Piñera, Macri e il fascino dell’imprenditore nella politica latinoamericana

La vittoria al secondo turno delle elezioni presidenziali cileni di Sebastian Piñera e il suo ritorno, dopo il mandato del quadriennio 2010-2014, a Palacio de la Moneda certificano un trend ormai instaurato nella politica dell’America Latina. La figura dell’imprenditore di successo, con un patrimonio personale da capogiro, piace alle nuove classi sociali medie formate, paradossalmente, dalle politiche sociali dei governi progressisti e rivoluzionari del sub-continente. Quanto avvenuto con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina si è ripetuto domenica in Cile e parlare della somiglianza dei due uomini con l’italiano Silvio Berlusconi non è fantapolitica.

Se la famosa discesa in campo di Berlusconi fu attuata parlando di una rivoluzione liberale che fece sognare milioni di cittadini che speravano di ripercorrerne le gesta e le fortune economiche, allo stesso tempo le generazioni cresciute negli anni dell’enorme progresso in termini di riduzione della disuguaglianza economica, dell’analfabetismo, della fame e della povertà in America Latina oggi girano le spalle a coalizioni di governo uscenti litigiose e frastagliate (come il peronismo argentino diviso tra l’eterna leadership di Cristina Kirchner e quella del dissidente Sergio Massa o proprio quella cilena incapace di trovare l’accordo su un unico candidato al primo turno e l’apparentamento con le altre formazioni politiche al ballottaggio) che non riescono a dare risposte concrete alle nuove istanze che provengono dalla popolazione.

Forti della popolarità personale, dettata anche dai successi delle squadre di calcio di cui sono stati a lungo presidenti (Colo-colo Piñera e Boca juniors Macri), della capacità economica per sostenere le campagne elettorali e del deserto delle coalizioni neoliberiste al momento della loro adesione che ne ha favorito l’ascesa in tempi rapidi, oggi questi imprenditori hanno generato le svolte elettorali in buona parte del Sudamerica e vengono presi sempre più spesso come modello di riferimento. Non è un caso se la coalizione antichavista della Mesa de la Unidad Democrática (Tavola dell’unità Democratica) aveva pensato alla candidatura di Lorenzo Mendoza, amministratore delegato dell’impresa Polar, prima della spaccatura avvenuta in seguito alle elezioni per i governatori regionali dello scorso ottobre.

I risultati di questi governi non hanno per ora risolto le ataviche problematiche legate a criminalità e corruzione presenti nei Paesi in cui sono stati eletti ma stanno riportando l’intero continente sotto l’ala protettiva degli Usa, ben felici di dare nuova linfa alla vecchia dottrina Monroe secondo la quale l’America Latina dovrebbe rappresentare il proprio cortile di casa. E’ in questo senso che vanno lette le adesioni del Cile al Tpp (poi bloccato dal presidente Trump) e all’Alleanza del Pacifico (che comprende anche Messico, Colombia e Perù) e la partecipazione di Macri al forum liberista di Davos anziché a quello di Porto Alegre e il pagamento ai “fondi avvoltoi” lungamente osteggiati dal kirchnerismo.

(di Luca Lezzi)