L’antisemitismo: una storia infinita

L’antisemitismo, nella sua pura concezione del termine, è una questione che pone le sue radici in epoche antichissime.

I primi esempi sull’argomento rinvenuti a noi appartengono (anche se, ancora oggi, il dibattito fra studiosi rimane aperto) allo storico egizio Manetone, vissuto a cavallo tra il IV ed il III secolo a.C., in piena epoca tolemaica. Secondo uno dei racconti di tale storico l’alto sacerdote (forse Primo Profeta) del clero di Osiride, tale Osarseph (figura semi-leggendaria associata al personaggio biblico Mosè) fu in grado di costruirsi un potente seguito tra i cosiddetti intoccabili (nome con il quale gli antichi indicavano i malati di lebbra e gli schiavi del regno) e sarebbe stato esiliato, insieme ai suoi seguaci, nella terra di Canaan in seguito ad un sogno profetico del sovrano.

Proprio in questa terra avrebbe poi organizzato, grazie ad una santa alleanza con le popolazioni locali, una rivolta che lo avrebbe portato a conquistare lo stesso Egitto esiliando a sua volta, nella terra di Etiopia, il sovrano Amenophis ed il figlio Rapsaces, di cui viene detto essere chiamato anche Sethos. Dopo un regno di tredici anni caratterizzato dall’oppressione religiosa monoteista assai diffusa fra codesti “intoccabili”, Amenophis ed il figlio avrebbero scacciato tale usurpatore ripristinando il culto degli antichi dei. Alla luce di tale racconto viene da sé l’aspra critica degli storici moderni nei riguardi dell’etichetta data da Manetone ai primi antenati del popolo ebraico: lebbrosi ed intoccabili.

Non di poco conto è la testimonianza data dal filosofo ellenico Filone di Alessandria: nelle sue pagine troviamo la descrizione di un attacco commesso contro gli ebrei di Alessandria d’Egitto nel 38 a.C., compiuto per il semplice fatto che erano considerati affetti da “misantropia”, data la loro propensione a vivere in maniera distaccata all’interno delle antiche poleis greche.

Un ulteriore esempio riguarda un antico governatore dell’antica Grecia, Antioco IV, che dissacra il Secondo Tempio e vieta le pratiche religiose ebraiche come la circoncisione, l’osservanza dello Shabbat e lo studio dei libri religiosi ebraici (questo durante il periodo dell’Impero Seleucide, in cui la cultura greca era predominante in tutti i territori del Mediterraneo Orientale). Fortunatamente non mancano rigurgiti di orgoglio nei loro confronti da parte da uno dei maggiori storici romani di origine ebraica, Flavio Giuseppe.

Nella sua opera più famosa Antichità Giudaiche, citando un passo del filosofo greco antico Ecateo di Abdera, afferma con una certa dose di fierezza “essi sono stati spesso trattati in modo dannoso dai re e dai governatori della Persia, ma non possono essere dissuasi dall’agire come meglio pensano, ma quando vengono spogliati delle loro ragioni e vengono inflitti loro tormenti fino all’essere condotti ai più spaventosi tipi di morte, vi vanno incontro in una maniera straordinaria al di là di tutte le altre persone e non rinunciando mai alla religione dei loro antenati”.

Tuttavia, l’antichità generalmente non conobbe una totale intolleranza religiosa per la semplice ragione che essa non riconosceva il princìpio della libertà religiosa: la religione era considerata come “cosa della comunità” e non dell’individuo. Al modo stesso che la libertà era, presso i popoli, concepita unicamente come la facoltà del cittadino di partecipare alla vita politica e al governo della collettività così anche la libertà in fatto di religione era vista unicamente come partecipazione ai riti della religione nazionale, e non già assolutamente nella possibile affermazione di qualsiasi diritto della coscienza individuale.

La tolleranza religiosa scaturiva dal fatto che i popoli antichi, come consideravano ottima la loro religione, così ritenevano pure la religione di altri popoli cosa buona per essi: quando Roma ebbe raccolti sotto il suo dominio tutti i popoli, non trovò nulla di più naturale che dare ospitalità ai loro Dei nella capitale dell’Impero, purché continuassero ad adorare la divinità dell’imperatore del momento. Se i romani furono costretti a perseguitare prima gli ebrei e poi i primi adepti di una nuova rivoluzionaria confessione, il Cristianesimo, non lo fecero perché mossi da quello che fu poi definito odium theologicum ma, bensì, da pure ragioni politiche.

