La guerra sporca dell’Occidente contro la Russia

«Mentre per l’Europa-Occidente un’Europa senza linee divisorie significa un’Europa con gli stessi valori e norme – le norme delle democrazie liberali per l’Occidente – per la Russia significa invece un’Europa senza pregiudizi politico-valoriali e ideologici, dove le potenze sovrane possano pragmaticamente co-decidere in piena parità, sulla base dei comuni interessi e senza tener conto delle differenze negli assetti interni degli Stati.»
(Maurizio Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, Guerini e Associati, 2009, p. 110)

Da molti mesi, a partire dal famigerato 7 novembre 2016, è stata lanciata un’intensa campagna contro la Russia fatta di menzogne, verità travisate, complottismo e paranoie. Si è cominciato con il Russiagate (dove non esiste alcuna prova reale), per poi passare alle temibili “fake news” create da Cremlino (come se l’opinione di milioni di elettori fosse alle complete dipendenze di notizie false che circolano in una rete dominata da colossi americani), e infine, alla caccia alle streghe più ridicola del XXI secolo: Putin è accusato di “essere dietro” la crisi catalana, sarebbe responsabile della sconfitta di Renzi al referendum del 4 dicembre, e sarebbe anche “colpevole” di: aver propiziato i risultati del Front National, di AfD, della Brexit, e di foraggiare 5 Stelle e Lega Nord. Tutto questo in spregio ai milioni di elettori che si sono recati a votare con consapevolezza in tutti questi paesi.

In realtà, sono vicende storicamente già viste: esse rivelano un’élite politica ridicola e più propensa ad inventare scuse e complotti piuttosto che analizzare le cause della propria sconfitta. Se da un lato questa retorica ha lo scopo di creare un nemico attribuendogli una potenza ubiqua e incontrollabile per ergersi a “katéchon del bene”, dall’altro è un ottimo specchietto per le allodole per coprire le innumerevoli sconfitte di una particolare versione dell’Occidente: quello liberale, politicamente corretto, “di sinistra”, europeista, che si è vista prendere a pesci in faccia in molteplici occasioni.

Per la verità, esiste realmente un conflitto indiretto tra l’Occidente e la Russia di Putin. Esiste almeno da 15 anni, ma non è fatto di notizie in rete, finti hackeraggi e dietrologia, bensì di colpi di stato, miliardi di dollari (tramite ONG) in armi e sussidi, minacce, guerre e persecuzioni. Ed è la guerra che l’Occidente muove da 15 anni alla Russia.

Dall’ascesa di Putin ad oggi, sono stati i regimi occidentali ad organizzare una serie infinita di provocazioni, colpi di stato, sabotaggio e minacce nei confronti della Russia – salvo ribaltare mediaticamente la realtà attraverso i media. Senza ricorrere ai fatti di cronaca più vicini temporalmente, è sufficiente analizzare la guerra totale attraverso le “rivoluzioni colorate” scatenata contro Mosca dai primi anni ’00, e che ha spalancato le parte alla situazione che viviamo ora.

GUERRA ALL'”ESTERO VICINO”

Le azioni di guerra antirusse da parte dell’Occidente hanno avuto come teatro quel territorio che in Russia viene definito “estero vicino”: Stati ex sovietici, al confine con la Russia, che mantengono tuttavia con Mosca dei forti legami. Legami spesso non solo politici o di alleanza, ma anche culturali, dettati dal comune utilizzo della lingua russa e dalla presenza di forti minoranze, da un’eredità storica comune, ecc.

Si tratta di un territorio in gran parte facente parte della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), e che la Russia vuole mantenere come una “sfera di interessi comuni”, in buoni e prolifici rapporti. Nessun progetto di dominio, egemonia o tirannide su questi Stati, come ha ben spiegato Dmitri Trenin: «Mosca vuole essere circondata da un cerchio di Finlandie, non di paesi del Patto di Varsavia» (Dmitri Trenin, “A less ideological America”, The Washington Quarterly, vol. 31, n. 4, autunno 2008).

Si tratta dunque di un cordone di Stati dove la Russia ha manifestamente interessi speciali a mantenere la stabilità ed avere buone relazioni – una sfera che per alcuni versi potrebbe essere una sorta di “Dottrina Monroe” russa, con le dovute proporzioni. Per altro il concetto di “estero vicino” è stato pienamente riconosciuto dall’Unione Europea: il 20 aprile 2007, il Commissario Europeo per il Commercio Peter Mandelson ha dichiarato: «L’Unione Europea deve riconoscere gli interessi e le sensibilità della Russia nello spazio ex sovietico e anche il suo senso di vulnerabilità».

