Altro che ingerenza russa, l’Italia è una colonia USA

Non ci vuole un genio per comprendere che le insinuazioni dell’ex vicepresidente americano Joe Biden sulle presunte ingerenze russe che condizionerebbero la politica italiana, oltre alle prossime elezioni del 2018 in senso favorevole alla Lega Nord, siano una marea di sciocchezze.

A prescindere dal fatto che, basandosi sul web, qualsiasi consiglio o affermazione di qualsivoglia personaggio politico potrebbe considerarsi “ingerenza”, il che è ovviamente assurdo, figuriamoci se tale opinione viene poi espressa in quella cloaca che oggi sono i social network.

Ci sarebbe poi il  tema del referendum dello scorso anno, già abbondantemente trattato, che non c’entra nulla con la bontà o meno del risultato (visto che non ha fatto altro che allungare la vita alla Costituzione più fallimentare del mondo, e mi permetto di ribadirlo con forza) ma ci è utile ricordare che, fino a prova contraria, la storia italiana dal 1948 dimostra come la Repubblica Italiana sia un protettorato statunitense e nient’altro.

Cominciamo col dire che lo Stato nato nel dopoguerra è “co-fondatore” della NATO sin dal 4 aprile 1949 e di essa fa parte acriticamente: se ufficialmente l’Alleanza decide le operazioni all’unanimità, anche i sassi sanno che l’investimento economico è tutto sulle spalle di una Washington che, ovviamente, non dona le sue armi per la gloria.

Come alle dipendenze di Washington sono i migliaia di militari che affollano le basi americane in Italia anche dopo il crollo del blocco sovietico, ossia la ragione storica che giustificava l’esistenza  del Patto atlantico.

La neo-nata Repubblica Italiana, comunque, muoveva passi da fedele servo già nei primi anni di vita. Per carità, guidata ogni tanto da uomini che fecero il possibile per limitare i danni e curare un minimo di interesse nazionale sulle ceneri di una guerra disastrosa, come Alcide De Gasperi, che tentò ogni strada addirittura per salvare le colonie, si batté per riavere Trieste e riuscì non solo a trattenere l’Alto Adige ma a difendere la cultura italiana alla frontiera grazie al “Piano Campanile”.

O come Amintore Fanfani che tentò di ritagliare un ruolo all’Italia nella crisi di Suez oltre a favorire la politica energetica del presidente dell’ENI Enrico Mattei.

Operazioni genuine che poco poterono contro la totale sottomissione del nuovo Stato al padrone americano, in grado non solo di finanziarne quello che sarebbe divenuto noto come boom economico grazie al Piano Marshall, ma di condizionarne le linee guida principali in politica estera.

Operazioni genuine, già. Al punto che non tutte potevano essere accettate: l’assassinio di Mattei il 27 ottobre 1962 è stato un primo, gigantesco segnale di come gli interessi americani non potessero essere ostacolati oltre certi livelli. 23 anni dopo, la crisi di Sigonella, forse l’ultimo rantolo di orgoglio nazionale, provocò a Bettino Craxi, rifiutatosi di consegnare agli americani terroristi arrestati sul suolo italiano, le ire dell’ “amico” Reagan e forse anche qualche altro guaio “indiretto”.

Uno Stato che, complice la guerra fredda e il più potente Partito Comunista occidentale, fino al 1992 ogni tanto riesce a dire smorzatamente la propria dopo aver seguito senza troppi complimenti ogni singolo dettame di Washington per le questioni generali (opposizione al blocco sovietico, politica mediorientale fino agli anni Ottanta, e così via).

Dalla caduta del muro di Berlino in avanti, esso naufraga definitivamente nel servilismo completo e la dimostrazione più  evidente è il numero di azioni invasive che Washington opera ai danni di Roma quasi alla luce del sole, tra azioni ufficiali e scandali emersi negli ultimi decenni.

In 25 anni ci sono almeno tre episodi di gravissima interferenza yankee nella vita politica italiana. Qualcun’altro, ancora dubbio ma allo studio degli storici, si chiama “Mani Pulite”: nonostante gli sbraiti del signor Antonio Di Pietro, le rivelazioni poco prima di morire di Reginald Bartholomew, ambasciatore americano a Roma, dimostrano che, sebbene l’intelligence USA monitorasse la situazione in uno stato anche di confusione c’era una branca del Consolato americano in stretto contatto con alcuni giudici italiani e fu lo stesso Barholomew a lavorare per interrompere quel contatto, circostanza che raccontò a Maurizio Molinari nel 2012.

Passa qualche anno, e le terribili ingerenze  russe ancora non si palesano. Guarda un po’, sono nuovamente quelle americane a fare da padrone assolute, quando nel 1996 scoppia prima la guerriglia in Kosovo, prima dell’invasione alleata del 1999 a supporto dei separatisti.

L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema è lapidario, sottolinea il legame indissolubile con la NATO e così giustifica l’aggressione a uno Stato sovrano, quella Serbia allora chiamata ancora Repubblica di Jugoslavia, nonostante la faccenda fosse un affare interno al governo di Belgrado.

Gli anni Duemila sono una continua eco verso il governo americano: Palazzo Chigi parlotta ma, sostanzialmente, avalla tutte le guerre esterne dell’Alleanza: in Afghanistan, in Iraq.

Nel 2011 gli USA si inseriscono nella crociata anti-Gheddafi che porterà all’uccisione del leader libico nell’ottobre dello stesso anno, e al caos in cui si trova l’ex-colonia ancora oggi. L’intervento, iniziato dalla Francia, costituì una mazzata notevole per gli interessi italiani in Libia, fortificati (non senza qualche punto debole, ideologico soprattutto) dall’accordo siglato da Berlusconi nel 2008, grazie al quale ci si assicurava, oltre a controlli contro le migrazioni, la fornitura di gas e petrolio libico nei successivi 5 anni.

Sempre nel 2011, Washington dà il via libera al golpe per far dimettere proprio Berlusconi, non ordito soltanto da Nicholas Sarkozy e da Angela Merkel, ma anche dal beneplacito di Barack Obama.

Ancora il governo dell’ex-Cavaliere, caduto proprio alla fine di quell’anno, si scoprirà dopo essere stato spiato per tutto il suo mandato dall’NSA: non solo i politici italiani sono sotto osservazione, ma anche aziende di cybersecurity, come rileva uno dei numerosi rapporti di Wikileaks, che raccoglie quasi 9000 file sulla CIA nel marzo 2017.

“Consoliamoci”, non siamo i soli ad essere controllati dagli americani e sono altri americani a dirlo: secondo uno studio della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Pennsylvania) condotto l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno, dal 1946 al 2000, interferito nelle elezioni di 46 Paesi, tra cui il nostro.

Insomma, che proprio gli USA urlino a chissà quale condizionamento del Cremlino nella politica italiana è questione che fa sinceramente sbellicare dal ridere. In qualsiasi forma o attraverso qualsiasi esponente, è un’accusa che non sta in piedi soprattutto se viene da chi, dalla fine della seconda guerra mondiale, esercita un dominio militare e addirittura coloniale sul nostro Paese quasi ininterrotto, se si escludono nobili eccezioni che, probabilmente, hanno pure pagato amaramente il proprio tentativo di affrancamento da Washington.

(di Stelio Fergola)