La cura Schopenhauer

La vita è un lotta continua contro la morte, insegna Arthur Schopenhauer; si tratta di un conflitto dove siamo prossimi ad una necessaria sconfitta: la morte, prima o poi, finirà per ingoiarci.

Nel libro quarto de ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’ viene utilizzata un’immagine ad hoc per esprimere questo destino inevitabile: la nostra vita viene a protrarsi con interesse e cura, così come si gonfia una bolla di sapone quanto più ci è possibile farlo, nella ferma convinzione che essa arriverà ad esplodere.

Ma chi era davvero Schopenhauer? Giovanni Papini ne ‘Il crepuscolo dei filosofi’ del 1906 riscontrava quello che accade tutt’oggi quando il nome del filosofo originario di Danzica fa la sua comparsa in una conversazione: tutti lo reputano un pessimista, ed è anche l’unica cosa che sanno sul suo conto.

Non meno frequente è la facile associazione, da manuale scolastico, del suo pensiero a quello di Giacomo Leopardi; si trascura, infatti, quanto l’indole dei due fosse differente: il pensatore tedesco non fu mai assediato dalle disavventure quanto il giovane di Recanati, il quale era più incline alla sofferenza, e diversamente dai tanto detestati Fichte e Hegel egli non ebbe mai bisogno di dare lezioni private poiché godeva di una condizione economica agiata.

Figlio di Johanna Henriette Trosiener, scrittrice di romanzi alla moda, e del commerciante Heinrich Floris, Schopenhauer ricevette un’educazione che gli permise di annodare contenuti illuministici e liberali con una attenta penetrazione delle profondità dell’uomo, in particolar modo della sua emotività.

Le pagine de ‘Il Mondo’, il capolavoro pubblicato nel 1818/19, non sono affatto blindate da speculazioni sofistiche: esse manifestano piuttosto una saggezza aderente alla vita. L’opera dovette zoppicare a lungo nel panorama filosofico del tempo, invaso dall’ottimismo razionalistico hegeliano, per poi affermarsi in seguito al fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848, allorché la società tedesca non era più galvanizzata dalla speranza in un rinnovamento politico.

Nello scritto, la densità delle riflessioni riguardanti l’epistemologia, la metafisica, la psicologia, l’estetica e l’etica si accompagna ad un ricco gioco di metafore, in gran parte ingiustamente dimenticate. Tra queste, la sola che abbia trovato fortuna è quella del celeberrimo pendolo che andando ora di qua e ora di là, passa dal dolore alla noia.

Il vero grande rimprovero che Schopenhauer rivolge alla filosofia kantiana, da cui apprese moltissimo, era quello di essersi bloccata alla realtà fenomenica; è vero che «Il mondo è la mia rappresentazione», ma non ci si deve arrestare allo spazio, al tempo e al principio di ragione sufficiente (secondo cui tutto ciò che è ha una ragione d’essere); non si può, dunque, restare pietrificati nella materialità, nel mondo delle cose: se non riuscissimo a cogliere il significato della rappresentazione saremmo come un uomo che gira introno ad un castello cercando invano l’ingresso e facendo intanto un abbozzo delle facciate.

Ecco allora, offuscati gli orizzonti di una realtà coincidente con la razionalità e di un pensiero che si identifica con l’essere, che viene aperta la strada ad un noumeno onnipotente, la «cosa in sé», ovvero la volontà (Wille). Essa è irrazionale, mai soddisfatta, senza causa e non sottoponibile a nessuna legge. Scrive Schopenhauer:

La volontà come cosa in sé è totalmente diversa dal suo fenomeno e pienamente libera da tutte le forme di quest’ultimo, nelle quali essa entra proprio nel momento in cui si manifesta.”

Il soggetto è stretto in questo laccio che tenendo insieme tutte le cose le destina ad una continua sofferenza. La volontà di vivere (Wille zum Leben) non si espelle con il suicidio, con il piacere della propria conservazione o nell’orgasmo della generazione: essa dev’essere respinta negando la stessa volontà di vivere. Ciò non avviene con uno schiocco di dita! Ma proprio laddove interviene la necessità di fornire dei rimedi, si scoperchia quella che potremmo definire come ‘la cura Schopenhauer‘.

