Dayton: la distruzione della Serbia e la polveriera balcanica

La guerra contro la Serbia è da prendere come esempio, perché anticipava la trasformazione della NATO da alleanza con funzioni difensive in strumento di aggressione contro quei Paesi restii ad uniformarsi al verbo della globalizzazione.

L’assedio di Sarajevo, la messinscena del bombardamento al mercato, nel 1991, hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, legittimando cosi gli incontri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le sanzioni, gli embarghi, i “bombardamenti umanitari”, e il rinvio al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia.

Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a veicolare i mezzi di comunicazione verso un’unica direzione, passando poi ai working papers di ONG che incanalano la narrativa sui diritti umani in un’unica direzione. Afghanistan, Iraq, Libia e Siria hanno subito e stanno subendo questo trattamento, da anni.

Quando, nel 1992, il Congresso ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento nella regione autonoma del Kosovo, tutti hanno immaginato che le conseguenze sarebbero state la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenze internazionali con il preciso obiettivo di imporre dei diktat. La teatralità del cosiddetto “massacro di Racak” dove gli islamisti dell’UCK avevano raccolto corpi sparsi di loro commilitoni facendo credere che fossero poveri contadini albanesi massacrati ad opera delle milizie serbe, è stata utilizzata per dare il via libera alle operazioni della NATO.

Un ruolo chiave in tutta questa vicenda lo hanno avuto l’OSCE, il cui capo fu implicato negli squadroni della morte ad El Salvador, e Morton Abramowitz, consigliere speciale delle milizie kosovaro-albanesi che, durante la guerra in Afghanistan, si occupava di operazioni sotto copertura avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai Mujahiddin in funzione anti-sovietica.

Gli Accordi di Dayton, stipulati nel novembre 1995 che conclusero il conflitto serbo-bosniaco, sono stati un’assurdità che disegnava una mappa a chiazze e preannunciava guerre future. Ne sono scaturite piccole aree con sviluppi economici diversi, integrabili nel mercato unico dell’Unione Europea ma non in grado di avere una politica autonoma ed una economia propria.

La Serbia venne stroncata politicamente in favore dell’autodecisione delle singole popolazioni. Organizzazioni quali Otpor – attiva anche a Bucarest, nel mese di febbraio c.a, durante le “rivolte anti-corruzione” – permisero all’Occidente di entrare a piè uniti nei suoi affari interni. La Serba Zastava Auto, fiore all’occhiello di Belgrado ai tempi di Slobodan Milošević, è scomparsa a favore della Fiat, il tutto mentre i soci di George Soros si appropriavano delle miniere di Trpca nel nuovo Kosovo strappato alla madrepatria e costruito su base etnica.

Oggi il mercato serbo importa il doppio di quello che esporta e l’inflazione, nell’ordine del 10% e, in un contesto di depressione economica, erode in maniera drammatica il potere d’acquisto dei salari, molto basso rispetto alle medie europee.

Le mire indipendentiste panserbe della Republika Srpska vennero stroncate. Oggi comprende, infatti, solo il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina e rischia di divenire un’entità sepolta dai bosgnacchi musulmani, compagni di merende degli wahhabiti della brigata el-Mudzahid.

Nonostante tali disastri, che videro la consegna all’Aja dei suoi patrioti quali Radovan Karadžić, Ratko Mladić e Slobodan Milošević, oggi la Serbia mantiene una forte identità patriottica e uno spirito di resistenza alle penetrazioni occidentali. Negli anni è diventata un importante snodo – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande gasdotto in grado di contenere 300 milioni metri cubi di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo.

Vladimir Putin, leader del mondo multipolare, a Belgrado viene visto come l’unico uomo che può assicurargli l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filorussi, attualmente, è presente nei partiti nazionalisti ed è rappresentata dal gran numero di associazioni di estrazione socialista che non perdono occasione di insultare Federica Mogherini e prendere a torte in faccia Bernard Henri-Lévy per il suo sostegno ai bombardamenti NATO, avuti inizio il 24 marzo 1999 e continuati per 78 giorni. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e un punto di riferimento nella lotta al globalismo.

(di Davide Pellegrino)