Nulla dunque che suoni strano: la Russia, come ogni Stato, ha interessi particolari a mantenere rapporti peculiari e più ravvicinati con gli Stati della CSI, eppure è proprio in questa zona che si è messa in moto la macchina della sovversione e del colpo di stato dell’Occidente – in questo caso assumendo le caratteristiche della “rivoluzione colorata”. Per aizzare l’instabilità in Russia, bisogna dunque passare dal rendere instabili e/o filo-occidentali tutti gli Stati limitrofi – un vero “accerchiamento” in piena regola, simile a quelli attuato contro l’URSS negli anni ’20 e ’30.

LE ROSE GEORGIANE

La prima “rivoluzione colorata” eterodiretta è datata 2003, e prese corpo in una Georgia da anni instabile. Sebbene Tblisi possa sembrare un attore “minore”, è in realtà una pedina fondamentale nel Caucaso e al centro di diverse sfere di influenza: qui ci sono due enclavi de facto indipendenti e ansiose di entrare a far parte della Federazione Russia (Ossezia del Sud e Abcasia), e dai primi anni ’00 gli USA hanno dato il via ad un forte processo di riavvicinamento con questo paese (sicuramente il più filo-americano del Caucaso), come anche l’UE, che ha esteso a Tblisi il “partneriato orientale”.

La Georgia del 2003 era in una situazione politica delicata: il Presidente Eduard Shevardnadze (ex Ministro degli Esteri sovietico sotto Gorbaciov) faticava a districarsi tra la Russia e l’Occidente (sicuramente più vicino al secondo visto l’intervento in Iraq insieme agli USA e la manifesta volontà di entrare nella NATO) mentre la situazione politico-economica tendeva a deteriorarsi.

Le elezioni parlamentari del 2003 videro una contestatissima vittoria di Shevardnadze, e a quel punto, sfruttando il malcontento che serpeggiava tra gli oppositori del governo, ebbe inizio la “Rivoluzione delle rose”. Ufficialmente una rivoluzione “non-violenta”, anche se lo sbocco di questo movimento fu una presa di potere con la forza.

Un ruolo di primo piano nel coordinare i gruppi di opposizione, nell’armarli e nel finanziarli. lo svolse George Soros. Come ha scritto la storica francese di origine georgiana Hélène Carrère d’Encausse (non certo imputabile di simpatie filorusse): «Il principale [protagonista] è George Soros, miliardario americano molto attivo in questi anni in tutto il territorio post-sovietico, che ha impiantato una propria fondazione in Georgia quasi dieci anni prima. Soros promette aiuto finanziario a coloro che affermano di incarnare la democrazia georgiana» (H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Salerno Editrice, 2011, p. 179). Persino Shevardnadze, politico indubbiamente filo-americano, una volta rovesciato dal colpo di stato, non ebbe dubbi nell’accusare Soros per il suo ruolo decisivo nella “Rivoluzione delle rose” (Jeffrey Mankoff, Russian Foreign Policy, Rowman & Littlefield Publisher, 2011, p. 236).

Anche tutte le ONG segnarono un incredibile salto di qualità nella capacità di agire per sovvertire un governo: sfruttando la debolezza economica georgiano, due organizzazioni come la Georgian Young Lawyers Association e la Liberty Students si impegneranno per spingere il popolo a protestare, a restare nelle piazze e infine a prendere il potere con la forza (cfr. Jonathan Wheatley, Georgia from National Awakening to Rose Revolution, 2005). Non è un mistero che queste due ONG, oltre ai vari contatti con Soros e organismi affiliati, fossero vicini anche al National Endowment for Democracy.

Dietro queste ONG (e molte altre, quasi 1.000 operanti nel paese caucasico nei primi anni ’00) si celarono i fondi di diversi governi stranieri: in contemporanea con la sospensione dei prestiti dell’FMI a Shevardnadze all’alba del XXI secolo, i governi europei e statunitense accrebbero sempre di più i finanziamenti alle ONG e alle opposizioni (mentre l’USAID si concentrò sul reperire denaro, l’Open Society di Soros organizzò la mobilitazione e l’inquadramento dei rivoltosi). Una “rivoluzione” che senza il supporto straniero non sarebbe nemmeno esistita.

Le tappe della “rivoluzione delle rose” seguirono un copione che rivedremo già altre volte: Shevardnadze vince un’elezione sicuramente poco regolare, alla quale l’opposizione risponde con proteste ed entrando con la forza nel Parlamento. Un colpo di stato in piena regola, che porta al potere il giovane Mikheil Saakashvili (un uomo “internazionale” gradito all’Occidente, che ha studiato in Francia e negli Stati Uniti).