La cosiddetta pax romana consisteva anche in questo: rispettare le tradizioni religiose, politiche e sociali dei popoli conquistati e integrarle con la legge e la giurisdizione di Roma. Infatti all’interno dei confini dell’impero oltre all’ebraismo e alla religione romana (che comprendeva il culto dell’imperatore assieme a quello pagano delle tre divinità del Campidoglio: Giove, Giunone e Minerva) sussistevano, a disposizione del popolo, una serie di altri culti, credenze e dottrine che andavano a soddisfare le profonde esigenze della propria coscienza religiosa: si seguivano antichi culti locali e alcuni culti importati dall’Oriente come quello egizio di Iside e Osiride, quello asiatico di Cibele (la Grande Dea Madre) e quello persiano di Mitra, il dio del Sole.

Tuttavia, il disprezzo che i giudei professavano per le religioni e culti diversi dai loro e il rifiuto degli stessi prima e dei cristiani poi di continuare a prestare omaggio al culto del “Genio imperiale” furono i motivi dell’inizio della brutale e storica persecuzione: vennero considerati un attentato non alla loro religione romana ma, bensì, alle istituzioni fondamentali dell’Impero. Reato, perciò, di carattere politico e di ordine pubblico.

Solo con l’avvento del Cristianesimo nasce l’idea dell’intolleranza religiosa, del disprezzo per tutti coloro che in tale religione non credevano: il sopracitato odium theologicum. Alla radice di questo odio antiebraico da parte di questa fede non vi furono unicamente motivi religiosi ma, ovviamente, anche politici e sociali. Per quanto riguarda i primi è chiaro che i cristiani, nel momento in cui iniziarono la conquista interna dell’Impero, avevano tutto l’interesse di dimostrarsi attivi e fedeli cittadini. Quindi, per scagionare gli stessi Romani dall’accusa di aver crocefisso il Cristo, nulla fu più facile che trasferire la colpa sugli ebrei. In questo modo, a parte ogni considerazione dottrinaria, si aveva il doppio vantaggio di accattivarsi le simpatie romane e di combattere il vivace proselitismo ebraico.

Tale livore portò ad un proselitismo e ad una propaganda che non si arrestava di fronte alla scelta dei mezzi: ogni metodo era lecito, purché utile e funzionale allo scopo della conversione. Col tempo, convertiti gli imperatori romani al Cristianesimo e riconosciuta quest’ultima come religio licita da Costantino il Grande (Editto di Milano dell’anno 313), le dottrine dell’intolleranza religiosa trovarono immediatamente un nuovo campo di applicazione nella vita civile, armandosi a sua volta di tutti i mezzi coercitivi dei quali lo Stato poteva disporre.

Chi deteneva la somma autorità si diede a professare la religione dei cristiani, dichiarando lecito ed imprescindibile il dover combattere per il suo trionfo. Inevitabilmente ogni forma di dissidenza in fatto di religione fu considerata come un vero e proprio reato: ebbe inizio l’antisemitismo vero e proprio, che si prolungo soprattutto dopo la caduta dell’impero Romano (con il beneplacito dei nuovi convertiti invasori germanici, inizialmente devoti all’arianesimo cristologico) ed ebbe il suo zenit con il periodo delle Crociate, il quale spirito generò la figura de “l’eretico infedele” in sostituzione alla figura del “pagano”.

Un formidabile incremento alla dottrina e alla pratica dell’intolleranza religiosa lo diedero anche due eventi, per altro celebrati come fattori di incivilimento in Europa: vale a dire il risorto studio del diritto romano da una parte e il formarsi di una nuova scienza, quella del diritto canonico, dall’altra. Il diffondersi dell’antico Codice Giustinianeo riportò in auge le vetuste leggi persecutrici degli imperatori romano-cristiani, dando vitalità e rigore alla pratica dell’intolleranza verso gli estranei all’unica fede dominante. La famosa collezione canonica di Graziano, il “Decreto”, fornì – raccogliendo e risistemando i passi più intolleranti degli antichi Padri e scrittori della Chiesa – un nuovo testo per le persecuzioni religiose. Il diritto penale romano sanciva le medesime pene al pari di qualunque altro delitto per chi praticava l’eresia, con l’unica aggiunta dell’utilizzo del “rogo” come pena di morte.

