Siria, uno sguardo sul passato: da Hafez al Assad alla riforma politica di Bashar al Assad

Quando parliamo di Siria ci occupiamo soprattutto degli eventi scaturiti a partire dal 2011, anno in cui le proteste di piazza contro il presidente Bashar al Assad degenerarono in una contrapposizione violenta tra il governo e quanti, sulla scia delle cosiddette primavere arabe, volevano cambiare la guida del Paese. Per avere un quadro più nitido delle vicende siriane è necessario però occuparsi anche degli anni che hanno preceduto lo scoppio di questo spaventoso conflitto, delineando gli eventi storico-politici più importanti avvenuti in Siria nel recente passato. In Occidente si è spesso accusato il presidente Bashar al Assad di guidare uno Stato autoritario che reprime il dissenso; dopo sette anni dall’inizio della guerra è arrivato il momento di presentare alcuni fatti che intendono scalfire una narrazione monotematica sulla vita politica siriana. Il presidente Bashar al Assad ed il partito Baath guidano ancora la Siria, e sette anni di eroica resistenza del popolo siriano contro i tentativi di annichilire il Paese, sono molto probabilmente il più grande segno di fiducia e stima che il popolo siriano ripone nella propria guida politica.

Bashar al Assad è stato eletto presidente della Repubblica Araba di Siria nel luglio del 2000, a seguito della scomparsa del presidente Hafez al Assad, padre di Bashar, avvenuta il 10 giugno 2000. L’elezione di Bashar al Assad è stata accolta con molta speranza dai siriani, poiché hanno visto in lui un leader giovane e istruito, pronto a guidare la Siria verso le sfide del nuovo millennio. La positiva ricezione della presidenza di Bashar al Assad non deve tuttavia far dimenticare gli oggettivi meriti della lunga presidenza di Hafez al Assad, che ha guidato la Siria dal 1971 fino al 2000, anno della sua scomparsa. Ad Hafez al Assad va riconosciuto il merito di aver reso la Siria un paese più sicuro e sviluppato, e soprattutto aver avviato – certamente con dei limiti che non voglio porre in discussione – il popolo siriano a partecipare alla vita politica del Paese. Il sistema costruito dal partito Baath e dal presidente Hafez al Assad, per quanto socialmente sviluppato e inclusivo per le varie comunità etnico-religiose del Paese, restava pur sempre un sistema autoritario, condizionato dalla contrapposizione con Israele e da periodiche insurrezioni da parte degli islamisti radicali, come quanto avvenuto ad Hama nel 1982.

Molti degli analisti che intendono dipingere le due presidenze Assad come regimi oppressivi e autocratici dovrebbero ricordare il difficile percorso che ha visto la nascita dello Stato siriano dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e della dominazione ottomana. La Siria nacque come Stato dipendente dalla Francia, inserita in un mandato internazionale di tipo A, che lasciava ai francesi il controllo della vita del Paese. Dovremmo ricordare anche i difficili anni susseguiti alla proclamazione di indipendenza nel 1946, i molteplici golpe militari che si susseguivano con sconcertante rapidità nel periodo 1946-1966, il fallimento dell’unione con l’Egitto nel 1961 – la cosiddetta Repubblica Araba Unita – e la difficile convivenza con lo Stato di Israele. Prima di accusare gli Assad di essere dei despoti, dovremmo riconoscere la loro grande abilità politica, il loro amore per il Paese che hanno instancabilmente servito e le difficili congiunture politiche che hanno dovuto affrontare per preservare l’integrità di uno Stato che, umiliato dalle potenze occidentali dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva perso il Libano, divenuto lo stato dei cristiani maroniti, i territori di Alessandretta ceduti alla Turchia nel 1939, la Palestina, regione storicamente legata alla “Grande Siria” e più recentemente in ordine cronologico le alture del Golan, occupate dagli israeliani dopo la cocente sconfitta araba nella guerra dei Sei Giorni del 1967.

Tornando agli anni più recenti vorrei sottolineare gli sforzi della presidenza Assad per avviare la Siria verso una svolta democratica, cercando di ampliare gli spazi di dibattito e offrendo un terreno di dialogo alle opposizioni che intendessero partecipare alle vicende politiche del Paese. La Primavera di Damasco – il periodo immediatamente successivo alla scomparsa del presidente Hafez al Assad – vide il fiorire di numerosi gruppi di discussione e critica politica, come il Forum Atassi ed il Forum Kawakibi, impegnati a rivolgere petizioni e proposte di riforma al governo. Bisogna inoltre ricordare la nascita di organizzazioni non governative, sponsorizzate dal governo, come la Società Siriana per lo Sviluppo ed il Fondo per lo Sviluppo Rurale Integrato in Siria. Asma al Assad, la first lady siriana, partecipava alle assemblee e presiedeva alcuni di questi gruppi. Gli eventi della Primavera di Damasco rappresentarono i primi luoghi di dibattito pubblico, dove potevano essere formulate critiche verso il governo centrale. La legislazione dello stato di emergenza e gli sconvolgimenti provocati dall’arrivo dei profughi iracheni, dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, rappresentarono un periodo di arresto nel dibattito politico e un irrigidimento delle posizioni del governo.

