a Torino dal Gran Mufti Emerito di Bosnia Mustafa Ceriç, tale strumento permette infatti sia di illustrare agli Europei quale sia la prospettiva tradizionale dei Musulmani, da un lato, sia di spiegare ai Musulmani quali siano le caratteristiche distintive della mentalità europea, dall’altro.

2) “Mentalità europea” è un termine potente ma vago, perfino per gli stessi identitaristi europei. Spesso alcuni barattano la possibilità dei Musulmani di vivere e prosperare in Europa con una accettazione della storia e dei valori Europei e Cristiani. Secondo lei che contorni potrebbe avere, invece, una tradizione islamica Europea autoctona, e a quali “miti fondativi” potrebbe rifarsi?

La Tradizione islamica esprime già realtà europee compiutamente autoctone, in particolar modo, tra gli Europei musulmani dei Balcani e dell’Europa sud-orientale; a queste realtà – ad un tempo, antiche e contemporanee – si giustappone l’eredità storica e culturale della secolare presenza arabo-musulmana nell’Europa meridionale, di cui la fioritura dei regni arabi di Sicilia e di Andalusia costituì solo l’esempio più fulgido e duraturo, e la cui influenza scientifica e culturale rappresenta un elemento costitutivo della stessa identità europea moderna e contemporanea. La fioritura di una tradizione islamica autoctona dell’Europa occidentale si radica dunque, da un lato, in questo fecondo patrimonio di cultura e di civiltà, già compiutamente europea e mediterranea; dall’altro, essa si protende verso la coltura e la vivificazione proprio di quei valori europei – a seconda dei casi, ispirati alle tradizioni classiche della Romanità, a quelle spirituali del Cristianesimo, e così via – rispetto a cui la Tradizione muhammadiana non si pone affatto come antitesi o sostituto, bensì come sintesi ed affermazione definitiva, a fronte piutosto della disgregazione cui questi sono oggi mortalmente sottoposti, da parte di un individualismo dilagante e di un economicismo elevato a dogma di fede e sistema di vita.

3) Temi questi che sono parte del capitale politico di molti partiti e segmenti conservatori, tradizionalisti e etichettati come “di Destra”. Le convergenze tra conservatori europei ed ambienti tradizionali islamici su temi quale aborto, matrimonio omosessuale e fine vita sono noti e ormai decennali, tuttavia questi stessi partiti esibiscono spesso una retorica islamofoba. Lei ritiene che in futuro il cittadino musulmano possa trovare nell’Islam una gamma di valori politici completi, dalla Destra alla Sinistra, o ritiene che adesso essere islamici debba voler dire attenersi ad una visione di parte?

L’islamofobia rappresenta la pietra d’inciampo o il peccato originale di molte realtà conservatrici europee: tale predisposizione polemica – spesso piuttosto superficiale e propagandistica, covata perlopiù a scopo elettorale – li priva di fatto di un interlocutore naturale e necessario nel confronto epocale con quella monolatria del mercato che oggi compromette erosivamente equilibri naturali e identità tradizionali di tutto il mondo: dinanzi alle gravi questioni di ordine socio-culturale, e perfino antropologico, che ci vengono violentemente imposte, alla retorica dello scontro di civiltà bisognerebbe finalmente sostituire la logica della loro alleanza. D’altra parte – anche laddove i cittadini musulmani si orientino umanamente sulla base di simpatie personali, vocazioni di militanza o considerazioni di vera o presunta convenienza politica – una testimonianza autentica della dottrina islamica tradizionale, che è dottrina dell’Unità, non può che porsi al di sopra e al di là dell’ambito partitico, operando tutt’al più sul piano della presentazione dottrinale e della promozione sociale e culturale. Come indica Shaykh Muhammad al-Yaqoubi, ォnoi non distinguiamo tra Destra (Right) e Sinistra (Left), bensì tra giusto (right) e sbagliato (wrong)サ.

4) In una intervista del 2015 per “L’Intellettuale Dissidente”, ricordava come buona parte della storia dell’Islam italiano e quasi tutta la sua urgenza attuale siano collegate alla questione della immigrazione. Spesso si è cercato di confondere le acque, mischiando i temi in modo pretestuoso. Secondo lei, ad oggi, con quali parole un musulmano dovrebbe rivolgersi al problema immigratorio?

