Gerusalemme capitale di Israele: i rischi di questa mossa

La dichiarazione di Gerusalemme quale capitale unica ed indivisibile di Israele ricorda un po’ la situazione nel 2000, quando Ariel Sharon visitò la spianata delle moschee e scatenò la seconda Intifada che portò alla fine dei negoziati di pace tra Ehud Barak e Yasser Arafat.

Ciò che si offre ai palestinesi è di accettare l’eterna sottomissione al controllo israeliano e la definitiva rinuncia della loro sovranità in cambio di qualche alleggerimento della condizione di Apartheid, cioè di una parte di ciò che, invece, hanno diritto di pretendere a prescindere. D’altronde da parte israeliana c’è stata sempre sia la più completa abiura del “diritto al ritorno” che il netto rifiuto alla soluzione dei due popoli due Stati.

Durante i negoziati con Abu Mazen, addirittura, Ehud Olmert propose un bantustan dove alcuni sobborghi di Gerusalemme Est quali Har Homa e Ariel sarebbero dovuti essere sotto il controllo di Tel Aviv.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno entrambi problemi in politica interna e usano il colpo di teatro per veicolare l’opinione pubblica in una determinata direzione. Ma non si rendono conto delle gravi ripercussioni che avrà, specialmente su Paesi alleati come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: Riad come continuerà a giustificare il mantra secondo il quale i pericoli per gli arabi sono l’Iran e il mondo sciita se Israele occupa la terza città santa per l’Islam e importantissima per i cristiani arabi? Misteri.

A quanto pare, dopo la sconfitta dell’ISIS, che secondo l’intenzione dei suoi creatori avrebbe dovuto indebolire la mezzaluna sciita, Washington e Tel Aviv cercano un confronto militare diretto sperando di distruggere i loro nemici. Ma la guerra del 2006 contro Hezbollah finì in un fiasco, come dal 1982 al 2000. È bene ricordarlo.

(di Davide Pellegrino)