La primavera degli investimenti cinesi in Iran

Il 2017 si era aperto, come anno geopolitico, con i primi mesi dell’Era Trump. La campagna elettorale repubblicana, dopo la nomination di Trump, in tema di politica estera si era rappresa in un grande progetto strategico: incunearsi nella amicizia tra Russia e Cina attraverso l’anello, supposto debole, costituito dall’Iran della presidenza riformista di Rohani.

Il 2017 si chiude invece sì con un attacco a tutto campo da parte statunitense a Teheran, ma anche con una contestuale risposta sino-russa, che hanno blindato l’Iran sia diplomaticamente (schierandosi apertamente con l’accordo JCPOA implementato dalla precedente presidenza Obama in collaborazione con Zarif) che politicamente (vedasi moniti russi contro le accuse di terrorismo da parte di Trump all’indirizzo di Teheran).

Dopo anni di strutturazione “informale”, ormai, il triangolo Iran-Cina-Russia ha trovato molti forum internazionali dove esprimersi liberamente. Non solo il suddetto triangolo costituisce, nei fatti, il nucleo diplomatico della conferenza di Astana (che seppur in stallo risulta ad oggi essere l’unico tavolo serio di discussione sulla questione siriana), ma è anche ormai il centro economico della SCO, a guida (informale) cinese.

ROHANI, L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO
Il vero cambio di passo, cioè quando una vicinanza oggettiva è diventata un trampolino per seri progetti, è stata la presidenza Rohani, inaugurata nel 2013. Ahmadinejad, a capo di un blocco politico storicamente vicino alle istanze russe e cinesi, aveva trovato una Cina meno dinamica ed una Russia più remissiva. Insieme ai veti imposti dalla UE e dagli Stati Uniti, che vietavano nei fatti qualsiasi interpolazione commerciale, queste condizioni costituivano i principali morsi alla libera corsa al mercato della economia iraniana.

Hassan Rohani è stato eletto, nei fatti, per rovesciare definitivamente questo paradigma. Sia le sue posizioni in tema politico e di libertà civili, sia il solenne impegno a concludere un accordo su nucleare per dissolvere le sanzioni, nascondevano i bisogni del blocco sociale che ha sostenuto Rohani, il quale desiderava ardentemente la apertura dell’Iran ai mercati internazionali, sia in termini economici che strategici.

Se ne è visto un ritorno di fiamma anche nelle recenti elezioni presidenziali che hanno visto Rohani difendere il suo operato di governo di fronte agli attacchi di Raeisi, che accusava Rohani di aver aperto troppo la finanza iraniana ad agenti esterni, indebolendo quindi la solidità della economia nazionale.

Il tentativo di Rohani è riuscito, nei fatti. Il JCPOA, anche se rifiutato dagli statunitensi dopo l’elezione di Trump, ha costituito una ottima base di dialogo con i partner europei, che hanno ricambiato lo sforzo diplomatico del duo Rohani/Zarif con alcuni investimenti francesi[1] e tedeschi [2].
La nuova affluenza di capitali in Iran ha contribuito, in maniere convergente, a rilanciare Teheran come dialogante serio nel contesto internazionale. Le ricadute diplomatiche di una massiccia presenza di capitale straniero in Iran vanno infatti in direzione di una maggior dipendenza di Teheran dal benvolere delle nazioni occidentali e, nelle intenzioni europee, di una minore aggressività di quest’ultima verso altri quadranti mediorientali.

L’apertura ai mericati iraniani, sia tramite investimenti sia tramite prestiti bancari, dovrà quindi essere trasformata da Rohani in capitale politico per favorire successive e future maggiori aperture, ed in Europa in un “capitale posizionale” contro i boicottaggi statunitensi a questa nuova primavera degli investimenti. Oculatamente Alì Khamenei, pur rimarcando la assoluta necessità per la economia iraniana di non essere troppo dipendente da centri esterni, non ha mai parlato apertamente dei maggiori paesi europei, proprio per favorire lo scontro tra USA ed UE su questo tema.

I CINESI INVESTONO, MA DIVERSAMENTE
In questa nuova stagione di investimenti non poteva mancare al tavolo la Cina, che sta cercandonuovi mercati per i propri capitali e le sue merci.