Nell’Ottobre del 2005 si aprirono i lavori di quello che è stato considerato il più importante congresso di opposizione nella storia di governo del partito Baath. Il congresso, che darà vita alla Dichiarazione di Damasco, vedeva la contemporanea presenza di un’eterogenea coalizione composta da islamisti, liberali, marxisti e anche curdi. La dichiarazione di Damasco, il documento finale di questo congresso, invocava una riforma democratica del Paese e l’elezione di un’assemblea costituente per poter permettere la redazione di una nuova costituzione. L’unità delle opposizioni si frantumò presto, ma tuttavia la presenza di questo tipo di iniziative dimostrava la vitalità politica dello stato siriano e la volontà del presidente Assad di assecondare delle riforme per migliorare il sistema politico del Paese. Un elemento che aveva trovato d’accordo gli islamisti e i partiti laici era stato il malcontento per la corruzione dei baathisti e la necessità di superare la repressione politica attuata dal governo, condotta dal Mukhabarat, i servizi segreti siriani.

Le manifestazioni che sono avvenute nel Paese a partire dal 2011 hanno segnato un nuova importante fase di attivismo politico. La maggior parte dei partiti laici di opposizione, seguendo ciò che era stato deciso nella Dichiarazione di Damasco del 2005, non è stata favorevole ad attacchi armati contro lo Stato o al coinvolgimento di forze straniere nella vita del Paese. Uno dei partiti del variegato fronte di opposizione al governo, il Partito Nazionalista Sociale Siriano ha inoltre deciso di schierarsi col governo, e in seguito anche altri partiti hanno fatto lo stesso, temendo le violenze confessionali degli islamisti che stavano prendendo campo in Medio Oriente dall’inizio del fenomeno delle primavere arabe.

Il presidente Bashar al Assad ha risposto alle proteste di piazza firmando il decreto legge 101 dell’agosto 2011, che ha emendato la legge elettorale. In seguito si è avviato un iter di riforma costituzionale che ha privato il partito Baath del proprio status privilegiato e del carattere di forza incorporata nello Stato, consentendo elezioni presidenziali competitive. Questi provvedimenti sono stati approvati da un referendum costituzionale con una larga maggioranza alla fine del febbraio 2012. Nello stesso anno, a seguito delle riforme costituzionali, si è votato per il rinnovo del parlamento siriano. La coalizione del Fronte Nazionale Progressista, guidata dal partito Baath, è stata confermata alla maggioranza in parlamento, dopo aver superato la coalizione di opposizione, il Fronte Popolare per il Cambiamento e la Liberazione. Le elezioni presidenziali del 2014 hanno poi visto il candidato del partito Baath affrontare una consultazione elettorale competitiva e non un formale plebiscito, come era avvenuto fino a pochi anni prima. Il presidente Bashar al Assad ha comunque una vittoria schiacciante sugli altri due candidati, ovvero Hassan al Nouri e Maher Hajjar. Questa tornata elettorale ha premiato il presidente Assad, il quale gode ancora di una fortissima popolarità e un netto consenso.

Gli eventi fin qui presentati intendono raccontare il quadro politico di un Paese che è cambiato molto nel corso degli ultimi anni di guerra. Un Paese che, guidato da un giovane presidente, ha compiuto un importante cammino di riforma politica, cercando di superare il clima di autoritarismo che aveva accompagnato il governo del partito Baath sotto la presidenza di Hafez al Assad. I mezzi di informazione occidentale, che si sono schierati contro la Siria e contro il governo del presidente Assad, non hanno mai analizzato seriamente il processo di riforma politica avviato in Siria nei primi anni 2000. L’informazione mainstream ha sempre cercato di indurre l’opinione pubblica a credere che il “regime” dell’alauita Bashar al Assad non sia mai cambiato nel corso degli anni. Il fervore pro regime-change dei media ha cercato di demonizzare la figura del presidente Bashar al Assad, favorendo i tentativi di una violenta transizione al potere in Siria.

(di Alessio Brunini)