Perché non sono più una femminista

Helen Pluckrose è una giornalista inglese di tendenza liberal, principalmente critica verso il postmodernismo e il femminismo odierno. Scrive su Conatus News e su Aero Magazine, della quale è caporedattrice. Su Twitter: @HPluckrose

Non ricordo di non essere mai stata femminista. Ho partecipato alle marce negli anni settanta con mia madre. Lei si identificava come femminista fin dagli anni sessanta, dopo che le era stato negato un mutuo senza un garante maschio, e dopo che le era stato riferito che non avrebbe potuto studiare per gli esami di ragioniera perché “non ci sono ragionieri donne”.

Dopo avere partecipato per breve tempo ai movimenti femministi radicali, ha rifiutato le loro idee in quanto estremiste e irrazionali: era stata criticata per la sua relazione eterosessuale e la sua passione per gli abiti femminili. Aveva trovato asilo nel femminismo liberale, e da lì è diventata molto attiva nella scrittura, nelle marce e nelle proteste a favore di cambiamenti che le dessero le stesse opportunità degli uomini. Nei tardi anni ottanta, mia madre ha capito che le battaglie più importanti erano ormai vinte e ha iniziato a ritirarsi dall’attivismo, nonostante continuasse a identificarsi come femminista e a studiare la storia delle donne.

Vista la sua influenza, ovviamente mi identificavo io stessa come femminista, una femminista liberale. Crescendo, ho protestato contro la legalità dello stupro all’interno del matrimonio (criminalizzato nel 1990) e ho vinto una battaglia personale per portare i lavori manuali nelle scuole al posto dei corso di cucina (ero pessima anche in quelli, ma mai quanto lo sono in cucina!). Ho criticato i comportamenti sessisti sui luoghi di lavoro, i quali erano molto diffusi negli anni novanta.

Il femminismo liberale già all’epoca era aggressivo, ma in un modo diverso dall’odio misandrico che va di moda oggi. Era ottimista, quasi giocoso. Eravamo sicure di potere vincere. Era divertente vedere come riuscivamo a sconvolgere i fanatici degli stereotipi sessisti e sfidare il sessismo di tutti i giorni, spesso con ironia. Non pensavamo che gli uomini fossero persone orribili e che dovessero essere puniti. Volevamo solo fargli capire che i tempi erano cambiati e dovevano adeguarsi. “Ora le donne sono dappertutto, fatevene una ragione”.

All’epoca dovevamo fare i conti col femminismo estremista. Le vittime dello stupro erano ancora ignorante e non credute. Le persone davano ancora la colpa alle donne per come si vestivano. Le femministe radicali, le quali insistevano nel dire che il patriarcato era presente in ogni cosa, che l’idea di genere dovesse essere distrutta e che i maschi in quanto tali fossero pericolosi e violenti, erano viste come il maggiore problema che il movimento femminista liberale doveva contenere. Per la maggior parte delle volte, le loro uscite durante le discussioni erano liquidate con frasi come “forse non è il caso di spingersi così in là”. Non eravamo pronte a fare i conti con questa branchia emergente del nostro movimento.

Dagli anni ottanta sono nate critiche interne al movimento femminista liberale, il quale è stato accusato di non riconoscere i problemi delle donne asiatiche, nere e lesbiche, e di concentrarsi solo sui problemi della classe media. Queste critiche erano valide e meritevoli di valutazione. Tutte le donne dovevano avere eguaglianza. Molte femministe liberali hanno iniziato a dedicarsi maggiormente ai diritti LGBT e sulla vulnerabilità delle donne che vivevano in comunità sottostanti a religioni patriarcali oppressive, in particolare l’Islam, e delle donne soggette a “delitti d’onore” e mutilazioni genitali. Lo hanno fatto all’interno di un’ottica femminista universale, ma in questo decennio è iniziato il cambiamento accademico nelle scienze sociali e umanistiche verso il postmodernismo, e questo è gradualmente filtrato anche nella pratica femminista.

Le persone sono spesso confuse su cosa sia il postmodernismo e come esso riguardi il femminismo. Molto semplicemente, il postmodernismo è un movimento accademico teorizzato da Jean-Francois Lyotard e Jean Baudrillard, il quale sostiene che la conoscenza possa essere attinta e reclamizzata personalmente; il che significa che la realtà oggettiva non esiste. Esso respinge le spiegazioni di largo respiro (metanarrative), incluse religione e scienza, con racconti soggettivi e relativi delle esperienze di un individuo o di un gruppo subculturale (mininarrative). Per un articolo più dettagliato sul postmodernismo: Il postmodernismo e la rovina dell’Occidente.

