“Trump non parla di diritti umani”: la predica dei media neocolonialisti

Si è tenuto lunedì, a margine del Summit dell’Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico (Asean), a Manila, il primo vertice bilaterale ufficiale tra il presidente filippino Rodrigo Duterte e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. I media liberal e l’opinione pubblica occidentale hanno incalzato il presidente Usa sul tema dei diritti umani: il presidente filippino, infatti, è nel mirino dell’occidente per il suo pugno di ferro e per i suoi metodi non convenzionali impiegati nella lotta contro il narcotraffico. Il Manifesto, per esempio, parla di una vera e propria «emergenza» ma la campagna mediatica è partita – come sempre più spesso accade – dal Washington Post. 

Come scrivevo in un articolo pubblicato su Gli Occhi della Guerra, nonostante Europa e Stati Uniti, oltre a Ong come Amnesty International e Human Rights Watch, abbiano più volte criticato e condannato il pugno di ferro del castigatore Duterte, i filippini sembrano sostenere i suoi metodi. Secondo un sondaggio reso noto dall’agenzia di stampa Reuters, ben nove cittadini filippini su dieci sostengono la durissima guerra del presidente contro il narcotraffico.

Le Filippine, prima di Duterte, non erano certo il «paradiso dei diritti umani». Anzi. Erano semmai il paradiso del narcotraffico, dell’infame traffico illecito di essere umani, organi e persino bambini. Non c’è da stupirsi dunque se Duterte gode in patria di un consenso smisurato. Al circo liberal non interessava ciò che accadeva fino a pochi anni fa nelle Filippine? Questa è la prima – scontata – osservazione.

In secondo luogo, quando l’opinione pubblica occidentale chiede agli Usa di farsi carico dell’«emergenza» dei diritti umani e civili e di problematiche di questa tipologia, riflettono, forse inconsapevolmente, l’atteggiamento imperiale e la sudditanza verso la superpotenza americana quale «cane da guardia» del mondo. Dove sta scritto che gli Stati Uniti, e solo loro, debbano farsi garanti del rispetto dei diritti umani nel mondo? Il diritto internazionale non lo prevede. De facto, quei commentatori conferiscono agli Usa quelle pretese universalistiche-missionarie alla base delle «esportazioni di democrazia».

Un atteggiamento che Samuel P. Huntington descrive perfettamente: «L’Occidente – in particolare l’America, che è sempre stata una nazione missionaria – ritiene che i popoli non occidentali debbano convertirsi ai valori occidentali della democrazia, del libero mercato, del governo costituzionale, dei diritti umani, dell’individualismo, dello stato di diritto, e inglobare tali valori nelle proprie istituzioni. Tuttavia, pur esistendo nelle altre civiltà minoranze che abbracciano e promuovono tali valori, l’atteggiamento dominante nei loro riguardi tra le culture non occidentali varia da un diffuso scetticismo a una forte opposizione. Quello che per l’Occidente è universalismo, per gli altri è imperialismo. L’Occidente tenta e continuerà a tentare di preservare la propria posizione di preminenza e difendere i propri interessi identificandoli con quelli della comunità internazionale. Questa espressione è diventata l’eufemismo d’uso comune (in sostituzione di «Mondo Libero») impiegato per conferire legittimità globale ad azioni che riflettono gli interessi degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali». (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, 1996)

(di Roberto Vivaldelli)