Da Lenin a Balbo, il nuovo editore “Le Frecce” riscopre classici della politica

È nata da poco più di un anno, la casa editrice Le Frecce (raggiungibile oltre che sul sito web, anche in una pagina Facebook ufficiale) ma ha già una gran voglia di riproporre e diffondere contenuti importanti.

Un catalogo di oltre dieci titoli, in gran parte ristampe di grandi classici, con qualche novità inedita interessante (L’uovo di Fenice di Mauro Francati e Il futuro di un passato imperfetto di Paolo Rendina).

Tra le riproposizioni, non possiamo fare a meno di sottolineare il libro autobiografico di Italo Balbo Diario 1922 e Un passo avanti e due indietro di Vladimir Lenin.

Una coppia di testi che ben identifica l’orientamento storico-ideologico dell’editore, ben intento a rivisitare le ideologie del Novecento senza pregiudizi né particolari favori, ma solo per la banale sete di conoscenza che dirige e influenza da sempre lettori, studiosi e giornalisti.

Diario 1922 è il testo storico di Balbo in cui il politico ed aviatore italiano descrive la sua esperienza nel fascismo e nello squadrismo. La prefazione di Giacinto Reale ci introduce nell’opera precedentemente stampata nel 1932, sottolineando come la visione storica dello squadrismo sia stata banalizzata dalle semplificazioni successive alla caduta del regime. Al di là della lotta cruenta e violenta che contraddistingueva l’azione, Balbo non manca infatti di riconoscere un certo rispetto verso l’avversario in guerra, che sconfigge ma mai disprezza, riconoscendogli il valore della rivalità.

Il “vincitore militare” della rivoluzione fascista (rispetto al Mussolini “vincitore politico”) è l’artefice non solo della Marcia su Roma ma di tutto ciò che l’ha preceduta, dalla famosa Marcia di Ravenna del 1921 (documentata anche da alcune fotografie ben impaginate), ben lontana dalle semplificazioni sulle “violenze fasciste” che ci ha consegnato la storiografia tradizionale, all’organizzazione paramilitare che ha condotto al 28 ottobre 1922.

Il Diario è un documento essenziale per chi voglia approfondire almeno parte della storia rivoluzionaria che ha dato inizio al Ventennio, leggendone i passi autobiografici senza dubbio di parte, ma anche ricchi di spunti interessanti.

Un passo avanti e due indietro (1904) è invece il saggio con cui Lenin, dopo averlo espresso già nel pamphlet Che fare? (1902) sviluppa ulteriormente il concetto di “rivoluzionari di professione” ovvero quella classe politica che, in rappresentanza del ploretariato emergente già citato da Marx, avrebbe dovuto guidare la rivolta e l’instaurazione della nuova società.

Il proletariato come unico depositario della rivoluzione è infatti una “semplificazione volgare del marxismo” (p. 39) secondo Lenin. Un approccio realistico al troppo evanescente concetto rivoluzionario marxista nato nell’800, secondo il quale masse enormi avrebbero dovuto organizzarsi nel segno della lotta.

Approccio che provocherà al futuro leader dell’Unione Sovietica non poche critche: non a caso il testo si concentra sulle proposte dei vari esponenti, sugli articoli dello Statuto che erano stati discussi proprio quel secondo congresso del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo). Un evento che condusse alla divisione, esattamente l’anno prima (1903),  tra due fazioni dei menscevichi e dei bolscevichi, i primi favorevoli a una strategia più tradizionale ma anche più graduale della rivoluzione, i secondi più interessati a svilupparne le dinamiche in tempi medio-brevi.

L’oggetto delle invettive di Lenin sono proprio i menscevichi, il cui leader Julij Martov aveva una linea a suo giudizio troppo morbida, secondo la quale il partito avrebbe dovuto includere tutti, perfino i simpatizzanti e non necessariamente fedeli discepoli pur di espandersi nella società, mentre Lenin riteneva fondamentale la tenuta di una linea precisa e meno propensa ai compromessi. Un aspetto che viene ben evidenziato nella prefazione dello stesso editore Cristiano Ruzzi.

Tirando le somme, due pubblicazioni di rilevante importanza epistemologica per un’etichetta che potrà dire la sua nei prossimi anni. Non c’è dubbio che in quanto a interesse vivo, tra entrambe, “vinca” decisamente Diario 1922 più che altro per la diffusione nulla successiva alla prima edizione (ormai preistorica) del 1932. Leggerla in un formato nuovo di zecca, per chi non lo ha mai fatto, è una bella e gustosa occasione.

In ogni caso anche l’opera di Lenin non viene edita ormai da circa 40 anni (prima ne erano state rilasciate diverse edizioni, soprattutto negli anni Settanta) senza successivi sviluppi.

Per concludere, i due testi costituiscono una utilissima introduzione per inquadrare la casa editrice e, se è necessario, svilupparne ulteriori approfondimenti grazie alle altre pubblicazioni, presenti e future.

(La Redazione)