Queste idee hanno avuto forte presa nelle scienze sociali e umanistiche, e sull’uso della ragione e del pensiero critico come metodo per determinare la verità e formare l’etica. Ora gli individui possono non solo avere la propria verità morale, ma anche le proprie verità epistemologiche. L’espressione “è vero per me” incapsula tutta l’etica del postmodernismo. Dichiarare che nulla può essere oggettivamente vero (non importa quante siano le prove) significa sostenere una metanarrativa e “mancare di rispetto” alle visioni contrarie degli altri, il che è visto come “oppressivo” (anche se le loro visioni sono insensate). La parola “scientismo” è stata creata per schernire l’idea che le prove e le dimostrazioni pratiche siano il modo migliore per stabilire la verità.

Nella teoria sociale, i postmodernisti hanno “decostruito” tutto quello che è considerato vero e dichiarato che esso è insignificante. Tuttavia, facendo ciò, non rimaneva niente da dire e niente da fare. Nell’ambito della giustizia sociale, niente può essere ottenuto fin quando non si accetta che certi gruppi di persone in certi luoghi subiscono determinati svantaggi. Per questo è necessaria l’esistenza di un sistema di realtà, e per questo hanno iniziato a emergere nuove teorie sul genere, la razza e la sessualità composte da micronarrative. Il fondamento di queste teorie è che le suddette categorie si sostengono in quanto culturalmente e gerarchicamente costruite al fine di reprimere le donne, le persone di colore e gli omosessuali.

Il paradigma femminista è cambiato così da:
“Tutti meritano diritti e uguaglianza, e il femminismo si concentra ad ottenerli per le donne”
a:
“Gli individui e gruppi di tutti i sessi, razze, religioni e sessualità hanno le proprie verità, le proprie norme e i propri valori. Tutte le verità, le norme culturali e i valori morali sono uguali. I valori dei maschi bianchi, occidentali ed eterosessuali hanno ingiustamente dominato il mondo in passato e ora tutte le loro idee devono essere messe da parte a favore dei gruppi marginalizzati”.

Le femministe liberali sono passate dall’universalità dei diritti umani all’estremizzazione politica. Le idee non sono state più valutate sul loro merito, ma sull’identità di chi le propugnava; sulla base del suo sesso, genere, razza, religione e abilità fisica. Il valore di un’identità, per i nuovi attivisti della giustizia sociale, dipende dal suo grado di marginalizzazione. Questo è il momento in cui le femministe hanno cominciato a perdere.


Cosciente dell’imperialismo occidentale che aveva calpestato storicamente le altre culture, il femminismo liberale occidentale ora abbraccia i suoi aspetti più patriarcali. Una femminista liberale occidentale può, nello stesso giorno, prendere parte a una “slut walk” per protestare il fatto di essere giudicate dal proprio abbigliamento e allo stesso tempo accusare chiunque critichi il niqab di essere un “islamofobo”; può chiedere la condanna di un pasticciere cristiano che si rifiuta di cucinare una torta per un matrimonio gay e al contempo condannare il passaggio del gay pride in un quartiere prevalentemente musulmano perché “è un gesto razzista”. Molte femministe non si limitano a criticare altre femministe bianche e occidentali, ma anche musulmani laici, femministe ex-musulmane e attivisti LGBT. La misoginia e l’omofobia dei cristiani viene criticata (talvolta giustamente); la misoginia e l’omofobia degli islamici da nessuno, nemmeno dai musulmani. Il diritto di criticare la cultura e la religione di una persona sembra limitato agli occidentali bianchi.

Le femministe liberali universaliste sono spaventate da questo sviluppo. Le nostre vecchie avversarie, le femministe radicali, sembravano quasi razionali a confronto. Ci dicevano che eravamo culturalmente condizionati verso la misoginia, e di certo avevano una visione del mondo pessimista e paranoica, ma almeno erano coerenti. Le nuove femministe non lo sono. Oltre al relativismo culturale, si inventano un nemico nuovo al giorno.

