La costruzione del socialismo in un paese solo e la fine del colonialismo

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 fu ben presto isolata. In Germania la rivolta del novembre ’18 iniziata dai marinai di Kiel e poi quella del 5 gennaio 1919 – rivolte “spontanee” (ma aizzate), restate localizzate e notevolmente disorganizzate – furono rapidamente schiacciate; il 15 gennaio ’19 furono presi e uccisi i dirigenti della Lega spartachista (Liebnecht e Luxemburg).

In Ungheria, si instaurò per ben poco tempo (dal marzo all’agosto del ’19) il governo comunista di Bela Kun, che dichiarò la fondazione di una Repubblica Sovietica, ma che cadde con la sconfitta subita ad opera dei rumeni, appoggiati dalla Francia (ma anche dagli altri “alleati” occidentali, dai vincitori della guerra mondiale insomma). L’Unione Sovietica rimase così isolata nella sua pretesa di essere il detonatore della “rivoluzione proletaria” di tipo internazionalista.

Dopo la morte di Lenin (1924), e con la progressiva ascesa di Stalin alla piena direzione del partito e dello Stato, fu scelta quella strada detta “costruzione del socialismo in un paese solo” (sanzionata al XIV Congresso del partito nel dicembre 1925). Scelta che si è rivelata efficace nei termini della nascita di una grande potenza – divenuta, dopo la seconda guerra mondiale e per oltre quarant’anni, una delle due grandi “superpotenze” nel mondo bipolare – ma che oggi va riconsiderata proprio nei termini della non costruzione di alcuna forma di socialismo.

Riconsiderazione che i rimasugli comunisti (e marxistoidi) si rifiutano in genere di fare fino in fondo e in base a ciò che dovrebbe ormai apparire evidente. Quanto agli anticomunisti, si limitano a riscrivere ogni ambito della storia tra il 1917 ed oggi a modo loro, con menzogne spudorate e alterazioni da incompetenti.

Senza quella scelta – non voluta dall’opposizione di “sinistra” (trotzkista) e da quella di “destra” (Bucharin, Zinoviev e Kamenev) – difficilmente l’Urss avrebbe avuto una storia tutto sommato positiva non solo per se stessa, ma anche per l’evoluzione della configurazione dei rapporti tra diverse aree mondiali.

In particolare non vi sarebbe stata la fine del vecchio colonialismo con tutto ciò che ne è conseguito; e non tutto positivo, anzi! Tuttavia, sono convinto che senza questo tipo di dissoluzione delle ormai decrepite strutture coloniali – conseguenza anche di un movimento detto (scorrettamente, ma poco importa) “antimperialista” – non si sarebbe arrivati alla situazione attuale: decadenza e degrado della formazione sociale “occidentale” (Usa ed Europa soprattutto) e avvio di una fase multipolare estremamente complessa, imprevedibile, però aperta a molte possibilità, fra le quali la possibile nascita di nuove forme di rapporti sociali magari vitali rispetto a quelle attuali, che mi sembrano segnare una involuzione inarrestabile.

Si aprono in ogni caso scenari decisamente nuovi. Ritengo fondamentale che si formino, soprattutto tra i giovani, delle “élites” – la maggioranza delle nuove generazioni lasciamola perdere finché non sarà coinvolta, volente o nolente, nelle “vigorose” vicende storiche in avvicinamento progressivo – in grado seguirle e di prepararsi ad esse con adeguata organizzazione. L’impressione netta è che siamo in ritardo e che non si comprenda l’urgenza del problema.

(di Gianfranco la Grassa)