Democratici col pedigree: arriva il “certificato antifascista”

Signori, è arrivato l’articolo più cool dell’anno. L’oggetto del desiderio di qualsiasi Emanuele Fiano o aspirante tale, il gadget anti-apolegetico, la firma genetica sulla purezza democratica. Si chiama “certificato antifascista”.

La follia fasciofobica è, infatti, ufficialmente arrivata al suo apice. Il clima da caccia alle streghe presente nel nostro Paese ha raggiunto ormai livelli da vera e propria dittatura (della scemenza). Prima il clamore per dei (riprovevoli) adesivi di Anna Frank, poi l’indignazione per gli skinhead che leggono i comunicati, la legge Fiano, le bandiere del secondo Reich spiate dalle finestre di una caserma; insomma c’è, in Italia, un’attenzione particolare per un “ritorno del fascismo” che pare pericolo da dover scongiurare quasi manu militari.

Ed allora arriviamoci, a questo “certificato antifascista”. Dopo l’esempio della capofila Siena, si moltiplicano infatti, nei comuni, le introduzioni dell’obbligatorietà, per chi vuole organizzare eventi pubblici, di sottoscrivere una dichiarazione di condivisione dei valori dell’antifascismo.

Così come i cristiani perseguitati in Giappone nel ‘600 erano costretti a calpestare l’immagine del Cristo per evitare torture e morte, arriva da alcune amministrazioni nostrane la richiesta di apostasia per chi, da destra, vorrebbe organizzare un’evento, seppur nell’assoluto rispetto della Costituzione e della legge. I talebani dell’antifascismo, col loro kalashnikov ideologico, costringono dunque chiunque voglia pubblicamente esprimersi a recitare il libro sacro della loro fede.

Una misura palesemente liberticida, a cui reagisce con durezza Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, facendo luce su un aspetto molto grave che non riguarda solo le manifestazioni, ma anche gli alloggi pubblici: “Qui si pretende che per avere una casa popolare – perché la mozione riguarda anche le partecipate come Mm che gestisce le case popolari – o per avere una piazza o un luogo per raccogliere delle firme si dichiari non di non fare qualcosa, ma di non pensare qualcosa».”

È la realizzazione di un pensiero unico che vuole imporsi a legge, perché no, vietando di declamare pubblicamente D’Annunzio e Pirandello, o magari censurando Pasolini, che ci aveva già nel ’74 avvisato sulla pericolosità dell’antifascismo. Aboliamoli tutti, diciamo noi, del resto c’era chi voleva abbattere i monumenti, seguendo l’intelligentissimo esempio americano, perché non espandere a tutto il resto questa nuova frontiera della democraticità resistenziale.

Inutile spiegare un migliaio di volte che per fermare il “pericolo dittatura” basta la legge, che è già presente e che punisce chiunque voglia sopprimere l’ordinamento democratico.  In un Paese che si atteggia pure a “Stato di diritto” dunque il costringere ad abiurare una identità politica non è che il palesarsi dell’antidemocraticità di certa democrazia. Un totalitarismo idiota che dimentica come i reati ideologici da psicopolizia orwelliana abbiano avuto un solo risultato concreto: rafforzare le idee che si pretende di distruggere.

(di Stelio Fergola e Simone De Rosa)