La storia degli ebrei è costellata di massacri e migrazioni. Massacri di ebrei avvennero, di tempo in tempo, ovunque. In Italia il primo e probabilmente il più grande eccidio di cui si ha notizia, ebbe luogo nell’Italia meridionale verso la fine del XIII secolo, soprattutto ad opera della monarchia angioina. Sempre in Italia, il vicolo Scannagiudei di Napoli costituisce una testimonianza evidente. Massacri, ancor più gravi, avvennero nella Penisola Iberica e in Germania. In quest’ultima nazione, ad esempio, si verificarono nel 1096 in seguito alla Prima Crociata; nel 1298 a causa della profanazione di un’ostia (così si direbbe); nel 1348, quando gli ebrei furono incolpati dello spargimento della peste nera (per dover di cronaca, papa Clemente VI si sforzò invano per evitare la carneficina).

Accanto agli eccidi, tristemente famosi furono anche le migrazioni. Dopo una prima diaspora in seguito alle guerre romano-giudaiche combattute nel territorio dell’attuale Palestina che li costrinse a diventare “popolo errante”, il 31 marzo del 1442 il re di Spagna Ferdinando il Cattolico decretava a tutti gli ebrei di convertirsi al Cristianesimo come alternativa all’espulsione o alla morte: fu un esodo di grandi proporzioni. Centomila ebrei si diressero in Portogallo, dal quale sarebbero stati espulsi successivamente; altri centomila si diressero verso i Paesi Bassi, in Germania, in Italia e in Grecia.

In modi e tempi diversi, gli ebrei furono costretti anche a lasciare l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Russia. Molti ebrei non si fermarono sul vecchio continente, ma si diressero oltremare, in Africa e nell’America meridionale, ma soprattutto in Nord America. Non tutti gli ebrei di Spagna, nel 1492, abbandonarono il Paese: alcuni decisero di convertirsi, e allora furono chiamati conversos o peggio marrani (in spagnolo “maialini”), termine quest’ultimo allusivo all’animale che da ebrei non potevano toccare, secondo il precetto della loro vecchia religione. Non a caso il significato odierno di tale termine è “vile traditore”.

Fattore non di poco conto fu la passione umana dell’invidia nei confronti degli ebrei, in quanto popolo colto e prospero grazie a una delle pochissime attività lavorative concesse loro di svolgere: il prestito monetario ad interesse usuraio. Motivo sfruttato dai regnanti del XV secolo per chiedere “tangenti” del 10% sui prestiti concessi. Essendo assai elevato per loro il rischio di non vedersi restituire un soldo – bastava un editto del principe – gli interessi diventavano piuttosto elevati. I debitori venivano talvolta costretti ad impegnare ogni loro avere, e perfino gli attrezzi di lavoro. Di qui l’aumento dell’odio popolare verso gli ebrei. Proprio per questo motivo nascono, nel XV secolo, i Monti di Pietà, istituiti dai frati minori con l’intento, spesso vano, di porre un freno all’usura.

Solo nel 1925, con la crescita di movimenti politici antesemiti nell’Europa settentrionale, arrivò il primo segno di una certa attenuazione del disprezzo verso gli appartenenti a questa religione. Durante il pontificato di Pio XI, l’enciclica Mit brennender sorge condannò, seppur molto timidamente, il razzismo nazista.

Nel 1938, lo stesso papa Pio XI commissionò a tre gesuiti la scrittura di un’enciclica che avrebbe dovuto trattare del razzismo e dell’antisemitismo. I tre gesuiti, l’americano John La Farge, il tedesco Gustav Gundiach e il francese Gustav Desbuquois, consegnarono il frutto del loro lavoro al superiore di Roma, padre Wladimir Ledochowski, affinché lo facesse pervenire all’ormai ottantenne pontefice. Padre Ledochowski non solo non consegnò il documento a Pio, ma ordinò un supplemento d’istruttoria.

Papa Pio, il 10 febbraio del 1939 venne a morte e l’enciclica, che avrebbe avuto il titolo di Human generis unitas, non vide mai la luce. Il suo successore Pio XII non pubblicò il documento. L’enciclica, comunque, pur condannando con termini durissimi l’antisemitismo “razziale”, assieme alle leggi speciali vigenti in Germania e in Italia, in nome «dell’unità del genere umano», conservava un antigiudaismo religioso intrinseco caratteristico della Chiesa cattolica del tempo.

Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale e con la scoperta di un avvenuto sterminio fisico ai loro danni, dissipate finalmente le difficoltà di ordine religioso, restano da affrontare quelle giuridico-politiche. Questi impedimenti riguardano la presenza di Israele nei “territori occupati” in Terra Santa, l’annessione di Gerusalemme, la situazione della Chiesa cattolica in Israele e nei territori da esso amministrati.

Padre Caprile, commentando queste difficoltà giuridiche nella rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, afferma che al pari degli israeliani, anche il popolo palestinese ha diritto «ad avere una patria»: per la Santa Sede è una situazione di ingiustizia internazionale che continua a colpire persone più deboli e che non può essere accettata. Un impedimento giuridico-politico chiave per il dialogo tra la Santa Sede e Israele è il destino di Gerusalemme, città sacra contemporaneamente a tre religioni.

La partecipazione dei cristiani alla causa nazionale palestinese risale al periodo mandatario, ed è stata favorita anche dal fatto che il governo israeliano non ha mai operato distinzioni tra arabo-cristiani e arabi di fede musulmana.

Le difficoltà vere e proprie nascono nel 1967, a seguito della “guerra dei sei giorni”, che vede la conquista da parte israeliana di Gaza, la Cisgiordania e della zona vecchia di Gerusalemme (oltre alle alture siriane del Golan). Nel 1980, la Knesset (il parlamento dello Stato d’Israele) annuncia l’annessione dei territori occupati nel ’67 e proclama Gerusalemme capitale dello Stato.

Estendendo il proprio controllo su tutta Gerusalemme il governo ha posto, comunque, molta attenzione nel garantire il rispetto del Luoghi Santi (che ha tutelato appositamente con una legge) e nell’interferire con qualsiasi organizzazione interna delle comunità musulmana e cristiana. Sulla base di un vecchio testo mandatario del 1922 (e tuttora in vigore con i dovuti aggiornamenti), il governo israeliano ha esteso anche sulla città di Gerusalemme il riconoscimento di alcune confessioni e comunità religiose, oltre naturalmente alla religione cattolica.

La legge israeliana riconosce ufficialmente cinque religioni, tutte appartenenti alla famiglia delle religioni abramitiche: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, i drusi e la fede Bahá’í. Inoltre, la legge riconosce formalmente dieci distinte confessioni del cristianesimo: la Chiesa Cattolica romana, la Chiesa armeno-cattolica, la Chiesta maronita, le Chiese di rito orientale, la Chiesa cattolica sira, la Chiesa cattolica caldea, la Chiesa ortodossa orientale, la Chiesa greco-ortodossa, la Chiesa ortodossa siriaca, la Chiesa Apostolica armena e la Chiesa anglicana.

Accanto ad una certa tolleranza religiosa, il governo israeliano, al tempo stesso, ha ampliato il quartiere ebraico all’interno della città vecchia di Gerusalemme, costruendo attorno alla città, mediante espropriazioni di terre appartenenti in gran parte alla popolazione araba, nuovi quartieri per immigrati ebrei. Alla luce di tutto ciò, non mancano le accuse di “giudaizzazione” della Città Santa da parte degli appartenenti alla religione musulmana e cristiana. Appunto per questo il governo israeliano, pur respingendo qualsiasi soluzione che comporta la limitazione della sovranità israeliana su Gerusalemme capitale, si è dimostrato subito disposto ad assicurare garanzie di extra-territorialità per i luoghi considerati santi dalle altre religioni, anche se non ha mai inteso assumere impegni di carattere internazionale.

Le richieste avanzate da Papa Paolo VI, nell’allocuzione ai cardinali e prelati della Curia romana del 22 dicembre 1967, sono ritenute la base di tutte le successive prese di posizione del Vaticano sul problema. La questione vista nei suoi termini generali, offre ora, a nostro avviso, due aspetti essenziali e impreteribili.

Il primo riguarda i Luoghi Santi propriamente detti e tali considerati dalle tre religioni monoteistiche aventi interesse (la religione ebraica, quella cristiana e quella musulmana), e intende tutelare la libertà di culto, il rispetto, la conservazione, l’accesso ai Luoghi Santi medesimi, protetti da immunità speciali mediante uno statuto proprio, alla cui osservanza faccia da garanzia un’istituzione di carattere internazionale, con particolare riguardo alla fisionomia storica e religiosa di Gerusalemme. Il secondo aspetto della questione si riferisce al libero godimento dei diritti religiosi e civili, che legittimamente spettano alle persone, alle sedi, alle attività di tutte le comunità presenti nel territorio della Palestina.