Il mercato iraniano ha, per Pechino, una segmentazione ideale. L’Iran ha infatti una folta classe media, che può quindi facilmente assorbire tutta una serie di prodotti semilavorati e tecnologici che Pechino produce ma che difficilmente può vendere in quantità idonea in altri mercati meno abitati dalla classe media. Inoltre l’Iran soffre, in determinati punti del paese, di evidenti ritardi infrastrutturali che possono valere commesse miliardarie e pluridecennali ad alto valore aggiunto. Si aggiunga che il protagonismo cinese in tema bancario, ben testimoniato dalle attività della CITC e dalla banca dello sviluppo cinese, che con l’Iran hanno aperto una linea di credito di 10 miliardi e meditano di aprirne un’altra da 15[3], offre una sponda importante al sistema bancario iraniano, soffocato e bloccato da decenni di sanzioni e di politiche bancarie non lungimiranti.

Inoltre, a differenza dei partner occidentali, gli investitori cinesi, in massima parte attori statali (ma non solo), puntano ad un progetto strutturale complesso, fatto anche e soprattutto di infrastrutture.

La nuova via della Seta, il macroprogetto epocale portato avanti dall’establishment cinese e che dovrebbe definitivamente traghettare la Cina in cima alle economie mondiali, ha nell’Iran un centro di smistamento delle merci di importanza centrale. Per renderlo tale, tuttavia, la struttura dei trasporti ferroviari iraniana ha da essere rafforzata. L’obbiettivo finale, frutto delle necessità convergenti sino-iraniane, è quello di connettere efficientemente il nord del paese con la Turchia (e quindi con l’Europa), e di mettere in contatto ferroviario Teheran con Pechino, tramite Mashad,il Turkmenistan, il Tajikistan ed Urumqi.

Al fine di rendere tale questa infrastruttura, la Cina ha messo sul piatto il passaggio degli attuali 926 kilometri di ferrovia tra Mashad e Teheran ai futuri 3200[4], investendo in totale, solo in frastrutture ferroviarie in loco, 1,6 miliardi dati in prestito a Teheran.
Investimenti infrastrutturali del genere richiedono una grande scommessa sulla stabilità iraniana e sulla capacità delle autorità iraniane di creare un ambiente ottimale al dispiegarsi sugli affari. In tal senso si nota come gli investimenti cinesi siano più complessi e profondi di quelli occidentali, e per due buone ragioni:

1) Questo tipo di investimenti, ad alto impegno costruttivo in termini di uomini, mezzi e capitali a lunga scadenza, stimolano legami politici più stretti, quasi di interdipendenza. La scelta di Pechino di trasformare l’Iran nello hub migliore della Nuova Via della Seta è sia la fine di un percorso che l’inizio di uno nuovo. Le condivisioni commerciali spingeranno infatti Cina ed Iran a moltiplicare i luoghi di chiarificazioni ed i legami commerciali, che sono anche legami diplomatici. Mai come nel caso iraniano gli investimenti cinesi sono tesi alla creazione di un continuum diplomatico, culturale e sociale.

2) Il protagonismo cinese diventa anche un “oggetto politico” dentro la politica iraniana. Ahmadinejad era stato esattamente criticato dai suoi avversari moderati e riformisti per i legami troppo stretti con Cina e Russia a discapito di altri legami diplomatici. L’Onda Verde scandiva slogan come “No con la Cina, non con la Russia”. Hassan Rohani, pur riformista ed inauguratore di una nuova fase di dialogo con l’Occidente, ha saputo pragmaticamente inserire la Cina tra il novero dei partner commerciali e politici. Come reagirà la politica partitica iraniana a quello che potrebbe diventare un “protettorato” cinese sull’Iran?