Noi ci opponevamo alle femministe radicali per la loro estrema antipatia verso gli uomini, ma almeno condividevamo con loro un sentimento di sorellanza. Le nuove femministe non solo esibiscono un grave pregiudizio verso gli uomini, ma si rivoltano l’una contro l’altra alla più piccola infrazione delle regole.

In aggiunta al loro fallimento nel difendere le donne più vulnerabili della società, le nuove femministe propugnano una cultura del vittimismo che colpisce negativamente tutte le donne, in particolare quelle più giovani. Ci dicono che le donne sono oppresse dagli uomini in qualunque modo, perfino allargando le gambe sui sedili della metropolitana. Se un uomo ci dice una parola di troppo, dobbiamo essere terrorizzate; se un uomo ci prova, abbiamo sperimentato una violenza sessuale. Non solo vogliono dirci che siamo oppresse da praticamente tutti gli uomini sulla terra, ma anche da chi esprime idee anti-femministe o dalle stesse femministe che non ci piacciono. A sentire loro, è un miracolo se noi donne possiamo uscire di casa e sopravvivere.

Richard Dawkins fu accusato di misoginia per avere criticato un saggio sociologico postmodernista scritto da una donna (ne aveva criticato uno scritto da un uomo, alcuni giorni prima). Gli fu chiesto perché odiasse le donne intelligenti, o perché criticasse un testo scientifico scritto da una donna. Non si rendono conto che, non permettendo le critiche, si escluderebbero le donne dalle discussioni accademiche? Se vogliamo essere prese sul serio come intellettuali (o come bloggers), ci servono persone disposte anche a criticare il nostro lavoro.

Come molte femministe della mia generazione, ho deciso di evidenziare i problemi del relativismo culturale, del negazionismo scientifico e del danno che le attuali femministe stanno facendo alle donne. Sono stata bloccata sui social dalle femministe; mi è stato detto che non sono una femminista; che sono una misogina e perfino che sono a favore dello stupro (avevo osato dire che gli uomini che avevano inventato lo smalto per le unghie capace di rilevare le droghe per lo stupro avevano buone intenzioni). Mi è stato detto che sono una donna di mezza età che non capisce la società, e altri insulti pesanti. Dopo un incontro con una femminista alla quale avevo detto di non avere mai ricevuto minacce di morte e di stupro dagli uomini, all’improvviso è emerso un account dal nome maschile che ha iniziato a minacciarmi.

Allo stesso tempo, molti/e non-femministe hanno iniziato a dirmi che io non ero una “femminista” come loro la intendevano, o perfino sostenuto che io non lo fossi del tutto. Gli ho ricordato come invece lo fossi, dal momento che io parlavo molto delle mutilazioni genitali femminili, del delitto d’onore e dei matrimoni forzati in Gran Bretagna, che colpiscono molte donne e sono raramente perseguiti dalla legge.

E’ vero, io sono d’accordo con Ayaan Hirsi Ali quando dice che le femministe occidentali devono smetterla di concentrarsi su “stronzate irrilevanti”. Non ho grande simpatia per le donne che si sentono traumatizzate dal fatto che uno scienziato indossi una t-shirt con disegni di ragazze in pose sexy.

Credo sia giunto il tempo, per me, di accettare che “femminismo” non significa più “uguali diritti per le donne” ma che si riferisce all’attuale movimento femminista, il quale comprende molte cose alle quali io non voglio associarmi. I problemi delle donne britanniche oggi vengono coperti molto di più dagli attivisti dei diritti umani, e, tristemente, l’unico modo che hanno le giovani donne per riconquistare il proprio potere è opporsi al femminismo.

Ero felice quando qualcuno mi diceva che gli avevo fatto cambiare idea in meglio sul femminismo, ma ora temo di avere contribuito a rendere impossibile da criticare un movimento che deve invece essere criticato. Il femminismo ha perso la retta via e non dovrebbe essere più ascoltato fino a quando non avrà ritrovato sé stesso. Sembra che sempre più persone se ne stiano rendendo conto. Secondo un recente studio, solo il 7% delle donne inglesi si identifica come femminista, nonostante ben due donne su tre siano a favore dell’uguaglianza di genere.

La mia tristezza nell’abbandonare l’identità ereditata da mia madre si mescola alla rabbia quando penso che anche lei, una donna che ha combattuto per aprire le porte del mondo bancario alle donne, oggi verrebbe vista come un’eretica.

(Di Helen Pluckrose, da Areo Magazine – traduzione di Federico Bezzi)