Cari democratici, siete alla frutta

E’ notizia di questi giorni l’accusa rivolta al Cremlino da parte dell’ex vicepresidente Usa Joe Biden e dell’ex vice-assistente segretario alla Difesa Michael Carpenter in merito all’ingerenza russa negli affari politici interni del nostro Paese.

In un articolo apparso su Foreign Affairs intitolato “Come difendersi dal Cremlino“, il duo democratico attacca pesantemente l’amministrazione Putin, rea di avere un impegno diretto a sostegno delle “forze populiste” italiane ed europee.

Joe Biden assieme a Barack Obama

Il remake del Russiagate in salsa nostrana, nonostante l’apparente infondatezza della versione originale a stelle e strisce, denota non solo un tentativo di screditamento del percorso elettorale democratico quale è stato il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, ma anche una certa debolezza del soft-power americano.

Lo spauracchio russo, ben diverso da quello di epoca sovietica e tralasciando la mancanza di rilievi del caso specifico, non è un racconto destinato ad attecchire nell’Italia odierna. Il motivo di tale affermazione è scontato: non sussiste al giorno d’oggi una minaccia russa nella politica e nel cuore degli elettori italiani. La riproposizione in Italia della formula che negli USA toglie ossigeno all’amministrazione Trump, pare essere un tentativo goffo dei democratici americani per influenzare preventivamente le elezioni del prossimo anno.

La motivazione per cui Vladimir Putin avrebbe implementato questa campagna di cyber-ingerenza risulta altrettanto macchinosa: la convinzione del presidente russo di una “teoria cospiratoria” americana a livello internazionale, ovvero un’impegno diretto da parte di Washington nelle dinamiche riguardanti le varie rivoluzioni colorate nelle repubbliche ex-sovietiche e l’esperienza delle primavere arabe.

A prescindere dal fatto che tali convinzioni sono validate da numerosi rilievi, resta il fatto che una ipotetica vendetta russa in Italia per colpire gli Stati Uniti, veicolata attraverso la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle, appare piuttosto forzata. Per tale ragione a questo punto è lecito chiedersi: se l’accusa di ingerenza politica lanciata da Washington fosse essa stessa l’ingerenza politica?

(di Fabio Sapettini)