I cavalieri unni: i diavoli delle steppe che terrorizzarono il mondo romano

«[Gli Unni] Hanno membra robuste e salde, grosso collo e sono stranamente brutti e curvi, tanto che si potrebbero ritenere animali bipedi o simili a quei tronchi grossolanamente scolpiti che si trovano sui parapetti dei ponti. […] Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene ed il male, sono ambigui ed oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione, ma ardono di un’immensa avidità di oro. A tal punto sono mutevoli di temperamento e facili all’ira, che spesso in un sol giorno, senza alcuna provocazione, più volte tradiscono gli amici e nello stesso modo, senza bisogno che alcuno li plachi, si rappacificano.»
Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 2.

Così Ammiano Marcellino descrive nella sua opera il popolo degli Unni. I cavalieri delle steppe eurasiatiche ebbero un grandissimo impatto sul mondo dell’Europa occidentale al volgere del IV secolo e durante tutto il V.

L’impatto degli Unni sul mondo romano non fu per nulla indifferente nonostante il loro dominio nel centro Europa fu relativamente breve. Con una serie di campagne nei Balcani, in Gallia e in Italia, riuscirono a piegare numerosi imperatori, obbligandoli a pagare ingenti tributi in oro e argento. Nel corso del loro passaggio dalle steppe russe fino al centro Europa, e precisamente nelle praterie della puszta ungherese, gli Unni saccheggiarono, devastarono grandi territori, sottomettendo anche diverse popolazioni barbariche. Il loro passaggio lasciò un segno indelebile nei miti dei popoli germanici, tanto che nel canto di Sigurd – alias Sigfrido -, un poema epico germanico, troviamo traccia degli Unni e del loro re, Attila.

Capaci di porsi in una condizione di forza con il più grande impero della terra, gli Unni dovettero il loro successo alla loro imbattibile – o meglio inafferrabile – cavalleria. Provenienti dalla Siberia, parlanti una lingua di ceppo turco come i moderni ungheresi, questo invincibile popolo delle steppe proveniva da “al di là delle paludi meotiche, lungo l’oceano glaciale”, come scrisse sempre Ammiano Marcellino. Ovvero quegli immensi spazi eurasiatici sconosciuti agli autori e geografi del Mediterraneo. La relazione fra gli Unni e gli Hsiung-Nu, una popolazione nomade che terrorizzò l’impero Cinese nel I secolo a.C., non è a oggi del tutto accettata dagli studiosi, nonostante le prove a sfavore, alcuni di essi, fra cui il famoso eurasiatista Gumilev, l’hanno in ogni caso sostenuta con vigore. Questi Hsiung-Hu fondarono quindi inizialmente un regno nelle regioni a nord dell’Impero Cinese, più o meno i territori che oggi formano la moderna Mongolia, ma infine il loro regno fu conquistato dalle forze del Celeste impero che obbligarono alla fuga una parte dei tenaci nomadi del nord.

Se il parallelo Unni – Hsiung-Hu fosse vero, incontreremo allora ancora una volta questo fiero popolo nomade alle foci del Volga, dove, dopo aver sgominato, sconfitto e decimato Alani e Goti Grutungi, verranno conosciuti con il nome di Unni. Un popolo nomade estremamente bellicoso: non coltivavano nulla, loro uniche occupazioni erano la pastorizia, la caccia e la guerra. Allevavano solo cavalli, pecore e manzi, con i quali si procuravano il necessario per sopravvivere, la razzia e la guerra gli procurava il resto. Se il loro modo di vivere era inconcepibile per un cittadino romano del IV secolo dopo Cristo, pure il loro aspetto terrorizzò i cives dell’Urbe: gli Unni erano infatti più piccoli di statura dei Romani, ma soprattutto avevano l’abitudine di «solcare profondamente con un coltello i bambini appena nati, affinché il vigore della barba, quando spunta al momento debito, si indebolisca a causa delle rughe delle cicatrici, invecchiano imberbi, senz’alcuna bellezza e simili ad eunuchi», come racconta sempre Ammiano. La grande caratterizzazione negativa degli Unni è in verità frutto di una serie di topos letterari tipici del mondo sedentario mediterraneo, che vedeva nello stile di vita nomadico un abominio civile e politico. Non solo, venendo da oltre frontiera e da quelle lande sconosciute e lontane dalle tradizioni, dalla religione e dal mondo mediterraneo gli Unni erano barbari, e come tali dunque inferiori e selvaggi per antonomasia.

Gli Unni, cavalieri impareggiabili, facevano della velocità e del combattimento a distanza il loro punto di forza. Addestrati fin da piccoli a cavalcare e a combattere, il vero punto di forza dei cavalieri di Attila era la straordinaria abilità nel tiro con l’arco. I Cavalieri unni, al pari degli Sciti, degli Alani e degli Avari, erano infatti capaci di colpire un bersaglio mentre il cavallo correva al galoppo, creando così una fitta e costante pioggia di frecce che causava grandi perdite fra le truppe avversarie. Non solo, quando formazioni compatte e agguerrite come quelle delle legioni romane o della cavalleria pesante si avvicinavano abbastanza per arrivare allo scontro corpo a corpo i cavalieri unni si davano alla fuga, continuando a scoccare frecce e fiaccando così il morale e le energie dell’avversario. Quando dal Mar Nero si mossero verso le pianure centrali della Pannonia gli Unni entrarono a far parte delle vicende politiche dei due imperi romani, quello d’Occidente e quello d’Oriente, combattendo per il generalissimo d’Occidente Ezio. Questi utilizzò largamente le abilità belliche degli Unni, scatenandoli contro i Burgundi che si erano stanziati nel sud della Gallia. Questo popolo germanico venne massacrato e quasi distrutto dall’esercito romano-unno di Ezio. Ma fu sotto Attila che gli Unni entrarono direttamente nella leggenda, questo nonostante le loro scorribande nell’Impero d’Occidente siano sempre state fermate: la prima volta in Gallia da Ezio e da un esercito romano-visigoto presso i Campi Catalaunici, la seconda in Italia dal Papa.

Il segreto dell’imbattibilità degli Unni non è da ricercare unicamente nella loro abilità equestre o in quella del tiro con l’arco, ma nell’arco stesso. Il loro modello di arco è conosciuto ad oggi con il nome di “arco composito” o “arco riflesso”. Costruito con materiali diversi come legno o bamboo, corno, tendini, rinforzato con osso e incollato con colla animale, l’arco composito aveva una forma riflessa a “C” che garantiva alla freccia una forte spinta. Al giorno d’oggi è quasi impossibile riprodurre questo tipo di archi; la loro costruzione era infatti il patrimonio di tribù nomadiche i cui artigiani si tramandavano di padre in figlio i segreti per la realizzazione di questi temibili archi. Cavalcando dalla Siberia fino al cuore dell’Europa gli Unni portarono nel Vecchio Continente le tradizioni e la cultura del mondo della steppa. Molto probabilmente veneravano Tengri, il dio del grande cielo blu, adorato mille anni dopo dai temibili cavalieri nomadi di Gengis Khan.

Il destino degli Unni però cadde nell’oblio in seguito alla morte del loro più grande re, Attila. Lotte di potere interne e le sollevazioni delle popolazioni barbariche che gli Unni avevano sottomesso, portò al disfacimento del regno unno. Le grandi abilità marziali dei cavalieri dai visi sfregiati non caddero però nell’oblio, incontriamo infatti contingenti di cavalieri unni a fianco del generale romano bizantino Belisario durante la riconquista Romana dell’Italia ostrogota nel VI secolo.

(di Marco Franzoni)