Il mercato degli schiavi in Libia: ringraziamo i falchi umanitari del 2011

La notizia che nella Libia “liberata” gli africani neri vengono venduti al mercato degli schiavi a circa 400 dollari l’uno è una delle più atroci conseguenze dell’ “intervento umanitario” portato avanti dalla NATO per rovesciare il governo di Gheddafi nel 2011. Nel marzo 2011 gli hipster liberal occidentali si sono alleati con i guerrafondai neoconservatori per chiedere a gran voce un intervento al fine di “salvare” il popolo libico dal “despota” che governava fin dai tardi anni sessanta. “Una cosa che va fatta!” hanno urlato all’unisono.

E qualcosa è stato fatto. La Libia, quella che una volta era la nazione col più alto Indice di Sviluppo Umano del continente africano, è stata trasformata dalla NATO in un buco infernale e senza legge: governi rivali, signori della guerra e gruppi terroristici combattono tra loro per ottenere il controllo del paese.

Sotto Gheddafi, i libici godevano di salute ed educazione gratuita. Il livello di alfabetizzazione è salito dal 25 al 90%. Nel gennaio 2011, un rapporto del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU elogiava il welfare libico. Nonostante ci fossero ancora molte cose da fare, il paese stava progredendo su diversi fronti. Addirittura, un articolo del Daily Telegraph del giugno 2010 indicava la Libia come una delle nuove mete del turismo esotico.

Oggi nessuna compagnia turistica mette più la Libia tra le proprie destinazioni: è troppo pericoloso.
L’unica cosa sorprendente del ritorno dei mercati di schiavi (e, sottolineiamolo, l’ONU ne aveva indicato l’esistenza all’inizio del 2017, ben prima del servizio della CNN) è che nessuno dovrebbe essere sorpreso della loro esistenza. I diritti umani e il progresso sociale, ogni volta che l’ONU decide per un “intervento umanitario”, tornano indietro di secoli.

La Libia è stata presa di mira, come anni prima la Yugoslavia e l’Iraq, non per il timore di una “nuova Srebrenica” (da sottolineare che il rapporto del House of Commons Foreign Affairs Select Committee datato settembre 2016 ha sostenuto che “l’idea che Gheddafi avesse intenzione di ordinare massacri di civili a Benghazi non è supportata da nessuna prova”), ma perché la Libia era un paese ricco di risorse e con un governo indipendente che operava un’economia socialista in una parte strategica del mondo.

Il caos che segue i “regime change” della NATO è un’esperienza scioccante per i civili, i quali vedono il proprio standard di vita crollare, il rischio di attacchi terroristici aumentare e la comparsa delle grandi industrie occidentali, che si approfittano della mancanza di un’autorità centrale forte.
Ovviamente nulla di tutto ciò viene menzionato dai media amici della NATO. Il giornalista Ben Norton, nel suo ultimo pezzo su FAIR, scriveva che “si parla della schiavitù in Libia come se questa fosse una questione apolitica e senza tempo, non un problema politico e figlio della storia recente”.

La narrativa dominante vuole che i mercati degli schiavi in Libia siano ricomparsi come per magia. Viene menzionata l’instabilità del paese, ma non le cause di questa instabilità, tantomeno il colpo di stato avvenuto nel 2011 e l’appoggio dell’Occidente a gruppi estremisti e squadroni della morte. Tutti vengono incolpati del disastro, tranne le lobby che lo hanno causato.

Il governo francese ha giocato un ruolo fondamentale nella distruzione della Libia, eppure oggi il presidente francese, il “progressista” Emmanuel Macron, dà la colpa agli africani per il problema della schiavitù. “Chi sono i trafficanti? Voi, che siete la gioventù africana, chiedetevelo. Chi sono i trafficanti? Sono africani, amici miei. Africani”.

Macron, come ogni leader occidentale, vuole che noi vediamo la storia dei mercati degli schiavi solo in un contesto di breve periodo, non di lungo: altrimenti, è impossibile non menzionare la NATO.
Un simile revisionismo si fa anche per l’Iraq e la nascita dell’ISIS. Di nuovo, vogliono farci vedere l’espansione dell’ISIS come una cosa sé stante, decontestualizzata. Ma l’ISIS non esisteva quando il baathista secolare Saddam Hussein governava l’Iraq: è cresciuto a seguito della sua caduta e del caos che ne è generato. A sei anni e mezzo di distanza, è molto interessante andare a vedere cosa scrivevano i fan dell'”intervento umanitario” nel 2011.

“Il prezzo dell’inazione è troppo alto”, scriveva David Aaronovitch sul The Times il 18 marzo 2011. “Se non bombardiamo i carri armati di Gheddafi, l’Europa si troverà a fronteggiare una grande ondata migratoria e una nuova generazione di jihadisti”.

Indovina un po’? L’alleanza militare occidentale ha bombardato i carriarmati di Gheddafi (e non solo quelli) e abbiamo avuto la “grande ondata migratoria” di proporzioni bibliche e “una nuova generazione di jihadisti”, incluso Salman Abedi, l’attentatore della Manchester Arena.
Ma non c’è stato nessun mea culpa da parte di Aaronovitch, tantomeno dal suo collega del Times Oliver Kamm – che mi ha attaccato dopo che ho scritto un articolo chiedendo di fermare l’azione della NATO.

Sul Telegraph, Matthew d’Ancona ha scritto un pezzo intitolato “La Libia è la chance di Cameron per esorcizzare il fantasma dell’Iraq”. In effetti, l’esperienza dell’Iraq dovrebbe avere insegnato ai veri umanitari a opporsi agli assalti della NATO. Per molti versi, quello alla Libia è stato un attacco ancora peggiore dell’Iraq, perché è venuto dopo quella disastrosa esperienza. Tutti sapevano quali conseguenze avrebbe portato un “regime change”.

Non sorprende che oggi gli stessi che non smettevano di parlare della Libia nel 2011 oggi sembrano molto meno disposti a parlarne. La Libia e i suoi problemi sono spariti dalle pagine dei giornali. E’ sempre così, dopo ogni “intervento umanitario”: prima e durante la “liberazione” se ne parla fino allo sfinimento su tutti i media; si fanno appelli per “salvare la popolazione” dal “nuovo Hitler”; e poi il silenzio una volta che il paese è tornato al medioevo.

I “liberatori” della Libia oggi hanno altro a cui pensare, tra le quali la loro nuova ossessione: la russofobia. Qualunque cosa per distrarci dalle disastrose conseguenze delle loro azioni.

(da RT – Traduzione di Federico Bezzi)