Saakashvili fa immediatamente annullare le elezioni, e alle presidenziali del 2004 viene eletto Presidente col 96% dei voti – percentuali bulgare che in questo caso non fanno storcere il naso a nessuno.

Mentre la Russia non interviene in nessuna maniera nell’evoluzione della politica georgiana, né sostenendo Shevardnadze né acclamando Saakashvili, ecco che il giovane Presidente dà compimento ad un vero cambio di rotta: già il 5 dicembre 2003 Donald Rumsfeld va a Tblisi, e fa al nuovo governo queste concessioni: gli Stati Uniti si accollano gli stipendi dei soldati georgiani, un prestito per 5 miliardi, e sempre Washington si incarica di pagare le spese per l’elettricità e per le pensioni non versate (nel 2004 si tratta di ben un quinto del bilancio statale georgiano!).

Saakashvili per ricambiare quelli che ormai sono a tutti gli effetti i suoi padroni-protettori, annuncia un aumento dell’impegno militare in Iraq e Afghanistan, impiegando anche soldati sul campo. Dà poi il via ad un riarmo e alza i toni per l’ingresso del suo paese nella NATO – una mossa estremamente sgradita a Mosca – che spinge tuttavia la Russia a negoziare. Vladimir Putin, infatti, nel 2005 firma un accordo con Saakashvili sulla questione delle basi militari russe presenti in Georgia per cercare di ammansirlo: il Cremlino accetta di ritirare le proprie truppe (escluse quelle impegnate nel mantenimento della pace in Ossezia e Abcasia) entro il 1° gennaio 2008 – un accordo che verrà pienamente rispettato.

Nel frattempo, Saakashvili inizia a creare attorno a sé un sistema di potere autocratico simile a quello che aveva contribuito ad abbattere: Zurab Zhvania, ministro moderato favorevole al dialogo con Mosca, viene fatto uccidere – i colpevoli non saranno mai trovati –,  nel 2005 introduce degli emendamenti costituzionali che riducono i poteri del Parlamento ed accrescono quelli del Presidente, ed inizia l’arresto degli oppositori. In tutto questo cresce a livelli vertiginosi la propaganda di guerra che vede nella Russia il nemico principale, da combattere con le armi.

I toni usati da Saakashvili troveranno conferma pratica nella guerra da lui lanciata contro Abcasia e Ossezia del Sud nel 2008, mentre gli spazi per le opposizioni si ristringono e il sostegno euro-americano gli permette di reggersi in piedi. Sarà solo il suo sconsiderato avventurismo a farlo cadere: dichiarando di fatto guerra alla Russia con le sue operazioni militari, e venendo invaso nel 2008, i suoi protettori americani non ci penseranno due volte a scaricarlo – troppo rischioso appoggiarlo in una guerra diretta con Mosca.

L’ONDATA ARANCIONE IN UCRAINA

Un anno dopo la Georgia toccò ad un paese pienamente europeo: la “Rivoluzione arancione” in Ucraina. Il tutto ebbe inizio con il secondo turno delle elezioni presidenziali: dopo il primo turno, al ballottaggio il 21 novembre 2004 si affrontano il candidato indipendente, filo-americano e occidentalista Viktor Juscenko e il candidato del Partito delle Regioni, filo-russo Viktor Janukovic. Lo scrutinio assegnò la vittoria a quest’ultimo: 15 milioni di voti (49,46%) contro 14,2 (46,61%), e subito scattò il piano paramilitare dell’opposizione per prendere il potere nonostante la sconfitta.

L’Unione Europea in blocco non riconobbe la validità delle elezioni (con la Polonia in prima fila a difendere la causa di Juscenko), e gli Stati Uniti a seguire. Da notare, tra i fatti ridicolmente curiosi del tempo, che John McCain e Hillary Clinton proposero la consegna del Premio Nobel per la Pace proprio a Juscenko e al già ricordato Saakashvili. Dalla parte di Janukovic si schierano, la Russia e la Bielorussia, mentre a gettare benzina sul fuoco ci pensò il georgiano Saakashvili, fervente sostenitore di Juscenko: «Ciò che sta avvenendo in Ucraina attesta chiaramente l’importanza dell’esempio della Georgia per il mondo intero!».

Le accuse dell’opposizione nei confronti della tornata elettorale furono molteplici: alcune vanno dai brogli veri e propri, altre dal condannare il “clima” elettorale presente a favore di Janukovic, altre ancora parlano di “intimidazioni”. Ma una indagine vera e propria, completa e super partes, non fu mai fatta, e passò la versione dell’opposizione.

