Le manovre della lobby pro-Israele negli Stati Uniti

Quando a novembre iniziarono a circolare diverse indiscrezioni sul fatto che la squadra di transizione di Trump si fosse accordata con Israele per sabotare un’iniziativa di politica estera partorita dalla Casa Bianca di Obama, la cosa fece molto clamore. Quasi subito però la notizia andò a morire a causa dell’incessante pressione esercitata dai media intenzionati a far “sparire” ogni tipo di critica ad Israele o al suo comportamento.

Grazie alle indagini in corso sul Russiagate condotte dal Consigliere Speciale Robert Müller, noi americani abbiamo appreso che prima dell’insediamento del Presidente Donald Trump alcuni dei suoi più vicini consulenti risposero affermativamente alle sollecitazioni israeliane volte a boicottare il voto delle Nazioni Unite in merito agli illegali insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.

Questi sforzi per aiutare Israele sono stati implementati dietro le quinte ed in contrasto con la politica estera ufficiale degli Stati Uniti. L’ipotetica collusione con uno Stato straniero ha prodotto una ingente mole di copertura mediatica negativa ed una forte riprovazione da parte del Congresso per il sangue addebitato a Mosca ed al Presidente Vladimir Putin, ma lo stesso atteggiamento da parte di Israele ha generato poco o niente in termini di reazione da parte del quarto potere e dalla classe politica.

Forse non troppo sorprendentemente, la storia ha effettivamente preso una piega diversa, dando vita a prese di posizione ed articoli di opinione, per lo più di ebrei americani, incentrati su quanto il genero del Presidente Jared Kushner, responsabile delle scelte in direzione filo-israeliana, avesse agito nel modo giusto solo perché entrato in azione “per Israele”. Il fatto che un’azione molto vicina al tradimento che per di più veda coinvolto un Paese straniero possa essere applaudito con impunità è un’inconfutabile prova dell’invulnerabilità di coloro che incarnano il potere ebraico negli Stati Uniti.

Ciò nonostante, il tentativo riuscito di seppellire la storia e persino di giustificare ciò che è stato fatto pone inevitabilmente il problema della “doppia lealtà” da parte di alcuni ebrei americani, i quali evidentemente considerano Israele un’entità che deve essere protetta ed appoggiata, anche quando ciò significhi danneggiare seriamente il popolo americano e gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Uno dei pezzi più emblematici scritti dagli esponenti della fazione filo-israeliana è apparso di recente sul “Forward”, il principale sito web di notizie ed informazioni ebraiche in America. Era inizialmente intitolato «Jared Kushner ha avuto ragione ad “accordarsi” con la Russia, perché lo ha fatto per Israele», in seguito il titolo è stato cambiato nell’edizione online in «Kushner stava facendo la cosa giusta?».

L’autore, Daniel Kohn, vive a San Diego, in California. L’articolo è particolarmente interessante in quanto presenta un tentativo contorto, quasi grottesco, non solo di giustificare ciò che è accaduto, ma anche di cantare le lodi di Israele e di tutte le sue opere. La misura in cui questo editoriale sia espressione del pensiero ebraico-americano riguardo a Israele è, naturalmente, difficile da stimare, ma sospetterei che la maggior parte degli ebrei negli Stati Uniti, che generalmente sono dei sedicenti progressisti, ne troverebbero una buona porzione piuttosto discutibile, anche se molti di essi sarebbero riluttanti a criticare apertamente ed ancor di più ad opporsi alle argomentazioni addotte, per paura dell’ostracismo che la loro comunità potrebbe riservargli.

Kohn costruisce un’argomentazione farlocca sul fatto che anche le precedenti amministrazioni entranti avessero comunicato con dei governi stranieri durante i loro periodi di transizione. Questo è certamente vero e persino ragionevole. Ma, allo stesso tempo, l’usanza di incontrare dei rappresentanti di altri paesi riconosciutagli non può consentire loro di mettere in discussione o minare le politiche perseguite dal team della Casa Bianca ancora al potere.

In questo caso, il presidente Barack Obama aveva chiarito che la sua opposizione all’espansione degli insediamenti israeliani sarebbe stata espressa attraverso l’astensione degli Stati Uniti in una votazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che avrebbe condannato tale attività. In risposta, il governo israeliano chiese a Jared Kushner di usare la potenziale leva di Trump per ottenere o l’esercizio del diritto di veto o un ritardo nell’attuazione della risoluzione. Kushner chiaramente ha approcciato la mansione affidatagli con un certo zelo, incaricando Mike Flynn, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, di contattare le delegazioni ONU dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza proprio per portarla a termine, mandando all’aria l’operato di Obama.

È così che è nata la telefonata di Flynn all’ambasciatore russo Sergey Kislyak. Kohn critica inoltre l’applicabilità del Logan Act, il quale impedisce ai cittadini americani di negoziare con i governi stranieri a nome degli Stati Uniti, sostenendo che “probabilmente non sarebbe un procedimento giudiziario di successo”. Egli sostiene che Kushner “stava già agendo in una veste istituzionale”, il che fu del tutto fuori luogo poiché non ricopriva alcun incarico ufficiale.

Se Kushner fosse effettivamente stato un mediatore onesto, sarebbe passato attraverso il Dipartimento di Stato, ma invece stava lavorando segretamente per sovvertire una linea politica perseguita dal Presidente degli Stati Uniti legalmente in carica. Non c’è altro modo di vedere la cosa.

Infine, Kohn sostiene che la Risoluzione ONU 2334 approvata nonostante la telefonata di Flynn, conferisca ai palestinesi sia “maggiore influenza” che “autorità morale” in qualsiasi futuro negoziato con gli israeliani. La considera un fattore negativo, sostenendo che Kushner abbia quindi giustamente “perseguito un’agenda moralmente onesta che avrebbe aiutato la sicurezza di Israele”.

Questo è il vero nocciolo della questione, dato che Kohn osserva il Medio Oriente in termini molto semplicistici: il dominio israeliano è una cosa buona, consente a Netanyahu di dettare il ritmo e determinare le conseguenze derivanti dagli interminabili colloqui di pace, che di fatto continuano solo a legittimare l’espropriazione della terra e le violazioni dei diritti umani da parte di un potentato ebraico che tratta con degli arabi di fatto impotenti.

Questo è esattamente il modo in cui Kohn e gli israeliani vogliono che le cose vadano, e sfortunatamente il Presidente Donald Trump ha ora chiarito che approva “quella realtà”. Ci sono troppi ebrei americani come Daniel Kohn, che ragionano con la sua stessa mentalità. Gli israeliani stanno facendo il tifo per la resa di Donald Trump nei loro confronti, affinché riconosca Gerusalemme come capitale, ma i veri americani dovrebbero essere in lutto.

L’arroganza del potere ebraico negli Stati Uniti, significativamente rappresentato da Kushner nei confronti delle Nazioni Unite e più recentemente in merito alla questione di Gerusalemme, suggerisce che i cittadini statunitensi saranno meno sicuri quando viaggeranno, che le imprese americane dovranno pensarci due volte quando cercheranno uno sbocco nei mercati esteri, e che i diplomatici ed i soldati in servizio nelle ambasciate straniere e nelle basi militari in giro per il mondo diventeranno degli obiettivi. Se c’è un reale interesse positivo americano nascosto da qualche parte nel pacchetto di concessioni elargito ad Israele, io proprio non riesco ad individuarlo.

(da Ahtribune – Traduzione di Giovanni Rita)