Vittorio Emanuele III e il mancato senso dello Stato: si seppellisca il re, non l’uomo

Tutta la vicenda del rientro in Patria, con annesse polemiche, della salma di re Vittorio Emanuele III, ha fatto molto di più che riportare a galla il dibattito sull’operato (di certo non esemplare) del monarca, e in generale sulla breve esperienza al trono d’Italia di casa Savoia.

La scia di reazioni che la notizia ha prodotto ha fatto luce su un aspetto tipico della società italiana, vale a dire l’assoluta mancanza di rispetto per il ruolo istituzionale e storico assunto da una qualsivoglia figura. Un senso delle istituzioni che, nel nostro Paese, manca totalmente, rendendoci incapaci di scindere l’operato dell’uomo dalla figura del monarca.

In altre parti del mondo ciò non avviene: la Russia, ad esempio, onora ancora oggi lo zar Nicola II, gli Stati Uniti (almeno fino ad oggi) hanno comunque sempre reso omaggio al presidente, così come il Regno Unito ad ogni suo monarca, a prescindere da scelte e capacità.

È quindi un problema tipicamente nostrano, quello evidenziato anche da Ernesto Galli della Loggia che, parlando dell’identità italiana, ha sempre posto l’accento sul mancato senso dello Stato nel nostro Paese. Una terra che non ha mai saputo trovare una figura conciliante e rappresentativa, fatta eccezione forse per l’arma dei Carabinieri e per la Chiesa, che però perde, anch’essa, insorabilmente voce.

Siamo una nazione di perenni guelfi e ghibellini in lotta e, seppur sorretti da un’identità culturale molto forte, mai siamo riusciti a trasferirla in una figura rappresentativa per la quale sia separato in maniera netta il ruolo dal suo interprete.

Che il pessimo Vittorio Emanuele III riposi al Pantheon non ha nulla di scandaloso, giacché non ci riposerebbe in quanto sé stesso, ma in quanto re d’Italia. Seppelliamo allora l’istituzione e non l’uomo, la storia nazionale e non quella personale, e lasciamo le analisi su sbagli e responsabilità ai libri di storia.

(di Simone De Rosa)