Giornalisti schierati e mistificazione della realtà

«Non riesco a capire: lei da che parte sta?». Stando a ciò che riporta “LiberoQuotidiano.it”, Massimo Giletti ha sentito rivolgersi questa domanda da un non meglio precisato «Direttore Generale» della Rai qualche mese fa, il quale lo rimproverava per la linea tenuta dal suo programma, il famosissimo “L’Arena”, a quanto pare non particolarmente gradita dai capoccia di Saxa Rubra.

Com’è noto, il presentatore piemontese nelle ultime settimane ha avuto modo di dichiarare in più di un’occasione che le pressioni mossegli dalla dirigenza Rai circa l’eccessiva libertà delle sue investigazioni erano diventate insopportabili, al punto da fargli decidere di chiudere definitivamente il suo rapporto con il Cavallo Alato.

Tale questione, prescindendo tanto dalla effettiva caratura del lavoro di Giletti quanto dalle interferenze più o meno diplomatiche dei suoi ex datori di lavoro, pone sul tavolo della discussione un argomento di assoluta attualità. È legittimo per il servizio pubblico radiotelevisivo sostenere anche solo velatamente una fazione politica a discapito di un’altra? Il tema è ostico ed allo stesso tempo annoso; con questo nodo hanno dovuto infatti confrontarsi tutti gli esecutivi degli ultimi decenni.

Senza arrivare a chiamare in causa l’editto bulgaro del 2002 di Silvio Berlusconi o le recenti lottizzazioni di Matteo Renzi, sono evidenti le ingerenze che la classe politica da tempo immemore opera nei tre principali canali televisivi di stato. Anche il sistema giornalistico però, per sua parte, resosi conto del grandissimo potere di orientamento dei consensi che la televisione per propria natura esercita, abbastanza sovente si abbandona a ricostruzioni dei fatti piuttosto discutibili, quando non addirittura esplicitamente di parte.

Certo, fare di tutta l’erba è un fascio è un esercizio deleterio, buona parte dei professionisti che lavorano nei media (in Rai e non) lo fanno in maniera professionale, ma si sa, ogni settore presenta il suo bel numero di mele marce che inevitabilmente rischiano di inguaiare la buona reputazione di tutta la categoria. Recentemente Simone Di Stefano, neo Segretario di CasaPound, è stato ospite della trasmissione “Mezz’ora in più” condotta da Lucia Annunziata su Rai3. Presenti in studio anche Giovanni Tizian e Stefano Vergine de “L’Espresso” i quali, insieme con Andrea Palladino, avevano pochi giorni prima pubblicato un’inchiesta, sul settimanale diretto da Marco Damilano, cui è stato dato il significativo titolo “Cassa Pound”, all’interno della quale si arriva a stabilire una stretta relazione tra Vladimir Putin, Marine Le Pen e gli esponenti del movimento rappresentato da Gianluca Iannone.

Ora, porre sotto torchio un personaggio politico di spicco ed incalzarlo a dovere per tentare di metterlo in difficoltà e magari riuscire a coglierlo in contraddizione è dovere deontologico di ogni giornalista che si rispetti. Nel caso di specie però si ha avuta la netta impressione di avere assistito ad una farsa. La Direttrice dell’”Huffington Post Italia” ha tenuto una linea fortemente di parte durante tutta la mezz’ora nella quale avrebbe dovuto intervistare Di Stefano.

Intervista che, precisiamo, di fatto non ha avuto luogo, poiché al romano è stato esclusivamente chiesto conto dell’affaire Spada, della questione adesivi e dalle entrate di alcune attività commerciali regolarmente registrate facenti capo a dei militanti di CasaPound. Mentre introduceva Di Stefano, la conduttrice ha fatto finta di non ricordarne il nome, giustificandosi con un puerile “Non me lo sono mai filato”. I due de “L’Espresso” chiamati a partecipare alla non-intervista sono riuscita solo a farfugliare la serie di improbabili teorie presenti nel loro reportage.

Il piatto forte però lo abbiamo avuto ai saluti di congedo. Di Stefano chiede sarcasticamente se, in una ipotetica nuova ospitata, avrà la possibilità di parlare di politica. Risposta della padrona di casa: “Guardi, io non parlo di politica [con voi], perché voi siete abilissimi nel non dire quello che pensate”.

Ma che razza di risposta sarebbe? Che giornalismo è questo? Un simile atteggiamento fa bene al dibattito politico? Non è nell’interesse dell’azienda Rai offrire ai milioni di italiani che ne pagano il canone la possibilità di conoscere il più possibile le forze politiche che si candidano per governare il Paese? Sugli house organ della tartaruga frecciata sì è enormemente gioito, perché il tutti contro uno andato in onda ha avuto come risultato quello di accrescere le simpatie ed i consensi nei confronti del movimento neofascista.

A dimostrare poi che non solo in Rai si manifesta la forte tendenza ad inficiare l’equilibrio del dibattito pubblico, registriamo quanto lo stesso identico spettacolo fosse andato in scena il giovedì precedente su La7, nella “Piazzapulita” di Formigli. Anche qui, stesso copione. Di Stefano da una parte, e dall’altra Friedman, Luxuria e Parenzo a sbraitare come degli ossessi a proposito di picchiatori, Hitler, razzismo e devianza giovanile. Ed anche qui, medesimo esito.

Di Stefano, pur impossibilitato ad esprimersi in merito alla proposta programmatica di CasaPound è paradossalmente uscito vincitore dalla tenzone mediatica. Insomma, non è nostra volontà sperticarci in una feroce critica del programma televisivo o della testata giornalistica di turno, ciò che però crediamo sia difficilmente confutabile è il fatto che, abbandonando la vocazione super partes che rappresenta l’essenza stessa della loro nobile professione, gli operatori dell’informazione rischiano di veicolare una pericolosissima e mai auspicabile mistificazione della realtà.

(di Giovanni Rita)