Giandomenico Casalino e il male della “Contro-tradizione”: riflessioni su un convegno a Napoli

A metà ottobre, per conoscenza del lettore, si è tenuto al Palazzo delle Arti di Napoli il convegno per i “90 anni del Gruppo di Ur”. Il gruppo di Ur è stato un circolo “magico” degli anni ’20, fondato da Arturo Reghini e Giovanni Colazza, che affidò a Julius Evola la carica di primo direttore della rivista omonima “UR”.

Il gruppo fu una vera e propria “catena” che si pose come compito quello di operare nei vari campi dell’esoterismo. Inoltre, tentò di “indirizzare” le forze socialmente influenti del proprio tempo (come l’esperienza fascista dell’Europa occidentale) attraverso l’azione nel mondo psichico-metafisico.

Uno degli interventi di rilievo nell’occasione in esame, è stato quello dell’avvocato Giandomenico Casalino. Anche attraverso una chiacchierata fatta nei corridoi, siamo riusciti ad ottenere elementi utili per lo studio, per spunti di riflessione – quelli da noi posti – e per attività finalizzate alla conoscenza del “proprio sé”.

La relazione di Casalino al convegno si era incentrata sulla “trasposizione” del rito dalla sua versione “storica”, nel mondo esterno all’Io, in chiave “interiore” e cioè utile a processi di accrescimento dell’Io.

Sono le 14, è ora di pranzo. E da lì trae spunto Casalino, traendone esempio per esordire proprio sul senso di appetito e sul desiderio di pennichella che, come altre tentazioni della quotidianità, sono considerate una sorta di “prova da superare”, un “rito interiore”. In sostanza al fine di terminare l’opera bisognava, a suo giudizio, “vincere” quella sensazione/tentazione.

Con questo semplicissimo esempio, Casalino concretizza la trasposizione del rito in chiave interiore. Questo passaggio (rito da pratica esteriore a quella interiore, appunto) è  tipico dell’Era della decadenza – Kali Yuga indiano, età del ferro esiodea o età del lupo norrena.

Questa Era è la chiusura del ciclo. In breve, dal mondo originario dominato dai principi e dall’Idea, si discende alla forma ultima, più degenerata, dominata da nichilismo e materia. Nella visione degli Yuga – cicli cosmici – la storia dell’uomo è a tutti gli effetti caratterizzata dal moto sinusoidale, per cui a fasi ascendenti si succedono fasi decadenti.

Molto sinteticamente il Kali Yuga, dunque la nostra era, è caratterizzato dalla riduzione al minimo o dall’ “assenza” dell’azione dello Spirito nei diversi ambiti della vita (politico-statale, lavorativa, delle relazioni): esso realizza a tutti gli effetti il primato della materia sulla forma, degli istinti sul “sé pienamente cosciente”, dell’economia sulla politica, della base sul vertice, della questione economico-sociale sul mondo delle Idee. La decadenza investe anche altri campi come il mondo delle arti, del sapere e più in generale di tutto il mondo della metafisica, o meglio di ciò che membri del gruppo di Ur come Evola definiscono “Tradizione”.

Proprio riguardo a quest’ultimo punto, per l’avvocato Casalino è in atto, in questa era, la “contro-tradizione”. Egli asserisce che materialismo ed ateismo non sono altro che cibo dato in pasto alle masse. Sono invece le élite a praticare una vera e propria “contro-tradizione”, che celebra il trionfo degli elementi più “bassi”, “degenerati” dell’individuo innalzati a “valore assoluto”.

Ciò procede in quel meccanismo di “inversione” tipico della nostra Era, che la teologia e la scienza “non accademica” definiscono come il passaggio al dominio della “bestia” sul divino o dell’”anti-fotone” sul “fotone”. E’ la chiusura del ciclo e la successiva apertura di un altro. Di conseguenza questo processo di “inversione” si compie del tutto e realizzandosi in tutti i campi, sia metafisico – dominio della “bestia” –, che fisico – passaggio all’anti-luce.

In quest’ottica, per Casalino, è importante interiorizzare i valori e l’”ordine supremo iscritto nei cieli”, proprio come indica Platone in La Repubblica, e riportare il valore della Bhagavadgītā riguardo la “battaglia interiore”. Quindi, a chi chiedeva il “che fare?” e “come operare” concretamente nel mondo, Casalino risponde che in quest’era il principio di Roma, l’”ordine”, va fissato dentro di sé.

Un “ritiro”, dunque, che non è una resa, bensì è la fase che nel respiro va associata alla “contrazione” (Manvantara). “Contrarsi oggi per risorgere domani” è un altro validissimo insegnamento di vita. Portarsi sul terreno della “battaglia interiore”, il principale raggio d’azione di evoliana memoria nell’Era della decadenza.

Quest’”ordine” e questa “battaglia” dai cieli vanno riprodotti dentro di sé, come nel gioco eterno del “come sopra così sotto” indicato dagli esoteristi.

Per il relatore pugliese la capacità di eseguire il rito, come sacrificio dell’Io, è essa stessa fonte di accrescimento e di consapevolezza del “sé”. E’ come se il superamento della “prova” (l’esempio del “pranzo” citato in apertura è calzante) comporti “un premio” in ciò che innovative teorie della fisica contemporanea definiscono “il gioco della vita”.

Da questa battaglia e da questo gioco in atto “continuo” e “permanente”, si riesce a far emergere anche quel quid che, se da un lato è assente nell’attività di molti intellettuali contemporanei, è avvertito in forma di bisogno da moltitudini non indifferenti. Questo qualcosa è la “felicità”.

Da queste riflessioni, si evince che è possibile rompere quella opposizione “duale” tra discipline scientifiche e saperi ancestrali tradizionali. Casalino, infatti, rileva nella figura dell’”alchimista”, chimico e mago allo stesso tempo, quell’anello di congiunzione tra questi due campi che invece nella modernità si dispongono in maniera contrapposta.

Questa “congiunzione” rimanda al principio della non-dualità, un altro terreno di disputa dei saperi esoterici. In breve la non-dualità afferma la realtà “olistica” dell’Universo, concepito come un tutt’uno senza “scissione” tra soggetto e oggetto, tra Io e non-Io, tra colui che fa l’esperienza e l’esperienza stessa.

Proprio su quest’ultima “dualità”, Casalino porta l’esempio dell’assenza di separazione tra il relatore e lo spettatore e asserisce che tale assenza, appunto, esista anche tra Io e non Io. Nel suffragare questo concetto si concentra sul rapporto tra Uomo e Dio.

Un esempio interessante è quello riguardante la funzione del magistrato romano, a tutti gli effetti parte organica del popolo, quindi senza scissione della “parte” col “tutto”. Elemento, quest’ultimo, riproposto anche dalla struttura politica bolscevica (con il Consiglio dei commissari del popolo).

Infine, l’avvocato arriva a disquisire dell’opposizione tra Tradizione e Modernità, affermando che tale contrasto si riproduce nel corso della storia: la New York di oggi sarebbe la Cartagine passata, in lotta contro Roma. Anche a quel tempo, come oggi, si violavano le leggi non scritte ma iscritte nei cieli, da cui la dote negativa che connotava i cartaginesi ed Annibale era la punica fides, ovvero la violazione del patto di lealtà.

(di Roberto Siconolfi)