Il richiamo alla necessità di tutelare la «fisionomia storica e religiosa di Gerusalemme», è basato sul rifiuto totale di una soluzione fondata sulla sola extra-territorialità del Luoghi Santi, in quanto essa non può fornire solide garanzie contro trasformazioni che potrebbero alterare il carattere sacro dell’intera città di Gerusalemme.

Nel corso degli anni, alcuni atteggiamenti del Vaticano sono interpretati dal governo israeliano come precisa scelta di campo ritenuta filo-araba: questo ha reso ancora più difficile il dialogo israelo-vaticano. Perché queste accuse? In riferimento alla nomina di un arabo palestinese, monsignor Michel Sabbah, alla carica di patriarca della Chiesa latina a Gerusalemme nel 1988, e all’atteggiamento di papa Giovanni Paolo durante la guerra del Golfo.

Sulla nomina di monsignor Sabbah a patriarca latino di Gerusalemme non va comunque ravvisata nessuna scelta politica da parte della Santa Sede, perché essa s’inquadra nelle scelte ecclesiastiche volte a nominare, specie dopo il concilio Vaticano II, una gerarchia proveniente dall’interno delle Chiese che essa è chiamata a guidare.

Durante la guerra del Golfo, invece, è fuori discussione che Papa Wojtyla, oltre a cercare una soluzione pacifica alla vertenza, ha esercitato un ruolo attivo nel campo del dialogo con l’Islam. Egli annunciando la sua radicale obiezione alla guerra nella regione mediorientale, ha rotto l’antica solidarietà occidentale trovando attenzione e stima presso la Lega islamica e in molti Paesi a maggioranza islamica. Bisognerà attendere ancora un anno per riparare le incomprensioni da una parte e dall’altra.

Il lungo cammino diplomatico tra Santa Sede e Israele, costellato da incomprensioni reciproche, raggiunge un primo traguardo il 30 dicembre 1993, con la solenne cerimonia della firma a Gerusalemme, da parte dei due plenipotenziari delle due Parti, monsignor Claudio Maria Celli (sottosegretario per le Relazioni con gli Stati del Vaticano) e il dottor Yossi Beilin (vice ministro degli Affari Esteri israeliano), dell’Accordo fondamentale tra le due entità politiche.

Le trattative per l’importante accordo diplomatico risalgono al luglio 1992, quando si costituisce una Commissione bilaterale permanente di lavoro israelo-vaticana. La commissione inizia subito il suo lavoro esplorando tutti i mezzi idonei al fine di esaminare e definire insieme questioni di interesse comune, in vista di normalizzare le reciproche relazioni. Indubbiamente, l’avvio di dirette trattative tra il Governo israeliano di Shimon Perez e l’OLP di Yasser Arafat, è apparso agli occhi della Santa Sede un fatto di straordinaria importanza, tale da rimuovere le ragioni giuridiche che avevano contribuito a dilazionare la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra lo Stato del Vaticano e Israele.

La prima riunione della commissione si tenne il giorno 29 luglio, mentre una seconda nel novembre dello stesso anno. L’intesa del 13 dicembre 1993 tra l’OLP e Israele accelera i tempi, facendo concludere i lavori alla stessa commissione israelo-vaticana. Un testo d’accordo è parafato (ossia sottoscritto non per esteso) il 13 dicembre stesso, messo a punto il giorno 20, rivisto in Vaticano il 29 e firmato, come riferito a Gerusalemme, il giorno 30.

L’Accordo fondamentale è innanzitutto un riconoscimento formale da parte della Santa Sede dello Stato d’Israele. Anche se, seguendo una prassi comune ai concordati post-conciliari, alcune questioni (come la tassazione e la condizione giuridica degli enti cattolici, la proprietà ecclesiastica, e così via) sono rinviati a ulteriori accordi sulla base di lavori di commissioni miste da creare ad hoc, la valenza concordataria dell’Accordo fondamentale, al momento della firma, assume i suo ruolo preminente di regolatore della vita religiosa e dell’attività internazionale della Chiesa di Roma.

(di Massimiliano Carta)