Nei giorni seguenti le elezioni, la piazza fu presa in mano dall’opposizione: i sostenitori di Juscenko continuarono manifestazioni ad oltranza chiedendo la nomina del loro candidato. Dietro questi manifestanti, però, ci furono sempre le stesse facce note: Soros e le sue ONG (lo stesso Soros ha ammesso alla CNN di aver finanziato la Rivoluzione Arancione in Ucraina). Questa volta, il miliardario agì tramite la sua International Renaissance Foundation, altra ONG al suo servizio come branca dell’Open Society, che svolse un ruolo di primo piano nel reclutare, organizzare e mantenere in piazza i dimostranti, e finanziando Pora (ONG di punta nelle proteste).

Persino il noto studioso americano Jeffrey Mankoff non ha dubbi sul ruolo esiziale svolto dal magnate ungherese: «Gli Stati Uniti hanno avuto un gran ruolo nelle elezioni ucraine, dato che un gran numero di organizzazioni ufficiali o semiufficiali (dall’USAID all’Istituto Democratico Nazionale, fino all’Istituto Repubblicano Internazionale e all’Open Society di Soros) hanno fornito soldi e consiglieri all’opposizione di Juscenko» (Jeffrey Mankoff, Russian Foreign Policy, Rowman & Littlefield Publisher, 2011, p. 227).

Benché la mano sorosiana sia stata molto più visibile nel 2014, già 10 anni prima, senza il fondamentale contributo dei governi occidentali gli avvenimenti ucraini avrebbero avuto dei risvolti ben diversi: con il congiunto blocco di tutto l’Occidente verso l’Ucraina e le opposizioni che venivano organizzate, finanziate e mandate in piazza, il clima è diventato quello di una fazione d’opposizione che grida più di tutti e riesce a monopolizzare i mezzi mediatici.

Di fronte all’incapacità di reagire dei sostenitori del Partito delle Regioni, la Corte Suprema ucraina decreta la nullità delle elezioni e un nuovo turno. Il 26 dicembre si rivota: Juscenko prende 15,1 milioni di voti (52%) e Janukovic solo 12,8 (44%). Il desiderio dei manifestanti è accontentato.

Anche in questa situazione il clima è infuocato, con le piazze ancora invase da sostenitori di Juscenko e i media che, nel frattempo, hanno trovato in Yulia Tymoscenko una nuova “eroina” per dare in pasto all’opinione pubblica dei risvolti umani e più empatici – la Tymoscenko, oltre che dimostrarsi un pessimo Primo Ministro, anni dopo sarà condannata da tribunali ucraini per appropriazione indebita e abuso di potere.

Janukovic, di fronte ad un clima elettorale che sicuramente non ha permesso uno scontro ad armi pari e vista l’influenza decisiva di altri Stati sugli sviluppi interni del paese, fece anch’esso ricorso – che verrà però bocciato immediatamente, nemmeno 7 giorni dopo, dalla Corte Suprema. Per ora, gli tocca rassegnarsi, e riconoscere la sconfitta, anche se, una volta eletto Presidente nel 2010, non avrà timore a dichiarare che la vittoria gli è stata rubata e che abbandonò il gioco di forza per evitare spargimenti di sangue.

E la Russia? La Russia, a differenza dell’Occidente, non interferì nelle elezioni ucraine. Riconobbe inizialmente il risultato, come è buona prassi nei rapporti tra gli Stati: riconoscere i risultati elettorali senza dare giudizi di sorta (e vedendo che gli Stati Uniti non hanno mai sollevato critiche alle elezioni che si sono svolte in Arabia Saudita, qualche domanda sulle loro prese di posizione in Ucraina è necessario farsela). Inoltre, una volta iniziato il movimento “arancione”, Vladimir Putin, a colloquio con l’ex Presidente ucraino Leonid Kuchma, si espresse a favore di una completa ripetizione delle elezione – nonostante una ripetizione non avrebbe sicuramente avvantaggiato il candidato filorusso.

Il cambiamento di regime, nel gennaio 2005, poteva dirsi ormai concluso. Juscenko era stato fatto diventare Presidente, e inaugurava una svolta che vedremo ripetersi con Poroscenko un decennio dopo. Il nuovo Presidente si impegnò in prima linea per l’ingresso del suo paese nella NATO e nell’Unione Europea, prese posizione contro il riconoscimento del russo come seconda lingua del paese (nonostante fosse parlata dal 50% della popolazione), ma non si spinse ad abolirla come farà Poroscenko.

