7 dicembre 1941: l’attacco a Pearl Harbor

Il vento freddo del primo mattino fece da compagno alla prima ondata di aerei giapponesi che il 7 dicembre 1941 partirono alla volta di Pearl Harbor. L’operazione Z era iniziata. I 183 velivoli della marina imperiale giapponese che, alle 6:00 del mattino, iniziarono il decollo dalle portaerei della marina imperiale si trovavano a 440 km di distanza da Oahu. Gli aviatori giapponesi erano decisi a vincere la guerra contro gli Stati Uniti prima ancora che potesse iniziare. I motori dei bombardieri Nakajima B5N, degli aerosiluranti Nakajima B5N, dei bombardieri in picchiata Aichi D3A, e dei caccia Mitsubishi A6M – gli imprendibili “Zero” – rombavano nel cielo dell’Oceano Pacifico. Alle ore 7:55 la prima ondata era entrata in contatto con le forze statunitensi situate sull’isola.

L’attacco di Pearl Harbor scagliato dalle forze aeronavali giapponesi contro la flotta statunitense nelle isole Hawaii, fu l’inizio della sanguinosa guerra che vide contrastarsi gli USA e il Giappone per il controllo dell’Oceano Pacifico. Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, in seguito all’attacco, parlò esplicitamente di Day of infamy, perché la dichiarazione di guerra giapponese fu recapitata al governo americano solo successivamente al bombardamento della flotta americana nel porto. La machiavellica e decisiva vittoria Giapponese provocò l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale a fianco delle potenze alleate.

L’attacco fu concepito ed ideato dall’ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto e da membri dell’alto comando della flotta giapponese. L’obiettivo era quello di piegare l’America prima che questa fosse capace di far valere la propria superiorità di risorse materiali e industriali. Un attacco decisivo, sferrato con tutta la violenza possibile contro un nemico sì pronto, ma disattento. Le forze militari statunitensi erano infatti in preallarme, ma ciò non valse a nulla di fronte all’attenta pianificazione dell’attacco nipponico. La prima idea dell’ammiraglio imperiale giapponese era quella di sferrare un attacco suicida di “sola andata” – katamechi kogami – ma prevalse un atteggiamento più pragmatico e si scelse il piano ideato dal comandante Minoru Genda e dal contrammiraglio Ōnishi. Lo schema era semplice così come l’obiettivo: avvicinarsi il più possibile in incognito alla base aerea delle Hawaii per poter far decollare bombardieri, aerosiluranti e caccia con l’obbiettivo di distruggere le portaerei nemiche.

Per evitare che la flotta giapponese fosse rilevata da parte di imbarcazioni americane, Yamamoto scelse la rotta più lunga che vide le forze nipponiche muoversi verso nord fino alle isole Curili per poi piegare verso sud-est ed attaccare l’obbiettivo da nord. La flotta prescelta era formata da due grandi divisioni navali: una d’attacco e una di scorta. La prima consisteva in sei portaerei con a bordo un totale di 389 velivoli. La flotta di scorta era composta da due corazzate, due incrociatori pesanti, nove cacciatorpediniere, tre sommergibili ed otto navi cisterna. L’attacco fu così violento ed inaspettato che è addirittura sorta negli USA una storiografia del complotto: chi la sostiene è dell’idea che il presidente e i vertici americani abbiano indotto i giapponesi ad attaccare Pearl Harbor con l’intento di giustificare la rottura della linea isolazionista ed entrare a fianco degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale.

La completa riuscita dell’attacco a sorpresa fu invece dovuta al fatto che sia Roosevelt che il generale MacArthur e l’ammiraglio Harold R. Stark erano ottimisti di poter piegare il Giappone con le forze presenti nel Pacifico. Non solo, si pensava di poter efficacemente difendere le Filippine – al tempo protettorato USA – e di dar vita ad una grande offensiva contro le basi giapponesi in Cina. Gli alti comandi statunitensi riponevano la loro fiducia nel sistema di difesa antiaereo installato nelle isole Hawaii e sui 43.000 soldati della Flotta del Pacifico. Il 7 dicembre 1941 delle 127 navi che componevano la flotta del Pacifico, 96 erano alla fonda a Pearl Harbor. L’idea di Yamamoto, Minoru Genda e dal contrammiraglio Ōnishi era quella di far partire in momenti diversi tre differenti ondate con obbiettivi ed incarichi differenti. La prima ondata colse completamente di sorpresa il nemico. La maggior parte degli aerei americani erano allineati allo scoperto sulle piste di volo senza alcuna protezione e i bombardieri giapponesi sganciarono senza difficoltà centinaia di bombe contro i velivoli, gli hangar, le caserme e le installazioni nemiche azzerando la capacità di risposta americana. Una volta arrivati nel porto i bombardieri e gli aerosiluranti bombardarono le corazzate e tutte le navi presenti causando una gigantesca carneficina. Il cielo sgombro di nuvole salutava così i bombardieri raffiguranti il Sol Levante del Giappone mentre sganciavano bombe da 800 kg sulle navi alla fonda. Alle 7:15 anche la seconda ondata prese il volo dalle portaerei giapponesi arrivando nel luogo dello scontro intorno alle 8:55.

La loro azione seminò completamente il caos fra le navi che erano sopravvissute al primo assalto: petrolio in fiamme galleggiava ovunque nel porto mentre la nave Maryland cercava di liberarsi dal peso della Oklahoma che si era capovolta. La santabarbara della USS Arizona, colpita da una bomba, era scoppiata provocando così l’esplosione dell’intera nave e la morte dei 1177 membri dell’equipaggio. In seguito al ritorno della seconda ondata ed al lento, ma efficace contrattacco delle forze antiaeree statunitensi l’ammiraglio Nagumo, contro le insistenze di Minoru Genda ed Ōnishi, decise di rinunciare alla terza ondata. Una decisione ragionevole per diversi motivi, ma che si rivelò a lungo termine controproducente. L’ultima ondata aveva infatti l’obbiettivo di distruggere i serbatoi di carburante ed i depositi di siluri, eliminando così ogni possibilità di riorganizzazione in tempi brevi della flotta del Pacifico. La rinuncia, dovuta soprattutto all’incapacità di capire dove fossero le portaerei statunitensi – che proprio nel giorno dell’assalto mancavano all’appello nel porto – verrà di seguito pagata a caro prezzo dalle forze navali giapponesi.

I danni alla flotta del Pacifico statunitense furono enormi: delle 96 navi alla fonda 3 corazzate furono distrutte – Arizona, Oklahoma e Utah – 6 navi furono colate a picco o rovesciate – le corazzate California, West Virginia, Nevada, e le navi Oglala, Cassin e Shaw. Altre 7 navi furono danneggiate in modo grave – la Pennsylvania, la Vestal, la Curtiss, e gli incrociatori Raleigh, Helena e Honolulu -, mentre altre 6 furono mediamente danneggiate. Gli aerei distrutti furono 151, mentre le perdite umane ammontarono a 2.043 morti e 1.178 feriti. Il piano dell’ammiraglio Yamamoto fu eseguito alla perfezione e l’assalto fu un enorme successo. Nel breve termine la marina giapponese non ebbe rivali nel Pacifico. L’esercito poté quindi portare avanti le operazioni nel Pacifico del Sud-Ovest senza alcun pericolo. D’altra parte, non vennero distrutte le portaerei statunitensi che non erano nel porto ed erano invece l’obiettivo principale dei bombardieri giapponesi.

(di Marco Franzoni)