Da parte iraniana l’attenzione cinese è benvoluta, anche se gli iraniani non vogliono ridurre il lume del loro mercato, e continuano a cercare sponde ad Ovest. Nella intervista a Valiollah Seif, governatore della banca centrale iraniana, dell’Aprile 2016 (ma ribadita in seguito), quest’ultimo ricordava come:
“They continued to work with Iran. China was one of them. Russia was one of them. Some other countries also worked with Iran. It doesn’t change anything, you know. Iran under any circumstance, due to its economic potentials, has the ability to run its economy without needing anyone, and not to become dependent and sacrifice its values”[5]

IL GOLFO PERSICO
Le attenzioni cinesi sul Golfo Persico dipendono in larga parte dalla importante quota di petrolio greggio che l’Iran smercia in Cina, e che costituisce la voce maggiore dell’interscambio sino-iraniano. Come ricorda il professor Mahmoud Ghafouri in questo studio[6] per il 2030 l’80 % del fabbisogno cinese di petrolio verrà dalle importazioni, di cui metà proviene esattamente dal Golfo Persico.
La penetrazione cinese nel Golfo Persico sconta sì decenni di ritardo rispetto a quella inglese, francese ed americana, ma può contare su alcuni indubbi punti di forza. Il primo è il valore, per ora, solo diplomatico della presenza cinese, che riesce attivamente a commerciare proficuamente sia con l’Iran che con l’Arabia Saudita ed il Qatar. Il secondo è la ormai quarantennale alleanza, nei fatti, col Pakistan, e dal 2005 anche il porto di Gwandar, vero e proprio osservatorio dal quale la Cina osserva le mosse nordamericane sul Golfo Persico.

Tuttavia è proprio sul triangolo Arabia Saudita/Iran/Pakistan che la Cina deve trovare una mediazione stabile se vuole pacificare il Golfo Persico. Stante che la messa in sicurezza del Pakistan, che proprio nella ottica della Nuova Via della Seta costituisce un bisogno vitale, e che le leve della sicurezza nel Nord del Pakistan passano per Ryadh, Pechino sta tentando di rafforzare i legami con l’Iran anche in termini di presenza militare senza infastidire troppo i vicini sauditi, ai quali tuttavia i cinesi hanno concesso la propria benevolenza circa la guerra in Yemen.

In tal senso sono da rileggere le esercitazioni navali che la marina cinese e quella iraniana hanno tenuto nel Golfo nel Giugno 2017. Nelle volontà cinesi esse avevano il preciso obbiettivo di mostrare la possibilità cinese di riaprire lo stretto di Hormuz nel caso futuro di una guerra tra Iran ed USA. E, soprattutto, quello di acclimatare la sua marina e far comprendere ai paesi dirimpettai la importanza per la Cina ha questo braccio di mare.

D’altronde la Cina ha costruito e pubblicizzato anche una “Via dela Seta marittima”, cioè la componente navale della ben più ampia componente terricola. La “Dottrina della collana di perle” cinese si realizza in una serie di porti sicuri, costruiti o gestiti dai cinesi, che garantirebbero a Pechino una seconda via di trasporto marittimo, sia di potenziamento accanto a quella terricola sia in sua vece se questa dovesse avere dei blocchi. Anche se la Cina ha pensato ad una “Collana di perle” anche per l’Africa (e qui si capisce la presenza cinese a Djibuti), una seria progettualità mercantile non può prescindere la Golfo Persico. Se ci si aggiunge che dallo stretto di Hormuz (e Malacca) passa una alta percentuale del naviglio mondiale, comprendiamo l’attenzione cinese per la zona.

(di Lorenzo Centini)

[1] Thomas Erdbrink, “French Energy giant to invest 1 $ Billion on Iran gas field”,uscito su The New York Times il 2 Luglio 2017
[2] Mina Ahmadi, “New wave of German investments in Iran”, uscito su Mehr il 18 Ottobre 2017
[3] Mark Bendeich e Parisa Hafezi, “China pushing billions into Iranian economy as Western firms stall”, uscito su Reuters il 30 Novembre 2017 (Alcune voci non confermate sostengono che l’interscambio avverrà in Euro/Yuan).
[4] Wade Shepard, “Iran: The Place Where The World’s Rail Industry Goes To Feast”, uscito su Forbes il 31 Ottobre 2017
[5] “A conversation with Valiollah Seif on the future of iranian economy”, uscito su Council of Foreing Relations il 15 Aprile 2016
[6] Mahmoud Ghafouri, “China’s policy in the Persian Gulf”, uscito su Middle East policy