Innanzi tutto con una parola di chiarezza: benché la maggior parte dei Musulmani oggi presenti in Italia provengano da altri Paesi, l’Islam non è un fenomeno migratorio né una cultura extra-europea, bensì una tradizione spirituale di carattere universale, che si coniuga con processi naturali e necessari di adattamento ed inculturazione. In secondo luogo, con una parola di responsabilità: da un lato, il legame religioso con molti migranti impone ai Musulmani italiani un sostegno morale e materiale nei loro confronti, per quanto sia possibile – da intendersi non solo come doverosa solidarietà umana, ma anche come mediazione linguistica e culturale col contesto italiano, nonché come efficace contrasto agli abusi e all’illegalità, come disse il Profeta (Pace su di lui): ォSostenere il proprio fratello, quando questi sia un delinquente, [non significa esserne connivente, bensì] significa impedirgli di delinquereサ. D’altra parte, il legame civile con la società italiana – che nell’Islam si configura come un vincolo sacro, il cui rispetto è spiritualmente doveroso – impone altrettanta solidarietà coi propri concittadini, e con le difficoltà provocate anche da politiche migratorie sregolate, soprattutto a danno delle fasce più deboli della popolazione: non è vero credente chi trascuri la condizione del suo vicino, e i problemi dei cittadini italiani sono da considerarsi i problemi dei Musulmani italiani stessi.

5) Senza scendere nei particolari, come giudica la tentazione di qualche ambiente islamico italiano (ma anche etnico non islamico) di creare movimenti o partiti più o meno confessionali? Potrebbero essere delle cinghie di trasmissione per alcune leggi necessarie (come un patto chiaro sui luoghi di culto islamici, ad esempio) o rischiano di diventare elementi alienanti?

Sebbene tale intenzione non sia mai stata espressa esplicitamente, ritengo sia stato un errore che se ne ventilasse foss’anche la semplice possibilità: non certo perché i Musulmani italiani non debbano considerarsi dotati di pieni diritti politici, come qualsiasi altro cittadino, bensì perché qualsiasi soluzione partitica risulterebbe intrinsecamente divisiva e conflittuale, dando ulteriormente adito alla propaganda islamofoba e rafforzando la generale percezione dell’Islam come segmento estraneo, intimamente contrapposto e potenzialmente ostile al resto della cittadinanza non-musulmana – esperienza che, in larga misura, ha contraddistinto la sorte recente degli stessi partiti islamisti nei Paesi arabo-musulmani, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

6) Altre nazioni europee – come la Francia – che per diverse motivazioni storiche hanno avuto a che fare con una “Questione Islamica” prima di noi, hanno fatto passi avanti coraggiosi, come il riconoscimento del “Imam Militare” in aiuto ai membri dell’esercito francese di fede islamica. Da noi invece organi come la “Consulta per l’Islam italiano” risultano farraginosi e, francamente, poco adatti alla realtà islamica italiana. Il governo italiano potrebbe rifarsi ad esperienze europee simili o la comunità islamica italiana ha problemi specifici, del tutto suoi?

Le comunità islamiche italiane scontano un duplice deficit, tanto di presenza storica quanto di rappresentatività culturale: da un lato, per via di un’immigrazione recente rispetto ad altri contesti europei, e dall’altro per la persistente mancanza di istituzioni educative e sapienziali rappresentative della tradizione classica. A ciò si aggiunge poi la notevole eterogeneità dei Paesi di provenienza delle comunità islamiche di origine straniera (Marocco, Egitto, Pakistan, etc), nonché la presenza significativa di diversi movimenti politici islamisti – entrambi elementi di ulteriore frammentazione dell’identità e delle prospettive di cooperazione comunitaria.

Sebbene le pregresse esperienze europee possano offrire spunti costruttivi, il formale riconoscimento della presenza islamica in Italia dovrebbe dunque basarsi, innanzi tutto, sulla consulenza qualificata e la diretta collaborazione delle principali istituzioni sapienziali islamiche – l’Università di al-Azhar, quella di al-Qarawiyyn, etc: gli autentici rappresentanti di quella “autorità diffusa” e polifonica che contraddistingue la tradizione islamica – e dunque sull’adeguata mediazione culturale dei Musulmani italiani e italofoni, le cui relazioni con tali istituzioni andrebbe quindi agevolata e incentivata. Un Islam autenticamente europeo non può infatti mancare di radicarsi nel terreno fertile della sapienzialità tradizionale – radicamento che costituisce il principale antidoto al radicalismo, e che consentirebbe altresì di coltivare e vivificare le prospettive storicamente e geopoliticamente mediterranee del nostro Paese.

7) Un modo importante per favorire il serio dialogo, ad alto livello, tra realtà culturali e religiose potrebbe essere una buona integrazione dei Musulmani italiani nel sistema di insegnamento dei corsi di Storia dell’Islam e di Storia dei Paesi islamici. Lei cosa consiglierebbe ad un rettore o ad un ministero dell’Istruzione che volesse occuparsi con responsabilità di questo tema? E’ bastevole continuare con la formazione di docenti preparati o serve una istruzione diversa, meno accademica ma più diffusa?

Oggi l’adesione all’Islam costituisce spesso un ostacolo dal punto di vista lavorativo – in particolar modo in ambito universitario, dove cagiona diffidenze e pregiudizi: bisognerebbe dunque operare innanzi tutto per un superamento di questa problematica, intellettuale e culturale.

(di Lorenzo Centini)