Benché meno velleitario del suo omologo Saakashvili, Juscenko operò una virata su posizioni fortemente antirusse. Nell’agosto 2005, Georgia e Ucraina crearono la “Comunità per la Scelta Democratica”, un’organizzazione filo-occidentale che aveva come obiettivo dichiarato quello di diffondere la “rivoluzione colorata” in diverse forme in tutto lo spazio ex sovietico. L’asse tra i due caporioni filo-occidentali era diventata un’alleanza di sangue.

Il legame di Juscenko con la Georgia avrà di lì a poco ripercussioni ancora più nefaste. Quando nel 2008 Saakashvili decise di lanciare una breve e fallimentare guerra contro l’Ossezia del Sud, scatenando la risposta della Russia, l’Ucraina fu il più attivo sostenitore di tale manovra. Lo stesso esercito ucraino si premurò di fornire armamenti e qualsiasi tipo di aiuto a Saakashvili e anche di combattere sul campo fianco a fianco alla Georgia . A questa azione, già di per sé gravida di conseguenze, non si può dimenticare la crisi del gas nel 2009-10: la Russia che interruppe per giorni il rifornimento di gas all’Ucraina a causa del rifiuto di Naftogaz (la compagnia ucraina per il gas) di pagare i suoi debiti e per l’accusa di essersi impossessate impropriamente di gas russo.

Nelle elezioni del 2010, dopo 5 anni di pessimi risultati sul piano interno (un crollo del PIL del 15%, un record in Europa) e internazionale, Juscenko non osò nemmeno ricandidarsi e lasciò alla Tymoscenko il compito di sfidare Janukovic. Anche questa volta a vincere fu il candidato filorusso, ed anche questa volta non mancarono accuse di brogli. Ma questa volta nessuno diede reale credito a queste accuse, e, consci di cosa aveva portato la “strana” vittoria di Juscenko nel 2004, nessuno scese in piazza.

CONCLUSIONE

Queste due “rivoluzioni colorate” non furono affatto casi isolati. Ci furono anche la “Rivoluzione dei bulldozer” serba del 2000, dove Slobodan Milosevic fu cacciato dal potere – grazie all’intervento decisivo di Optor!, movimento ribelle finanziato integralmente da Soros. Ancora si potrebbero citare la “Rivoluzione dei tulipani” kirghisa del 2005, la rivolta islamista (per fortuna fallita) di Andijan in Uzbekistan nel 2003, e, soprattutto, l’Euromaidan del 2014 – una sorta di “ritorno”, a 10 anni di distanza, dell’onda lunga della “rivoluzione arancione”. Il filo conduttore di tutte queste false rivoluzione è proprio l’ottuagenario miliardario, George Soros, ma anche altri attori e i loro modus operandi sono ben visibili.

Nel caso di Majdan, avvenuto con modalità anche diverse rispetto agli altri, l’ingerenza straniera fu estremamente consistente: i cecchini arruolati per creare una strategia della tensione, la presenza di Bernard Henri-Lévy e John McCain sul campo, i miliardi spesi da Soros, le ingerenze dell’Unione Europea a favore dell’opposizione, falsificazioni mediatiche, ecc. Difficilmente potremmo trovare, nella storia contemporanea, un colpo di stato più fasullo di quello avvenuto in Ucraina nel 2014.

“Cambiare tutto per non cambiare niente”. Nell’Ucraina di oggi, ritroviamo Poroscenko, imprenditore miliardario che appoggiò la “Rivoluzione arancione” ed è padrino delle figlie di Juscenko, ma anche Mikheil Saakashvili. L’ex Presidente georgiano, dopo aver perso le elezioni del 2013, è fuggito in Ucraina ed è stato nominato da Poroscenko Governatore della Regione di Odessa – salvo poi venire privato della cittadinanza ucraina ed essere arrestato ed accusato di aver tentato di “rovesciare il sistema politico ucraino” facendosi finanziare da “gruppi criminali” legati a Janukovic (sic!), nel 2017.

Questa sorta di “internazionale” anti-russa e filo-occidentale, legata mani e piedi agli Stati Uniti e a Soros, mutevole nella forma ma non nella sostanza, è la vera arma di guerra utilizzata negli ultimi 15 anni contro la Russia. Non una guerra diretta – con tutti i costi che può avere, ma creare il caos ai confini, sostenendo golpe e portando forzatamente al potere individui facilmente manovrabili ed ideologicamente sicuri. Se in certi paesi è avvenuto un riflusso capace di invertire l’onda “colorata”, è pur vero che questa ha dimostrato, anche a distanza di molti anni, di essere capace di colpi di coda dalla notevole efficacia.

(di Leonardo Olivetti)