Si tratta di una soluzione ascensionale costituita da una diminuzione di interesse nei riguardi del proprio Io e dallo sganciamento completo dal principium individuatonis (spazio, tempo e causalità). La liberazione dalla volontà poggia su due sentieri differenti: uno estetico ed uno etico.
Il primo è l’arte, opera del genio capace di atteggiarsi in modo puramente contemplativo, che con un’intuizione extra-razionale coglie l’idea, ovvero la volontà non ancora oggettivata, non approdata alla rappresentazione. In noi viene suscitato il sentimento del bello, che diverge dal sublime.

Spiega Schopenhauer:

 “Nel bello il puro conoscere ha avuto il sopravvento senza lotta, dal momento che la bellezza dell’oggetto, cioè la qualità di esso di agevolare la conoscenza della propria idea, ha allontanato dalla coscienza senza opposizioni, e perciò impercettibilmente, la volontà e la conoscenza delle relazioni, schiava al suo servizio, lasciando la coscienza come puro soggetto della conoscenza […] Nel sublime, invece, quello stato di conoscenza pura è anzitutto ottenuto da una separazione cosciente e violenta dai rapporti dello stesso oggetto con la volontà, riconosciuti come sfavorevoli, mediante un libero elevarsi al di sopra della volontà.”

In seguito, la riflessione si espande con la percorrenza di tutte le arti secondo i loro gradi gerarchici: si parte dall’architettura, passando per la scultura, la pittura, la poesia, la tragedia fino a giungere alla musica che, non possedendo nessuna immagine o rappresentazione di idee degli esseri presenti nel mondo, è tra tutte la più elevata, una ‘lingua universale’: mera volontà.

L’ipocentro della liberazione dalla volontà si ha con l’approdo alla filosofia pratica; una volta riconosciuto il giogo universale del desiderio – fonte inesauribile di dolore – il cui appagamento non conduce mai ad alcun quietivo, l’uomo dovrà direzionarsi verso la giustizia, la bontà o l’ascesi.
Quest’ultima è l’autentica epurazione. Ad acquistare valore sono gli insegnamenti già impartiti da altri pensatori quali Scoto Eriugena, Böhme, Plotino e in particolare Meister Eckhart, il mistico tedesco considerato da Schopenhauer come espressione pura e vigorosa dello spirito del Cristianesimo.

L’avvicinamento alla cristianità si evince per la stima nei riguardi di Gesù e per il corretto riconoscimento da parte di questa fede della condizione originariamente miserabile dell’uomo: condizione che abbisogna di una liberazione. La filosofia pratica non è però riconducibile esattamente all’ascesi cristiana (immersione in Dio) o, come spesso si sostiene, al Nirvana; il tat twam asi (“questo tu sei”) della sapienza indiana è importante per riconoscere la volontà come base del dolore universale, ma per compiere il nihil privativum, la soppressione autentica del Wille, resta soltanto il niente.

Un paragone azzardato potrebbe essere quello con la mistica islamica, in cui il farsi nulla dell’uomo corrisponde al poter essere ricreati da Dio verso vite spirituali più alte: tuttavia, quanto viene a mancare nel pensiero del filosofo di Danzica è proprio la credenza in Dio.

La ‘cura’, dunque, è nel Nulla. Non a caso, la conclusione de ‘Il Mondo’ riporta:

“[…]ciò che rimane dopo l’annullamento totale della volontà, è invero, per tutti coloro che sono ancora pieni della volontà, il nulla; ma anche, inversamente, per coloro in cui la volontà si è rovesciata e negata, questo nostro mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue Vie Lattee, è esso stesso il nulla.”

In questo modo, Schopenhauer illumina una via ambigua, forse impossibile da intraprendere, fornendo scarsi indizi sulla precisa linea di condotta da seguire. E poi, come può una realtà dominata in maniera assoluta ed essenziale dalla volontà ospitare ciò che è nulla rispetto ad essa?

Per quanto si ricerchino uscite paradisiache dal grande teatro della vita, può darsi che esse siano impraticabili. E allora, per chi piombasse nell’esistenza, non resterebbe che l’iscrizione infernale: lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

(di Enrico Ildebrando Nadai)